Buongiorno cari lettori!
Stavolta trovo il tempo di scrivervi anche dalle vacanze al mare. Ed ecco allora qualcosa che, ne sono certa, è capitata a tutte prima o poi...
Le ho provate tutte. Proprio non ci riesco.
Tu non ti sposti. Non ti smuovi. Non ti scansi.
Rimani lì ad ondeggiare, fissandomi furbescamente, come se
tutto ciò fosse colpa mia, ma io sono
la vittima di questo giochino perverso che va avanti da troppo tempo, per i
miei gusti.
Mi sono ribellata come un contorsionista, girandomi e
rigirandomi e spingendo contro di te con tutte le mie energie. Però no, tu hai deciso che quel posto ti
piace e te lo sei preso di diritto.
Hanno provato a dissuadermi, a farmi lasciar perdere, perché è una lotta impari, dicevano, è più forte di te, ha forza fisica e forza di volontà, si sa nascondere, è subdolo, ti distruggerà i nervi, ti ucciderà!, però io so che posso farcela, con le lacrime che scendono sulle gote ed i muscoli che bruciano ma posso farcela. Vincerò la mia medaglia d'oro nel judo. Nella lotta libera. Nel pugilato.
Il terreno sembra uno di quei paesini sperduti in montagna,
quando tutti sono scesi a valle nelle grandi città: tu sei quell’unico anziano
testardo che ha deciso d’incaponirsi e non lasciare casa sua, aggrappandosi all’unica
ancora di salvezza nel raggio di km, il pilastro del suo vecchio rudere.
Tu sei simile a quelle piante infestanti, che anche quando
sei riuscita a togliere tornano più forti di prima.
Sei simile a quell’unico dente nella bocca sdentata che non
si può togliere senza provocare danni.
Sei simile a quel segno rosso che non ha permesso alla
verifica di essere da dieci.
Sei simile a quella cacca di piccione sul parabrezza, quel
piccione bastardo che ha deciso che la tua macchina è perfetta come water
mobile.
La tua chioma è simile a quella dei ragazzi del campeggio, i
quali non si lavano da due settimane ed hanno affrontato sudore, pioggia, fango
e frittura mista di pesce.
I tuoi occhi sono simili agli occhi di un cane randagio
abbandonato dal padrone sulla Salerno-Reggio Calabria a mezzogiorno, incavolati
più dell’Etna in eruzione.
La tua bocca, come l’ombelico di quel signore in carne che
non riesce a distendere il ventre, ripiegato su se stesso.
Sei simile a quella macchia di vino sulla tovaglia preferita
che proprio non se ne va, simile a
quella scheggiatura sul vetro immacolato dell’iPhone, simile al neo peloso sul
volto di Miss Mondo.
Ed io tento di estirparti alla radice.
Prima ho usato il disinfestante, che ha solo impuzzolito l’aria
circostante, diventata per ore irrespirabile.
Poi sono passata alla spada, per trafiggerti il cuore e
lasciarti agonizzante sul terreno, ma tu hai schivato tutti i miei colpi.
Ho provato a soffocarti con una nube tossica, tu però hai
scoperto sempre una bombola d’ossigeno nelle vicinanze.
Ti ho tirato i capelli, ti ho stretto le mani al collo, ti
ho grattato fino a farti sanguinare, ma tu no, no, sorridi beffardo, anzi ridi proprio alle mie spalle!, e
fissandomi urli perfidie, dici che non mi libererò mai di te, che posso lottare
quanto voglio ma non ce la farò, che nella vita vincono i cattivi ed io sono
troppo debole per sconfiggerti, che mi posso contorcere anche fino a Natale ma
non verrà Dio a salvarmi perché tu se più
forte di chiunque altro, ed attorno a te si vengono a creare bozzi e
montagnole sanguinolente ed io soffro, soffro…
Ora basta.
Io sono più forte.
Ghostbuster mi fa un baffo.
Infilo guanti in lattice. Occhialini protettivi. Grembiule
senza maniche. Hai i minuti contati, caro mio.
Srotolo l’arsenale. Accanto a kalashnikov, berette, bombe a
mano, scelgo la Schiuma Da Barba Proraso
ed una lametta Gillette Venus.
Alzo il braccio con uno spasmo dolorante. Cerco la posizione
più congeniale, ed urlo È finita!
Ed attacco quell’unico pelo nell’incavo dell’ascella che non
se ne viene mai via.
Inutilmente.
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