. . . All you life, you were only waiting for this moment to be Free . . . * Nulla enim culpa est in somnis.
Visualizzazione post con etichetta Sfida. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sfida. Mostra tutti i post

mercoledì 2 gennaio 2013

Alla ricerca dello Smalto Perfetto (Sfida: Bellezza)

Buonasera. Oggi voglio andare dritta al vostro cuore. Pertanto, leggete.

Arriva un giorno in cui una persona si interroga sulle parole che contano nella vita. E come al solito si spunta anche in parole inutili, che però non tutti ritengono tali.
Una di queste è Bellezza.
Forse fino a qualche tempo fa avrei definito Belén Rodriguez la Bellezza Assoluta. O la Venere di Botticelli. O forse il viso di un bambino appena nato.
Ma adesso... Adesso ho trovato la Bellezza. E sarò sincera, potrà sembrare macabra, anche perché è una bellezza che dura davvero poco, anche meno delle pin-up che dopo invecchiano. Dura pochi giorni, poi svanisce, se non nei tuoi ricordi.
Ho trovato la Bellezza nel viso di mia Nonna, quando è volata lassù accanto al Padre. 
Bella, davvero bella nella sua semplicità. Le guance incavate, gli occhi socchiusi, le labbra incurvate ora in un timido sorriso, ora in un bonario rimprovero, ora in un cipiglio severo, in base all'angolazione da cui lo guardi, o da cosa pensi che voglia esprimerti.
Quegli occhi... Non si sono chiusi più. E' stata irremovibile anche da defunta: nessuno è riuscito a chiuderli. Ci ha fissati fino all'ultimo, ed ancora ci fissa, da Lassù.
Ha lasciato molte cose incompiute, troppe cose. Primo fra tutti quel mucchio di cose che ci ha nascosto, e che ora siamo costretti a cercare ovunque. Poi quei baci, quegli abbracci, quei "Ti Voglio Bene" che negli ultimi giorni non riusciva più ad esprimere, se non con una stretta di mano. Quelle cose che tentava di bisbigliarci all'orecchio e che mimava a fatica, spingendo la flebo al massimo, e che malgrado tutto rimangono ancora irrisolte.
E quello Smalto. LO Smalto. Lo Smalto Perfetto.
Color rosa antico, ovvio. Ci sta su tutto. Con la collana di perle, col rossetto marrone-bordeaux,  col vestito bianconero. Con la messa in piega ben fatta, color giallo paglia, ed il neo all'angolo della bocca, moderna Marylin Monroe. 
Incredibile: per ottantun anni ha comprato sempre gli stessi smalti dello stesso colore. Sempre lo stesso rosa antico. Ma lei era convinta che fossero uno diverso dall'altro, e così ne comprava sempre di nuovi, e ci chiedeva "Bello, vero?", per poi aggiungere "Si, ma io devo trovare quello giusto, quello perfetto, di quel colore... Perfetto."
Ma la vita non è perfetta, nulla è perfetto, lo Smalto Perfetto non esiste sulla Terra.
Ma lì, dove la Bellezza regna sovrana, dove i corpi non vengono corrosi dal tempo, lì sono certa che Lei abbia trovato anche lo Smalto Perfetto.
E secondo me i ricordi passati risuonano attorno a Lei: le mille volte che doveva rimettere "Vita C'è" anche se la sapevamo a memoria ormai perché io l'adoravo (n.d.r.: Iris, Biagio Antonacci); le tante volte che si perdeva tra gli sconti del supermercato e mi chiedeva di leggere la scadenza delle uova perché lei era senza occhiali, e non avevo il coraggio di dirle che in realtà erano appesi al suo collo; e quando dimenticava il carrellino tra i limoni e le uova e se lo ricordava tre giri dopo... E cucinava quei splendidi manicaretti, i quali - ne sono certa - starà facendo anche ora per il Signore ed i suoi Figli... Paste al forno, Parmigiana, Gattò... Le migliori leccornie terrene replicate Lassù, con lo stesso Amore che metteva per noi... 
E quella sua Bellezza immutata nella sua anima sul volto finalmente sereno, rilassato, non più contratto per il dolore o per la sofferenza, liscio, anche privo di rughe se possibile, la pelle diafana che si trasformò per magia in Eterea... Eterea, è l'unico aggettivo che riesco ad attribuirle ogni qualvolta che  penso a Lei. E' come se la sua intera vita si fosse in qualche modo spezzata: il periodo prima della malattia una parte, il periodo tra l'ospedale e l'Eternità un'altra.
Tanti sproloqui ho scritto stasera... E magari non vi saranno nemmeno chiari. Ma questo mio monologo è per Lei, per la mia Nonna, per la Bellezza che ho visto sul Suo viso prima che il suo Eterno Letto fosse sigillato, per non mostrare come il tempo corroderà il suo corpo, ma non la sua anima. Che rimarrà quella di una donna forte, una Matrona coi fiocchi, severa ma mai troppo, forse un pò troppo rigida talvolta, ma di una rigidità tipica della sua età. Perfetta. Come lo Smalto.

Ciao Nonna.

lunedì 31 dicembre 2012

Natale in ritardo e Capodanno in anticipo

Buona splendida serata gente! E' l'ultimo post dell'anno!
Ahimé, non è stato un anno felice... A questo proposito, saluto la mia nonnina, che anche se è andata dal Signore mi continuerà a leggere. :)

Ringraziamenti di fine anno: Grazie ai miei 10 splendidi lettori fissi, anche se 2 di questi sono io; vi voglio vedere RADDOPPIATI il prossimo anno.
Grazie alle 1819 volte che siete entrati a visitarmi, perché state coronando il mio sogno. Fatele lievitare!Grazie ai miei 28 "mi piace", che spero diventino molti di più.
Grazie alla mia splendida famiglia ed ai miei splendidi amici ed alle mie splendide amiche che mi sostengono e sopportano sempre.
E grazie a tutte le persone che mi hanno dato una o più parole su cui lavorare. Veramente GRAZIE.
E con l'anno nuovo inauguro una novità: se vorrete potrete inviarmi anche immagini - oltre alle parole - su cui ricamare un raccontino breve! Avanti numerosi!
Ed ora per vuoi il racconto di Natale che non avevo fatto in tempo a pubblicare il 25, tratto dal giornalino "Praticantati" - ma ovviamente scritto da me.

BUON 2013!!!




Anche quel giorno, malgrado fosse l’ultimo prima della Vigilia di Natale, arrivai a casa appena prima delle sette e mezza.

Appena girai la chiave nella toppa, un aroma di pollo e patatine m’invase le narici.

"Mamma, sono a casa!” dissi chiudendo il portone. Mi tolsi la sciarpa, il cappotto pesante ed i guanti, poi sfilai gli stivali di gomma e infilai delle pattine felpate. Ciabattai fino all’adiacente cucina, schioccai un bacio sulla guancia della mia super mamma e mi buttai su una sedia, stremata.
Mia madre stava scongelando della carne per fare un ragù. “Domani sera vengono i tuoi zii a cena, inizio a preparare. Mi dai una mano?”
Quelle parole ebbero un effetto benefico su di me.
Da quando papà era stato dichiarato ufficialmente morto, sei anni prima, mentre faceva un servizio in Azerbaigian, l’unica occasione in cui la famiglia si riuniva era il cenone della Vigilia di Natale.
Che bella festa, il Natale…  La mia preferita.
All’inizio s’accendevano le candele dell’Avvento in Chiesa, e si faceva il Presepe: senza la statuetta di Gesù Bambino , che si metteva la notte di Natale,  e senza quelle dei Re Magi, che invece arrivavano il giorno dell’Epifania, ma in compenso pieno di statuine di pastorelli e pecorelle, panettieri e pescatori, contadine e cittadine, fabbri, mendicanti, e tutti i personaggi caratteristici del luogo. Papà da giovane li aveva intagliati con le proprie mani, e negli anni vi aveva aggiunto tutti i suoi cari, me e mamma comprese.
Nel nostro piccolo appartamentino di città il bianco predominante in mobili e muri (definito ‘Bianco Ospedale’ da papà e ‘Bianco Moderno’ da mamma) lasciava spazio a colori più vivi, come il rosso, l’oro e l’argento: entrando in casa, m’avvolgeva una sensazione di immediato calore, di familiarità, di affetto incondizionato. I pacchetti ed i bigliettini mi ricordavano quante persone ci volevano bene, ed ogni anno si ricordavano anche di noi; l’albero luccicante colmo di palline, che diligentemente avevo attaccato una ad una, mi faceva pensare a quanto ogni dettaglio sia importante, anche nella vita di tutti i giorni; la tavola colma di ogni ben di Dio simboleggiava l’amore che mia madre metteva nei suoi piatti, nutrendoci con la sua tenerezza e la sua gioia di vivere, appannata solo dall’assenza di papà…
E poi tutti sembravano veramente più buoni, come la pubblicità della Bauli. Ogni strada luccicava di lampadine dorate, ogni negozio sfoggiava ghirlande e fiocchetti, ogni angolo pullulava di pseudo Babbi Natale ed i bambini iniziavano a scrivere lunghe lettere in cui elencano le cose buone – non realmente fatte – che li avrebbero di certo fatti morire dalle risate una volta divenuti adulti.
Anche a scuola il Natale si faceva sentire: a mano a mano, tutte le classi si armavano di alberello, palline, ghirlandine ed angioletti, e i ragazzi iniziavano a fare il countdown verso le vacanze. Corte, agognate, piene di compiti e ripassi, ma pur sempre vacanze.
 “Aurora! Ci sei?” mi riscosse mia madre.
“Si, si…” risposi distrattamente mentre mi pulivo le briciole di pane dai pantaloni. Mi alzai e l’abbracciai. Lei si stupì.
“Ehi, che cos’è questo gesto improvviso? Che c’era nella pagnotta?”
“Amore e spirito natalizio” risposi con un sorriso. Poi volsi distrattamente lo sguardo alla finestra. E rimasi a bocca aperta.
La neve scendeva lievemente dietro  ai vetri appannati delle case. L’ultima neve dell’anno, quella che non si dimenticherà mai se abiti in un posto dove non nevica mai, quella che si posa sulle automobili piene di brina e si lascia evaporare sui camini bollenti, quella che fa “ciap, ciap” sotto le suole delle scarpe, mischiata al fango ed all’asfalto...
Istintivamente, presi mia madre per mano e la feci uscire. Lei tentò debolmente di protestare, ma nel suo intimo anche lei lo desiderava.
Uscimmo dal portone principale in ciabatte e magliettina leggera, il freddo che s’insinuava nella pelle ancora tiepida e faceva battere i denti. Le presi le mani tra le mie e la feci girare, come se avessimo tre anni, fino a che non cascammo a terra ridendo e sporcandoci i pantaloni. Io aprii la bocca e buttai la testa indietro, tentando di mangiare qualche fiocco; mamma invece si limitò ad osservarli scendere sul suo naso, estasiata.

La sera di Natale eravamo tutti attorno alla tavola imbandita, con i vestitini rossi e dorati ed i sorrisi sui volti.
Era un momento triste ed allo stesso tempo felice: triste perché mi ricordava che papà non c’era più, felice perché in ogni caso era Natale, e lui avrebbe voluto che fosse così.
Dopo aver detto la preghiera, stavamo per mangiare, quando qualcuno suonò al campanello. Siccome mia madre era in cucina, m’alzai io. Chiesi chi è.
“Sono io” disse una voce familiare.
Sconvolta, tolsi il chiavistello ed aprii la porta.
Di fronte a me, un uomo sulla cinquantina pieno di cicatrici s’ergeva in tutta la sua statura, le zampe di gallina scavate accanto agli occhi, un sorriso dolce, gli occhi ridenti che brillavano d’emozione.
Il corrispondente di guerra, l’uomo coraggioso, il fedele marito, il padre migliore del mondo. Era tornato a casa.
Senza dire nulla, con le lacrime agli occhi, lo abbracciai, mentre silenziosamente rendevo grazie a Babbo Natale e Gesù Bambino per il regalo inaspettato.

Un Bacione, e grazie ancora per tutto. ;*


mercoledì 5 dicembre 2012

SFIDA: NOVE

Hola a tutti!
Scusatemi se non riesco ad essere così presente, ma ho qualche problemino in questo periodo... Ma tenterò di fare del mio meglio per farvi sognare più spesso!
Ovviamente, voglio in cambio UNA TONNELLATA di parole, così da essere praticamente COSTRETTA  ad entrare tutti i giorni! Più lavoro, più risultati... ;D
Ringrazio Martin e Luca per essere entrati a far parte del mio Club di Lettori Fissi, e ricordo a tutti che chiunque può diventarlo (anche tramite Twitter) cliccando sul pulsante che trovate alla vostra destra (QUESTO PER INTENDERCI -->).
E ricordo anche che chi volesse commentare un mio post lo PUÒ' FARE, anche da Anonimo! Basta cliccare sotto al post in questione sul pulsante "Commenti" [rosso]; dalla stessa barra si può anche segnare l'indice di gradimento del post [verde] e condividerlo via Gmail, Twitter, Facebook o Google Friend Connect [arancio]:
E soprattutto, vi ringrazio di cuore, perché abbiamo superato le 
VISUALIZZAZIONI!


Bene, adesso accontento il mio pseudo capo e vi scrivo una lettera, filandola sulla parola NOVE. Beginnen wir! 

Caro piccolo mio,
ho aspettato nove lunghissimi mesi che tu emettessi il tuo primo vagito, più dolce di un sorriso.
Sai, non ti avevo programmato, ma al contempo sei stato la mia sorpresa più grande; ho capito fin da subito che avresti avuto una forza di volontà tale da importi sul destino e combattere per vedere il mondo con i tuoi occhi.
E' stato un onore, nonché la gioia più bella, darti alla luce, ed aspettare così tanto per vederti... Quando seppi di non essere sola, il mio cuore si colmò d'un amore che davo ormai per spento, al sol pensiero di condividere per 42 lunghissime e splendide settimane il mio respiro con te, di nutrirti col mio amore e col mio corpo, di pensare le cose che penserai anche tu.
Decisi, anzi sentii che quel nove, tanto ricorrente nella nostra vita, sarebbe diventato un numero molto importante per me: ne ebbi la conferma quando nascesti il 9 settembre, alle 9 di sera.
Nel frattempo, ne diventai quasi ossessionata: scelsi il nono lavoro della mia lista dei desideri, e divenni una blogger (intuisci il nome del mio blog? Nove!) così potei lavorare da casa, senza tanti sforzi per te e per me; in seguito, ti comprai tutine col nove ricamato - ove non lo ricamai io! -, per farti ricordare sempre che eri, sei e sarai la mia più grande fortuna. Dipinsi le pareti della tua cameretta del nono colore della scala cromatica presente in negozio, un solare arancione, e per poco non presi appartamento al nono piano: dovevo anche pensare a come portartici, al nono piano, dopo una giornata di svaghi all'aria aperta!
Comprai un'enorme pupazzo e vi affiancai otto più piccoli, così come presi nove quadri, nove libri di fiabe, nove giochini. Da grande magari chiamerai ciò pazzia, ma per me è amore.
Quello vero però.
Non quello che legò me e tuo padre. So che è egoista da parte mia, ma sono contenta che tu non l'abbia conosciuto: ti avrebbe manipolato, proprio come manipolò me. Mi usò per fare carriera, e poi mi lasciò sola, in modo brutale.
Questo non è amore, ricordatelo.
Quello che ci lega assieme, e che ci lega alla vita, è amore puro. Ricordatelo.
Vorrei saperti dire come si distinguono gli amori, tuttavia credo che si capisca da sé. Non te lo insegnano a scuola, né te lo insegna la vita. E' così, punto.
Adesso ho in mano - tanto per cambiare - nove fotografie. Una per ogni mese.
Io, lo specchio, e te, o meglio, il pancione. Ogni mese più grande, ogni mese più bello. Il nono ha un bel "Danger!" rosso sull'ombelico, dove mi piaceva immaginare che tu appoggiassi l'orecchio per captare i suoni del Mondo. Il primo mese invece è pressoché invisibile.
Ti starai chiedendo, a questo punto, per quale motivo ti sto scrivendo tutto ciò. Perché?
Perché è il tuo nono anno di vita. Ormai sai leggere e scrivere: sei il mio ometto. Solo mio.
Sei in quell'età in cui ancora non si è né carne e né pesce, dove il concetto di "amore" è distorto. Al massimo mi dici "Ti voglio bene", e mi racconti che la compagnetta di banco ti ha inviato un fogliettino col cuoricino.
Altri nove anni, e non mi racconterai più nulla, troppo orgoglioso per dirmi i voti a scuola, figurarsi se mi racconterai della ragazzina di turno. Ancora nove, e magari avrai messo la testa a posto, fidanzato ufficialmente se non già sposato, e mi porterai i tuoi piccoli pargoletti a casa, festanti di fronte alla loro nonnina. Aggiunti nove anni avrai i miei stessi problemi - ma non te lo auguro. Altri nove ed io potrei non esserci più, e la tua compagna prenderà definitivamente il mio posto, per guidarti - o meglio, accompagnarti - lungo la tortuosa strada della vita.
E' la ruota che gira, no? Prima tocca a me, poi a te, poi chissà. Intanto stiamo assieme. Intanto viviamo, mano nella mano, naso contro naso, occhi negli occhi.
Avrai trovato questa lettera nel cassetto, sotto la mia biancheria da ultranovantenne.
Penso che allora il Fato abbia deciso di fartela trovare, finalmente.
Ti auguro di averla trovata il più tardi possibile. Fino ad allora,
Buona fortuna piccolo mio.
Mamma

Che ne dite? Malinconico???
Forse un pochino. Mi ha ispirato "Lettera ad un bambino mai nato" di Oriana Fallaci. Un capolavoro, ve lo consiglio, ma v'avverto, è giusto ein bisschen triste.
Good luck to everyone!
Yours, Ivy



P.S. Colgo l'occasione per fare
ad Annina! <3


venerdì 12 ottobre 2012

Sfida: FOTOGRAFIE

Guten Abend! Wie geht's?
Oggi sono super international... :D
Grazie per le quasi 990 visualizzazioni... Per la 1000 grande festa! 
La parola di oggi, gentilmente offerta dalla dolce Angela, è FOTOGRAFIE. 
Beginnen wir!

Quante cose succedono in un attimo? Un sacco. Ma l'obiettivo di una macchina fotografica può congelare un solo attimo ed una sola cosa per volta, e per questo la foto sarà irripetibile: per quanti scatti si rifaranno, per quante prove si sprecheranno, per quante foto si scaricheranno, quell'attimo sarà unico. Indescrivibile.
Nella mia carriera ho immortalato numerosi attimi, innumerevoli momenti di vite altrui, belli, brutti, sfocati, nitidi, in bianco e nero o a colori. Uno più sacro dell'altro: uno scatto può dire più di un miliardo di parole, e queste possono cambiare di persona in persona.
La mia foto preferita la scattai a marzo, sulla costa di Pantelleria: un bambino, seduto su uno scoglio al tramonto, stava piangendo, il visino paffutello nascosto tra le manine ed i calzoni sporchi di sabbia. Accanto a lui, una donna sulla quarantina, non molto bella ma dai lineamenti morbidi, inginocchiata davanti al pargoletto gli tendeva un pupazzotto bagnato, senza un occhio né la coda.
Una persona estranea potrebbe pensare che il bimbo stesse  piangendo poiché il peluche s'era bagnato, un'altra poiché era rimasto senza occhio, un'altra senza coda; nessuna magari riuscirebbe ad azzeccare la vera ragione di quel pianto disperato. O magari l'azzeccherebbero tutti quanti al primo colpo, chi lo sa. Una foto esprime emozioni diverse in base a chi la vede. Mi ci sono voluti solo pochi secondi per capirlo, anni per tentare di far capire ciò che voglio - o devo - esprimere.
Dietro ogni fotografia c'è una storia: di generazioni in generazioni, quegli stessi tratti somatici sono stati tramandati di padre in figlio; quello stesso paesaggio è stato ammirato e/o criticato da centinaia di persone diverse in epoche diverse e con mentalità diverse; quell'edificio, quella statua, quello stesso oggetto è stato fotografato, analizzato, osservato da tutte le angolazioni possibili, da occhi di tutti i colori esistenti in natura, è stato toccato da centinaia di mani diverse, curate, mangiucchiate, smaltate, screpolate, tagliate, callose, ruvide, lisce, morbide...
Talvolta - molto spesso in verità - mi capita di gettare lo sguardo su una foto degli anni '70. Tre ragazze, del tutto diverse tra loro, sono in posa davanti ad un aeroporto. Tre ragazze accomunate solo dalla nuova moda del momento: la Minigonna, adorata dalle ragazze (e dai ragazzi!) ed odiata dai genitori e dalle nonne un pò "all'antica". La novità del momento, la trasgressione più in voga degli anni '70. 
La rivoluzione a quei tempi era quella; adesso la minigonna rimane, ma cambiano i modelli, i tessuti, i colori, le lunghezze.
In questo modo le fotografie diventano storia, testimonianza culturale, identità di gente diversa da noi, eppure così uguale nella sua diversità.
Una foto può cambiare il destino di una o più persone: se una moglie gelosa immortala "per caso" il marito mentre sosta al bar con l'amante, il destino di quelle due persone è irreparabilmente deviato.
Ed una foto scandisce il tempo: scattando una foto ad una meridiana, il tempo si ferma per sempre alla tal ora in quel tal giorno in quel tal posto. Il mondo continua, il tempo scorre, la foto resta.
Poi un giorno un uomo ed una donna si svegliano e, sapendo che quello sarà il dì più bello della loro vita, chiedono ad un fotografo di immortalare ogni secondo di quel giorno meraviglioso, e di congelare per sempre il loro SI, per rivederlo più e più volte, fino a stancarsi, fino a che quelle due lettere, gridate, sussurrate, sollevate, liberate, diverranno parte di loro, dei loro figli, dei loro nipoti. A loro volta, parte della storia.
Una foto può essere nuova, fresca di stampa, con l'inchiostro ancora fresco ed i contorni ben definiti; ma la migliore secondo me è la fotografia ingiallita, corrosa dal tempo, indistinta, strappata, macchiata dal caffé della mattina della maturità, dalla lacrima del primo fidanzato, dai baci dell'ultimo, screpolata dalle mille mani che l'hanno toccata, consumata dai mille sguardi che l'hanno fissata fino a farsi male, tentando di farsi del bene.
Una fotografia può raccontare di cose e di persone che non ci sono più, può raccontare di morte e distruzione, come può mostrare la venuta al mondo di una nuova creatura.
Un altro scatto che mi ha sempre colpito è quello che mostra la casa dove sono cresciute mia nonna e dopo di lei mia madre. Quel posto ora non c'é più, buttato giù dalla modernità e dall'innovazione. Ma la Casa è dentro di me, ed è immobile nell'immagine che tengo in mano ogni giorno, per non dimenticare il mio passato, ma per ricordare che il mio futuro dipende anche dall'abbattimento di un simbolo "antico" come la casa delle mie origini.
Ed è bello vedere le foto di un tempo, e poter dire "lì tutto è iniziato" o "in quel momento tutto è finito"...
Certamente, il formato digitale non dona più molte di queste sensazioni, ed i rullini sono diventati cimeli della II guerra mondiale, ma in una fotografia può esserci comunque il Tutto, come può esserci il Niente. Sta a noi deciderlo. Ed al fotografo.

Cosa ne pensate? Un bel monologo...
Andando contro i miei sani principi, vi annuncio che aprirò una pagina Facebook per rendervi più comodo seguire il blog. Have fun! ;D
Ivy

sabato 6 ottobre 2012

SFIDA: ATP

'Sera gente!
Che fatica rimaner sveglie... Perdonatemi pertanto se mi sto facendo sentire di meno. Sono un Diesel al contrario: parto con turbo e arrivo... In retromarcia.
Spero mi perdoniate, e che questi miei racconti siano premi di consolazione sufficienti per ottenere venia...
Grazie mille: ho visto che abbiamo raggiunto ben + 940 VISUALIZZAZIONI!
Un record che non pensavo di raggiungere... Thanks!
La parola di oggi, passatemi il termine, è una... bastardata, ecco, sparata da un mio compagno di classe (ciao Chris) durante l'ora di scienze: ADENOSINTRIFOSFATO, o più semplicemente ATP.
Ma una sfida è una sfida, e io non mi tiro indietro.
[P.S: L'ATP è la definizione scientifica dell'energia delle cellule. Più o meno. Per chi fosse interessato:
Dall' Enciclopedia Treccani
Adenosintrifosfato
Composto chimico, corrispondente alla forma salificata dell’acido adenosin-5'-trifosforico, indicato con ATP . Contiene due legami ad alto contenuto energetico (~) fortemente reattivi e ha formula... Leggi tutto]

'Diamine!'
'Accidenti!'
'Ecchecavolo!'
Eva si affacciò timidamente alla porta. Poi fece un passetto verso l'interno. Poi un altro. Ed un altro ancora. L'uscio, tanto sicuro quanto noioso, s'allontanava lentamente alle sue spalle.  Arrivò dietro al dottor Teufel. Poi si avvicinò al suo orecchio e sussurrò: 'Professore?'
Egli balzò per aria, si risistemò gli occhiali, e si girò pomposamente verso la ragazzina.
'Cosa vuoi?' borbottò.
Lei si morse il labbro, si contorse una ciocca di capelli, e poi chiese in un bisbiglio: ''Professore, c'è qualcosa che posso fare per lei?'
'No!' tuonò l'uomo. Poi si passò una mano nei capelli già scompigliati e si chinò di nuovo sul suo esperimento.
Continuava a pensare che quella piccoletta fosse solo una seccatura, ma il buonsenso gli diceva di tenersela stretta: se avesse avuto bisogno di una cavia umana, lei si sarebbe proposta immediatamente come volontaria.
Stava lavorando su un progetto grandioso: ricreare la struttura di una cellula dentro una base di metallo. Così facendo avrebbe potuto creare motori delle automobili - e non solo -  funzionanti ad ATP anziché sprecare i vari combistibili. Ecologico e geniale. Se tutto andava bene.
I fondi europei erano pochi, e se li doveva far bastare. Così aveva ingaggiato la rompiscatole, sicuro che in caso di ristrettezze economiche ella avrebbe provveduto a chiedere i soldini al suo caro paparino miliardariuccio.
Ricreò l'Apparato di Golgi col silicone. Cosa decisamente difficile, perché il meccanismo era di per sé molto fragile. Poi si spostò su una seconda scrivania per ricontrollare il progetto. O almeno, quelli erano i suoi piani, perché...
'Professore, a cosa serve questo? E questo? Oddio, questo lo conosco, ma non mi viene il nome! Ce l'ho sulla punta della lingua...'
'Dammi qua!' disse il dottor Teufel, prendendole di mano il foglio, adesso irrimediabilmente macchiato di Nutella agli angoletti. Respira, si disse, respira, ricorda i soldi, ricorda il...
'E questo prof?' continuò lei, avviandosi verso il pannello di controllo e premendo un enorme pulsante rosso.
'Nooo!' agonizzò il dottore, coprendosi gli occhi. Il suo ultimo prototipo, il Razzo Succoso, partì a tutta velocità, sfrecciò per il corridoio. Il professore tentò di prenderlo, ma  scivolò su una vescicola caduta per terra, si rialzò, corse verso il razzo, che stava per raggiungere la Cellula Bionica...
... Quando finì il succo alla pesca, planando dolcemente sul progetto della cellula, sorretto dal paracadute d'emergenza. Il dottore tirò un sospiro di sollievo. Poi si girò verso Eva.
'Tu... Tu... Vammi a prendere del glucosio! Corri! E non ti far vedere per tre ore, come minimo!'
La ragazzina uscì di scena mestamente. Il professore sprofondò nella poltrona.
Mancavano solo poche ore, e sarebbe stato ricordato da tutti come il Professor Teufel, inventore del motore ad ATP...
Si rialzò pieno di adrenalina, corse al monitor e digitò i comandi, affinché le sequenze numeriche ed i calcoli chimici combaciassero alla perfezione.
Poi saltò sull'ascensore di vetro, costruito sul modello di quello della Fabbrica del Cioccolato, e salì al 40° piano, ovvero la gigantesca cella frigorifera contenente i composti chimici più preziosi, tra i quali spiccava il suo gel - simile a quello di Morgan ma più efficace.
Prese l'ADP [come l'ATP ma con una molecola di fosforo in meno, nde.] ed il glucosio e ritornò al laboratorio.
Voi lettori vi chiederete: ma non doveva prenderlo Eva? Ebbene, Eva era stata condotta nell'archivio generale, ove il prof. Teufel teneva le cose meno preziose, e che era grande quanto un appartamento. La piccoletta non sarebbe tornata facilmente.
'Ci siamo', si disse sfregandosi le mani. Iniettò 6 molecole di ossigeno, precedentemente ibernate grazie alle ultime innovazioni tecnologiche, ed una di glucosio.
I mitocondri avviarono la respirazione cellulare. Le proteine iniziarono ad essere smaltite, sballottate, distrutte e ricomposte, il vacuolo si contraeva invano, iniziando a provocare spasmi in tutta la cellula, dai pori cellulari venne fuori del fumo, il dottore andò in panico, provò a tapparli ma questi erano troppi, e la cellula stava per implodere, sovraccarica di energia...
BOOM!
Un'enorme esplosione fece rimbombare tutto il grattacielo. Tutti gli scienziati accorsero ad aiutare il professore più geniale ed allo stesso tempo pazzo che la scienza avesse mai visto in anni ed anni di vita. Il professore, dello stroma sul naso e ribosomi dovunque come se avesse la varicella, si rialzò a fatica, accorrendo a salvare il suo prototipo. Ma di quello nemmeno l'ombra.
Il dottore iniziò a ridere istericamente, prima piano, poi sempre più forte, ed a distruggere tutto, e pianse, e rise, e distrusse...

Smash!
Un librò arrivò dritto in testa a Tommaso, che si risvegliò di colpo. Il suo professore di biologia, il dottor Teufel, lo sovrastava con un ghigno malefico dipinto in volto, il libro incriminato ancora in mano.
'Fatti bei sogni, Tommaso?' chiese. 'Se vuoi continuare, ti ispiro io: sognati il tuo voto di biologia... Perché sarà sotto lo zero!' E detto ciò, continuò: 'Per formare l'ATP sono indispensabili il glucosio e...' 
E lì Tommaso se ne fregò altamente e si riaddormentò.

Che ne dite? Super breve, ma efficace!
Dedicato alla 5°C, che sogna invano buoni voti di biologia... Un bacione! ;D
Ivy

domenica 30 settembre 2012

Sfida: CACCIAVITE A CROCE

Salve gente!
Una mia pazza amica (Elena, che saluto) mi ha dato la parola di oggi... CACCIAVITE A CROCE. Giuro che non le ho dato io le sostanze stupefacenti che l'hanno indotta a consigliarmi codesta parola.
Ook, ma bando alle ciance, ciancio alle bande (come dice Bonolis) ed iniziamo questa nuova avventura!

Scandalo a Rickdohm: ucciso il sindaco. Iniziate le ricerche dell'assassino, la polizia brancola nel buio.

Mitchell buttò il quotidiano nel cestino, poi s'accese una sigaretta. Il monitor del suo portatile segnalò una nuova mail, che aprì in modo quasi febbrile. Nulla di nuovo, pensò.

Spense la fioca luce sulla scrivania, prese il cappotto dall' appendiabiti ed uscì. Il vento sferzò il viso ricoperto di cicatrici, le mani rugose, le scarpe logore.
Da cinque giorni tentava invano di trovare una soluzione al crimine del secolo. Il sindaco Rutherford era stato barbaramente trucidato, e dell'assassino non c'era alcuna traccia. Non un'impronta, non un segno d'effrazione. Si suppone sia stato un uomo molto robusto, vista la profondità delle ferite.
Unico indizio, l'arma del delitto, lasciata infilzata nel torace: un cacciavite a croce.
Ciò faceva supporre che l'assassino fosse stato uno dei meccanici del paese, ma questi avevano un alibi di ferro: il raduno delle auto d'epoca a Dorningham Street, proprio dove doveva andare il sindaco prima di essere ucciso, e proprio dove il direttore della polizia in persona l'ha sostituito.
Mitchell aspirò una boccata, poi s'incamminò verso il pub di sua sorella. Quel direttore non gli era mai piaciuto. Era così altezzoso, legato ai soldi ed al potere... L'opposto dell'ispettore Mitchell Bones, sempre leale alla divisa e che sperperava i suoi soldi tra pub e regali a sua moglie Clara.
Arrivato a destinazione, non si stupì quando vide la sua consorte dietro al bancone con la cognata Kate. Clara non era mai stata un tipo tranquillo, e nemmeno al sesto mese di gravidanza si sarebbe fermata.
- Vuole una birra, forestiero? - chiese con un sorriso radioso.
- Magari... Giornata stressante. - rispose lui, massaggiandosi le tempie.
La moglie uscì dal bancone e cinse le spalle del marito. - Ancora quell'assassinio? -
- Si. Non ne riesco a venire a capo... Io sono certo che mi sta sfuggendo qualcosa. Ma diamine, chi non ha a casa un'oggetto come un cacciavite a croce??? Al massimo non lo avranno a croce ma a taglio... -
- Sssh, tranquillo. Ci ripenserai domani. - lo interruppe lei. Ma Mitchell non era un tipo che mollava facilmente.
- Potrebbe essere stato chiunque. Voglio dire, un cacciavite! Magari era proprio della vittima... -
- Basta! - tuonò la sorella Sarah, avvicinandosi con un boccale di birra in mano. - Se devi venire qui a pensare al lavoro, vattene! -
In quel frangente fece la sua apparizione il collega di Mitchell, Jones.
- Ehilà Mitch - lo salutò questi. Poi si rivolse alla sorella: - Sarah, me la faresti una birrettina? -
- Subito! - esclamò lei.
Jones si sedette su uno sgabello, mentre Clara ritornò dietro al bancone. Mitchell bevve una sorsata, poi si girò con aria stanca verso il collega.
- Ti prego, dimmi che ci sono novità... -
- Si - rispose l'altro bevendo a sua volta. - Ti ricordi Tess Loners, la bomba sexy delle Spicy Sox? -
- La cheerleader? -
- Esatto. Bhe, è diventata l'aiutante di Usher, il meccanico di Boston. Ed il giorno del delitto Usher disse che era malata... -
Mitchell si alzò di scatto, una scarica di adrenalina nelle vene. - Allora che aspettiamo? Andiamo ad interrogarla! -
- Non così in fretta - replicò Jones svuotando il boccale. Lo posò sul bancone con un tintinnìo, poi si asciugò la schiuma con la manica dell'impermeabile. - Il direttore Johnson ha detto che non potremo interrogarla prima di domattina. Dovremo aspettare bello.-
Mitchell lanciò un calcio al suo sgabello, guadagnandosi uno sguardo furente dalla sorella.
- Perché quello stronzo si mette sempre in mezzo? -
- Calmati, Mitch... - tentò invano di calmarlo il collega.
- Calmo un corno! - esclamò lui, uscendo dal locale sbattendo la porta. Sarah chiese scusa ai clienti, esterrefatti per l'accaduto. Clara andò a consolarlo.
- Su, su... - gli disse, massaggiandogli le spalle. - Domani la interrogherai. -
- Io sento puzza di bruciato - replicò lui - Quel tipo non me la racconta giusta. Vedremo chi deve proteggere impedendoci di interrogare Tess. - E così dicendo, rientrò nel locale.

L'indomani, Mitchell e Jones si presentarono alla porta di Tess Loners, una villetta in stile italiano. I due agenti si chiesero come faceva una venticinquenne aiutomeccanico a permettersi un luogo del genere. Cosa decisamente sospetta.
Bussarono, suonarono, ma di Tess nemmeno l'ombra.
Così, arrabbiati neri, fecero per andarsene, quando Jones indicò a Mitchell qualcosa. O meglio, qualcuno. 
Una giovane brunetta stava scendendo da una limousine, tacchi vertiginosi in mano, piastra lievemente disfatta, trucco sbavato, vestitino stropicciato. Chiuse la portiera e si avviò verso casa zoppicando.
Quando vide i poliziotti, indugiò sulla soglia; non appena Mitchell fece un passo verso di lei, essa scappò via, dando vita ad un inseguimento degno di CSI. Ma Mitchell e Jones non erano Starsky ed Hutch, e così la ragazza riuscì a fuggire.
- Tutta... Colpa... Del... Fumo... - disse Jones col fiatone.
Mitchell, persona da poche parole, si limitò ad imprecare, le mani sulle ginocchia.

Passarono due giorni, e di Tess Loners nemmeno l'ombra. Fiotti di pattuglie setacciavano tutta la città in cerca della ragazza scomparsa: unico indizio finora trovato, una lettera di minacce, senza impronte né DNA, nel cassetto dell'immondizia di fronte alla villetta.
Mitchell s'era già scoraggiato la mattina in cui arrivò una telefonata: una Tess spaventata e rauca chiedeva aiuto. Diceva che credeva di essere al vecchio porto, e che una persona molto influente la stava ricattando, e per di più uno dei suoi scagnozzi era lì a terra, ucciso dalla sua stessa pistola dopo che aveva tentato di costringere la ragazza a giocare alla roulette russa.
Ammetteva di aver ucciso il sindaco Rutherford, con cui aveva una storia, e mormorava che per lei era troppo tardi ormai. Un urlo agghiacciante, uno sparo, un tonfo. Cadde la linea.

Mitchell e Jones accorsero immediatamente sul luogo da cui proveniva la chiamata. 
La pozza di sangue usciva dalla fenditura della porta del vecchio capanno dei pescatori, ed il suo odore acre e putrido si mescolava al fetore del pesce in decomposizione, rendendo l'aria irrespirabile.
Mitchell s'avventurò nell'angusto capanno, scavalcando il corpo inerme del presunto rapinatore. Più  avanti, due corpi: una era Tess, in mano una gamba di una sedia ed un foglio; l'altro era il direttore Johnson.
Sulla lettera, solo poche parole:
La carogna è morta. Rutherford è stato vendicato.
Sotto, un cacciavite a croce.

Allora, me la cavo anche coi gialli? See you soon!
Ivy

venerdì 21 settembre 2012

Sfida: RANCORE

Salveee!!!
Vi premetto subito che ho un'orribile pseudo-tendinite alla mano destra, perciò scriverò con la sinistra... E pertanto sarò MOOOLTO lenta.
Secondo, vorrei festeggiare con voi:


 

Grazie mille!
In ogni caso, abbiamo una nuova parola (grazie Milly!) : la parola, anzi, il parolone di stamane è Rancore. Un'emozione pesante, difficile da sopportare, che talvolta sfocia in disperazione, se non in qualcosa di ben peggiore... Iniziamo.

Sole. Luce ovunque. Ombre pressoché inesistenti. Risate gioiose, sorrisi splendenti, musica allegra, dolci baci. Tanto. Troppo da sopportare. Perché il mondo non si sentiva come lui? Perché ove dovevano esserci ombre e disperazione aleggia la gioia?
Antonio non si dava pace. Si contorceva le mani, digrignava i denti, piangeva lacrime amare. Da quel giorno non era più uscito di casa, se ancora così si poteva definire quel luogo freddo, buio ed inospitale, pieno di polvere e ragnatele, coi pesanti tendoni di velluto dell'Ottocento tirati davanti alle ampie finestre e i divani di broccato coperti da teli di nylon, come se questo rendesse la stanza più pulita.
La camera di Marie era ancora chiusa a chiave. Non aveva il coraggio di vederla, non dopo quello che era successo solo una settimana prima.
Ma come poteva vivere, con quel peso sul petto?

Dling dlong!
Una voce roca e cavernosa tentò di urlare un "Marie!", ma ne uscì solo un suono indistinto, soffocato da un colpo di tosse grassa ammortizzata con un fazzoletto. 
Per fortuna, la giovane era nella biblioteca vicina. Spolverandosi le mani nel grembiule, si avviò verso il portone d'ebano.
"Chi va là?" chiese guardinga. In quel periodo stavano succedendo molte strane cose. Meglio essere prudenti.
"Antonio Benvenuti, signorina. Sono l'aiutante del dottor Blanchard. Il dottore vi aveva avvertito..."
Marie tolse in fretta il catenaccio con foga e girò il pomello. "Grazie a Dio siete qui! La bronchite è peggiorata, e... Siete italiano per caso? Si nota dall'accento. Venite con me, seguitemi!!"
Entrarono in uno stanzone buio, pieno di cimeli antichi. In mezzo alla camera c'era un letto a baldacchino amaranto, e sopra le coperte giaceva un vecchio, corroso dall'età e dalla malattia. La figlia corse al suo capezzale.
"Padre, è arrivato il medico... Suvvia, adesso vedremo che cos'avete. Orsù, padre, niente moine!" e lo sollevò leggermente. 
Antonio si avvicinò, aprì la valigetta di cuoio e auscultò il petto dell'uomo. Poi sorrise a Marie.
"Tranquillizzatevi, sembrerebbe in via di miglioramento! E' normale che la tosse peggiori leggermente, ma continuate a dargli le cure e pregate. Sono gli unici due modi per guarire!"
"Grazie mille! Ma... dottore, è possibile che v'abbia già visto da qualche parte? Mi sembrate familiare..."
"Potrebbe essere. Non sono da molto a Parigi, ma faccio lunghe camminate per le vie della città."
In quel mentre il portone si spalancò, facendo sobbalzare i due giovani. Nell'atrio angusto irruppe una donna bassa e grassoccia, che passava a malapena dal corridoio, con un cappello pieno di piume ed un soprabito color crema che le stava scoppiando addosso.
"Marie, tesoro! Perdonami, c'era una magnifica offerta da Madame Dumas... Ma chi è questo giovine? Piacere, Magdalen, la madre di Marie. E lei è..."
Antonio, spiazzato, tese la mano e strinse le dita simili a salsicciotti. "Sono il dottor Benvenuti, signora Lacroix, l'aiutante di..."
"OOOH, ma adesso ricordo! Posso chiamarvi Antoine? Fa molto più francese... Françoise mi aveva avvertita del fatto che sarebbe passato il suo assistente, ma non che questi fosse così attraente.."
"Basta così, madre." La voce di Marie era glaciale, distaccata. Antonio pensò che odiasse la madre. Glielo si leggeva negli occhi grigi, divenuti gelidi alla sua vista.
"Antonio, la posso accompagnare fuori?" gli chiese.
"Certamente" rispose lui, riprendendo il cappotto dall'appendiabiti e la bombetta dal tavolino.
Appena usciti, un vento freddo, come il tono di Marie pochi istanti prima, li avvolse tra le sue spire. Marie teneva il capo basso. Poi mormorò: "Scusatemi per prima. Io... Non sopporto mia madre. Ha sposato Papà solo per i soldi, e adesso che lui non può più controllare il suo conto in banca, si dà alla pazza gioia tra le boutique più facoltose..." Una lacrima si posò sulla sua guancia. Antonio la asciugò, con somma sorpresa di Marie.
"Vi capisco... Ma prometto che tenterò di aiutarvi."
"E in che modo, se mi posso permettere? Mio padre morirà. E' questione di giorni, se non di ore. Ed a quel punto i soldi andranno di diritto a mia madre. Ed io diverrò quasi una sguattera..." Altra lacrima, un singhiozzo. Antonio tirò fuori il suo fazzoletto, glielo porse. Lei s'asciugò il viso, ringraziò e glielo tese. "Meglio che lo teniate voi" rispose con un sorriso, che Marie ricambiò prontamente.
"Dovete scusarmi, vi ho riversato addosso tutti i miei problemi senza ritegno... "
"State tranquilla. Non c'è problema. Anzi, forse ho trovato una soluzione..."
"Davvero?" Marie s'illuminò.
"Innanzi tutto, vi giuro sulla Colonna Vendome che farò guarire vostro padre. Quanto al fermare vostra madre... Avete mai pensato ad un matrimonio combinato?"
Marie sobbalzò, poi lo guardò stralunata. "Un matrimonio? E con chi? No, io devo stare al capezzale di mio padre..."
"Ma potreste starci lo stesso! Io... Io necessito di una moglie. Sono in Francia con un visto, e se mi sposassi con una residente mi farebbero lavorare in pace. In cambio, lei avrebbe i soldi di suo padre congelati. Le assicuro che non m'interessano. E poi, vostra madre dovrebbe dar conto a voi di ogni suo acquisto. In questo modo saprete in ogni momento cosa compra. Infine, io sarei sempre vicino a vostro padre, e voi pure, e potremmo correre assieme al suo capezzale... Da parte mia, non vi chiedo niente..." E con quest'ultima frase, il giovane arrossì.
Marie era visibilmente confusa. "Io... Mi lusinga la sua proposta. Ma... Non le so dire. Ci penserò."
Un pensiero balzò nella mente di Antonio. "Non è che siete già promessa? O, ancor peggio - per me, s'intende - siete... Innamorata?"
"No, no" lo rassicurò Marie "Nessuna di queste cose. E' che... Sarebbe un cambiamento radicale. Fatemi pensare. Ma vi rassicuro: è già in partenza più si che no."
E così dicendo, se ne andò.

Le nozze furono celebrate nella chiesa di Saint-Augustin, con rito cattolico. Marie era emozionatissima, malgrado non fosse innamorata del suo giovane sposo. Indossava un abito avana lungo fino alle ginocchia, non molto ampio, con maniche lunghe e scollatura rettangolare. Guanti beige avvolgevano le mani curate ed affusolate, un velo sottile di tulle le cingeva il volto. Rose selvatiche, bianche e pure come la loro padrona, completavano la mise.
Anche Antonio era emozionato. Aveva fatto venire i suoi genitori dalla Toscana, e fatto fare il suo vestito da un sarto italiano. 
La cerimonia durò poco, anche se fu imbarazzante per entrambi scambiarsi un bacio. Erano diventati amici, certo, ma non così intimi.
Alla fine, dopo aver consumato un lauto ma veloce pasto in un ristorantino vicino, andarono dal padre di Marie, che benedì la loro unione. Solo loro due sapevano che era un matrimonio più di convenienza che d'amore, però la madre di Marie era comunque livida di rabbia.
Dopodiché, Antonio portò la sua novella sposa nel suo appartamento. Non era molto lussuoso, ma era spazioso per entrambi. Marie si chiuse nella sua stanza, e ben presto s'addormentò.

l'indomani ed i giorni seguenti Antonio li avrebbe sempre ricordati come i più frenetici della sua vita.
Corsero per mezza Francia, alla ricerca di una cura per la malattia che aveva colpito così duramente Monsieur Lacroix. Inutile dirlo, non trovarono nulla di soddisfacente. 
Marie si stava lasciando andare alla disperazione. Mangiava poco, non si curava più, pensava solo al padre, che dal canto suo la rimbrottava, dicendole che doveva prestare tutte quelle attenzioni al marito. Lei annuiva mestamente ogni volta, ma poi rimaneva lì, i gomiti sul letto, uno sciroppo in una mano ed un cucchiaio nell'altra, gli occhi stanchi, i capelli scompigliati, la veste stropicciata.
Antonio era messo anche peggio. Non dormiva da giorni, tentando di trovare la cura per quella malattia. Aveva contattato i maggiori medici mondiali, e non aveva ancora ottenuto risposta. Unico aspetto positivo, il dottor Blanchard gli aveva affidato il paziente.

Passarono i giorni, uno più angoscioso dell'altro. Non ci volle molto perché Antonio capisse che non era bronchite quella del signor Lacroix. Marie sveniva quasi regolarmente, ed Antonio dovette costringerla a mangiare sotto minaccia: o si nutriva, oppure non sarebbe più stata al capezzale del padre. Almeno così ricominciò a spulciare qualche fetta di pane. 
Ahimé, anche lei aveva capito che il padre non sarebbe vissuto ancora a lungo, e così se la prendeva col suo sposo, poiché le aveva giurato che l'avrebbe curato.
La madre, dal canto suo, non s'avvicinava nemmeno al marito, convinta fosse infettivo. Si chiudeva nelle sue stanze, a provare i vestiti, leggere ed invitare le amiche, come se niente fosse.
E come se tutto ciò non bastasse, le lettere che arrivavano ad Antonio erano sempre le stesse: Mi spiace, ma non possiamo aiutarla.

Il 19 dicembre 1926, il signor Lacroix iniziò a tossire sangue. Antonio provò a chiamare ospedali e dottori, ma non ci fu nulla da fare: ad aggravare la situazione, il telefono era nuovo, e pertanto andava molto lentamente, ed il centralino prendeva la linea a singhiozzo.
Alle ore 18.15, il signor Lacroix spirò.

Antonio non si dette pace. Continuava a ripetersi che era colpa sua, che poteva fare di più, che doveva provare altre cure.
Due giorni dopo gli arrivò la lettera di Albert Calmette: leggendo i sintomi di Monsieur Lacroix, il medico pensava che avesse la tubercolosi, e lo invitava quindi ad andare nel suo studio a Parigi per avere un campione della sua innovativa cura chiamata BCG.
La missiva aveva data 17 dicembre 1926.

Marie si chiuse nella stanza del padre per giorni, uscendone solo per il funerale: nella chiesa, la vedova si disperò in modo teatrale, suscitando l'ira della figlia, che la cacciò dalla chiesa violentemente e poi si chinò sulla tomba del padre, singhiozzando. 
Non si ebbero più notizie della signora Lacroix per molti anni; un giorno però Antonio lesse che s'era risposata con un noto banchiere, in Corsica, e che era divenuta per i figli del marito una madre modello.

Il 25 dicembre 1926, Antonio prese coraggio e bussò alla camera della moglie. Non ottenendo risposta, aprì la porta.
Marie era accasciata sul letto, le gambe leggermente divaricate, la testa girata da un lato, le braccia aperte. In una mano teneva una boccetta di sonniferi vuota, proveniente di certo dalla valigetta di Antonio, e nell'altra una lettera, in cui chiedeva perdono al giovane. Antonio corse a prendere lo stetofonendoscopio ed auscultò il cuore di Marie. Non batteva più.


Il giorno dopo ci furono i funerali. Poca gente, perlopiù conoscenti. Antonio si presentò solo per pochi istanti, poi se ne andò.
E si chiuse in casa.

Che ne dite? Un pò tragico, ma direi che il rancore si sente bene... Se ho sbagliato qualcosa (dovrebbe essere ambientato nel 1900, ma non conosco molto bene quel periodo) scrivete pure!
E commentate!
Ivy

domenica 9 settembre 2012

Sfida: PASSIONE


Salve gente! 
Ringrazio Ferruccio per essere diventato Lettore Fisso, ed incito anche gli altri a diventarlo... Grazie di cuore! E naturalmente, grazie anche alle persone che hanno fatto le 657 visualizzazioni... Ho impostato il contatore! Notato? :)
I miei cari amici Milly & Vittorio mi hanno consigliato la parola di questo new post: PASSIONE... Intrigante direi! 

Ma stavolta voglio utilizzare la parola sotto un'altra accezione... Vedrete! Per una volta, basta sdolcinatezze! ;D




Licia non riusciva a dormire quella notte. Era troppo agitata.
La tempesta che sbatteva sull'oblò del faro non l'aiutava. Troppe emozioni in un sol momento sono difficili da sopportare, e Licia non era mai stata molto forte.
Si era fatta calpestare dalla famiglia, dai finti amici, dallo pseudo ragazzo, dai professori, dai datori di lavoro. Ed il suo unico scopo, la sua passione più grande, era evaporata senza nemmeno che se ne accorgesse. Fino a quando una sua collega d'università non le aveva fatto una specie di interrogatorio: chi era, famiglia, amici, amore, hobbies... E lei aveva capito che nella vita aveva fatto tutto ciò che voleva sua madre, despota di tutte le persone che vivevano sotto il suo stesso tetto: era arrivata addirittura a segregare la figlia e suo marito nella dependance per controllarli meglio.
Un giorno però Licia era scappata dalla sua prigione dorata nell'anonimo paesello sperduto, per accettare un lavoro di fortuna come guardiana di un piccolo faro.  E lì aveva iniziato il suo progetto: aveva talento, le poche amiche non corrotte dalla madre avevano migliorato i pochi difetti, dovuti più all'inesperienza che ad altro. La sua mano era diventata ferma col passare del tempo, i suoi occhi s'erano abituati a distinguere i pigmenti colorati, le palpebre erano ormai ferme e le matite sempre temperate.
E' stata dura scappare di casa, con pochi soldi suoi, un pò di talento nel campo del trucco , un diploma non voluto al liceo scientifico e due esami all'università di chimica della città vicina, anche questi imposti con la forza, perché 'Nel paese qui vicino hanno messo un laboratorio, e conosciamo l'amica della cugina della suocera del panettiere del dirigente, che ti darà subito un lavoro'.
Licia aveva altre idee: lei voleva truccare la gente, truccarsi come voleva, non badare alla madre che appena vedeva un rossetto le imponeva una nuova proibizione. Voleva essere libera. 
"Signorina! Signorina Licia! Signorina!" Qualcuno stava sbattendo sul portone del faro. Barcollando, Licia si alzò e aprì il portellone. Mentre faceva il gesto, gettò uno sguardo all'orologio: le otto del mattino. Ennesima notte in bianco.
"Si?" chiese rabbrividendo. Un vento gelido sferzava le onde, e lei indossava solo una canottierina leggeraed un paio di culotte.
"Signorina, è arrivata la sua risposta!" 
Licia prese la lettera con mano tremante. L'aprì quasi coi denti, la divorò con gli occhi.
Accettata. Accettata! Finalmente avrebbe fatto un vero stage di trucco! 
Dalla gioia saltò al collo del postino, che rimase sorpreso per qualche minuto. Quando si staccò, chiese: "Vuole un caffé?"
"No, grazie, signorina, vado di fretta..."
"Allora arrivederci!" esclamò lei, chiudendo il portone ad un soffio dal naso del malcapitato.
"Che tipa... " borbottò lui, riaprendo l'ombrellino.

"Ci vuole passione per fare questo lavoro. Se non pensate di averla, uscite di qui, altrimenti rimboccatevi le maniche!" Stefania, la capotrucco - o almeno così la chiamavano - era stata tassativa, e fin da subito aveva mollato loro un librone contenente le regole di base (e non) del make up, un astuccio con pennellini e pennelloni e una trousse con i più svariati colori. 
Lo stage durò sei giorni: Licia passò momenti d'inferno, la mattina studiando dal libro i vari nomi e tipologie di trucco, la sera mettendole in pratica. Non parlava con nessuno, non chiedeva mai niente se necessario, andava avanti spedita, guardando video su Youtube tutte le volte che per un colpo di fortuna il wifi arrivava fino al faro.
Stefania la osservava da lontano. Licia era l'unica lì dentro che ci metteva anima e corpo: per gli altri era un semplice svago, per lei era passione. Era determinata, e non guardava in faccia nessuno - se non per truccarlo, ma se Stefania o altri si avvicinavano, diventava subito timida, e diceva che non era opera sua, che la sua passione partiva dal cuore ed arrivava alla mano, non passava dal cervello.
L'ultimo giorno di stage, Licia era distrutta: visibili occhiaie violacee s'intravedevano sulle sue gote pallide, ed il test di fine corso era davanti a lei. Le sue colleghe avevano penne rosa coi lustrini, lei una semplice Bic. Ma le altre rispondevano con difficoltà, lei con decisione. 
Anche nel test pratico si distinse, ottenendo il massimo dei voti e ricevendo il diploma di truccatrice principiante e l'attestato di partecipazione: solo a quel punto Stefania poté prenderla da parte ed offrirle un caffé. 
Di fronte alla tazza bollente parlarono a lungo: Licia era un pozzo di idee, e la capotrucco non poteva non approvarle ad una ad una. Ad un tratto, spinta dalla curiosità, le chiese della sua famiglia: ed a quel punto la timida ragazza si trasformò in un fiume in piena, piangendo lacrime amare, e ridendo solo di fronte al mascara waterproof offertole da Stefania. 
Quest'ultima bevve un'ultima sorsata di bevanda bollente, congiunse le mani davanti a sé, ed esclamò: "Ci verresti a lavorare con me in Inghilterra?".

Passarono tre anni, i migliori della vita di Licia. Lei e Stefania attraversarono le sfilate di mezza Europa truccando le modelle più belle del mondo, del calibro di Naomi Campbell e Bianca Baldi, trasformando anche il più anonimo dei visi in opere d'arte. 
Quando tornarono in Italia, Stefania sposò il suo compagno di sempre, fece un figlio e lasciò le redini a Licia. 
Dal canto suo, Licia aveva finalmente ottenuto ciò che voleva, aveva raggiunto il suo scopo nella vita, era arrivata a toccare con mano la sua passione. 
Malgrado tutto però si sentiva incompleta, infelice: quando si chiese il perché, sentì una ferita riaprirsi. E ahimé, sapeva dove trovare il cerotto per richiuderla.
Così prese un giorno di ferie - il primo in tre anni di duro lavoro - e ritornò a Casa, tra i suoi tetti cotti al sole ed i suoi orticelli piantati in giardino. Dove l'aria sapeva di cose buone, e la gente sapeva tutto di tutti. 
Di fronte alla porta si fermò, inspirò profondamente e bussò con mano tremante.
Le aprì suo padre, che l'accolse a braccia aperte. Sua sorella l'aveva contattata via mail, e pertanto Licia già sapeva che s'era trasferita, che anche lei era sfuggita alle grinfie della madre. Quella stessa madre, invecchiata parecchio, che adesso fissava Licia da dietro delle spesse lenti di vetro, e che s'alzò a fatica dalla panca di legno, s'appoggio al bastone e s'abbandonò tra le braccia della figlia perduta, piangendo e chiedendo perdono per averla amata, ma averlo fatto male. 
Licia, dal canto suo, non rispose, fino a che la madre non si staccò dal suo collo. A quel punto la fece sedere, le prese le mani rugose e le chiese, con tono implorante: "Mamma, posso truccarti?" 
Sorridendo, la madre glielo concesse.

Che ne dite??? Commentate, o almeno fatemi sapere che ne pensate (via Twitter, mail, vedete un pò voi... :D)
Bacio, & buonanotte!