. . . All you life, you were only waiting for this moment to be Free . . . * Nulla enim culpa est in somnis.
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martedì 7 giugno 2016

Last Day Ever

Ciao caro vecchio Prati,
Ho voglia di parlare con te. Sai che sono una persona egocentrica e menefreghista, quindi non m'importa cosa avranno da ridire gli altri: io ti scrivo.
Cinque anni fa ho varcato questa tua porta convinta della mia scelta. Non ho nemmeno guardato gli altri posti: hai subito avuto qualcosa che m'ha attirato come una calamita, che mi ha fatto dire "qui è dove voglio stare".
E caspita, me ne sono pentita più volte! A partire dal primo 4, che è sta
ta una coltellata in pancia dopo i voti alti delle medie; passando alle tante verifiche con "troppa roba da studiare!", approdando a quelle versioni che ancora oggi proprio non capisco.
Ma credo che questo sia il più grande insegnamento che tu mi abbia donato: mi hai richiesto sempre il meglio, cosicché anche quando non sono riuscita a dartelo, sono stata comunque eccellente.
Se mi guardo alle spalle, vedo una persona totalmente diversa da quella che sono ora. Sono entrata da precisina, meticolosa, sempre elegante (o quasi), logorroica ma sulle mie, presuntuosa da far schifo. Ora ne esco maturata (non ancora scolasticamente, ma just details), con un occhio di riguardo ai bisogni altrui e le Converse ai piedi. Ma ancora presuntuosa. Ovviamente.
Mi hai insegnato a rendermi ridicola ed a mettermi in gioco, perché la vita è una sola, e del doman non v'è certezza quindi carpe diem. Mi hai insegnato che si può essere i migliori anche senza dimostrarlo, e che viceversa coloro che lo dimostrano forse non lo sono così tanto. Mi hai insegnato che ci sarà sempre qualcuno che tenterà di buttarmi giù, ma io sto coi piedi per terra e non mi arrendo, e che uno su mille ce la fa, ma se quell'uno si gira può aiutarne altri cento. Mi hai insegnato che ancora non so spiegarti il mio metodo di studio, ma l'ho acquisito giuro!, e che anche se credo di non sapere un tubo sono in grado di parlarti di un argomento per 10 minuti. Mi hai insegnato a dubitare anche di me stessa, che le tautologie non sono spiegazioni, che la cultura non è solo umanistica ma è anche scientifica, che "siamo un liceo classico!" ma non sembra. Mi hai insegnato che anche quando il momento sembra insuperabile basta guardare avanti e tutto diventa più semplice, e mi hai insegnato che anche quando non penseresti mai di riuscirci ce la farai. Sembra banale, ma mi hai anche insegnato i valori dell'amicizia, dell'amore, del rispetto, e per questo ringrazio tutte le persone che hai accolto nella tua grande famiglia. Ed uso volutamente questo termine, perché i parenti sono serpenti e non sempre si riescono ad amare.
Oggi, scendere quelle scale correndo con in mano un pacco di farina è stato catartico, così come lo è stato imprecare un'ultima volta contro il tuo schifoso sistema per entrare in Internet, contro quelle scale che non finiscono mai, contro la fila ai bagni delle ragazze, contro le vetrine dell'anno vattelapesca, contro i banchi e le sedie, contro le porte che non si chiudono se non le sbatti. Non sono riuscita a piangere, probabilmente stasera crollerò, ma ho sentito che era giusto così.
Vai, Prati, vai ad educare altri ragazzi alla vita. Tormentali, prosciugali, e poi masticali e risputali. Ma voglio vedere quanti non ne usciranno migliorati.
Grazie.
Silvia

mercoledì 31 dicembre 2014

Bilancio 2014

Buonasera carissimi lettori,
come va quest'oggi? Spero stiate tutti bene.
La sottoscritta tende alla noia: chi mi conosce bene sa che sono la stacanovista per eccellenza, e le vacanze mi deprimono. Inoltre, mi sono buscata anche l'influenza. Dunque quale momento migliore per scrivervi? 
Ammetto la mia negligenza... L'ultimo post risale a più di un mese fa, wao. Quest'anno v'ho trascurati eh? Tant'è che sono state sollevate provocazioni: perché non lo chiudi?
Ebbene, non si può chiudere il proprio cuore.
Per farvela breve, la scrittura è angoscia. Sofferenza, dolore, ansia. Ed io ora come ora solo felice, perciò non ho ansie da buttare su carta - virtuale e non! - dunque per quale motivo dovrei scrivere?
Ma poi ho pensato. Chi fa i testi? Io. Chi dunque crea la storia? Sempre io.
E se scrivessi qualcosa di felice per una volta non sarebbe gradito?
Forse.
Dunque rieccomi da voi!
Allora. Dal 29 novembre ad oggi ci sono state un po' di feste. Dunque buona festa dell'Immacolata, buona Vigilia, buon Natale e buon Santo Stefano!
Avete apprezzato le strade intasate di gente coi pacchetti? I canti natalizi in ogni dove? Le luci di casa in casa? I Babbi Natale finti? L'odore di Vin Brulé? Dove ci sono stati, i mercatini? La gioia in ogni dove?
Io no.
Quindi auguri! Non mi dilungherò sull'argomento, perché credo che un comico di Zelig sia più bravo di me.
Come siete messi con lo stomaco? Io credo di averlo perso il 27 dicembre (già, ho mangiato di più dopo Natale che il giorno stesso).
Parenti da chiamare? Tavole da sparecchiare? Regali da riciclare? A me è andata bene.
Bando alle ciance! Prossima festa... Capodanno. Ops! Oggi è il 31. Dovrei svegliarmi prima.
Quindi... Bilancio di fine anno!

Quest'anno ve tocca sorbirvelo. Ehhh già.
Non perché sia stato un anno da schifo... Anzi al contrario. In mezzo a tanto pessimismo, ve lo dico, voglio elogiare il 2014. Perché avrà portato un sacco di dolori e dispiaceri, ma è dalla ... "cacca" che nascono i fiori! 
Dunque. E' stato un anno di amicizia, tantissima. Vorrei costruire delle statue alle mie ragazze, che ci sono sempre state anche nei momenti peggiori... E che hanno trasformato giornate normali in giornate stupende.
Per farvi ridere... A gennaio di quest'anno abbiamo realizzato un video per presentare una commedia latina. Io ho fatto la... ahem... cortigiana, con dei tacchi 12 leopardati comprati per l'occasione! (vedi foto) Anche se è andata peggio alla mia amica, che per interpretare al meglio una giovane madre ha finto di partorire il suo gatto, con la complicità di un padre d'eccezione (mio fratello). Un caos infernale, che ha avuto il culmine con la faccia scandalizzata del professore. Non ho ancora osato chiedere il voto.
Oppure... Beh, per il due giugno abbiamo fatto una gita, "scalando" un monte. Fa ridere il fatto che la sfaticata dovevo essere io, pff!, sono arrivata in cima ballando le canzoni di Christina Aguilera. Tuttavia ho persino apprezzato la montagna... (E credetemi, se lo dico io...!) Ringrazio sempre la compagnia migliore, che fa elogiare persino erba e freddo e caprette che fanno ciao.
E' stato un anno di premi, il premio "Fiaba di Natale" di Centa S. Nicolò e quello "Dreams" di Vivimondo srl. Tante emozioni, tante parole. Tanti Grazie.
E' stato un anno di tirocini, grazie al Trento Film Festival e al Centro Servizi Culturali S. Chiara, che mi hanno permesso non solo di apprezzare un lavoro che già adoravo, il mestiere di giornalista, ma di approfondire meglio anche il "dietro le quinte" degli uffici stampa, nonché di conoscere persone stupende, alle quali sono ancora legata.
E' stato un anno di Fede. Sono entrata in contatto per il secondo anno consecutivo con l'universo delle catechiste ed ho conosciuto giovani e (non più) giovani con una fede simile alla mia, e bambini... ahem, ragazzi che stanno costruendo la propria. Per di più ho fatto un passo importante, la Cresima, e mi sento totalmente parte di questa grande famiglia. Senza dimenticare il Grest, occasione stupenda per tornare bimbi fra i bimbi.
E' stato un anno di pioggia - parecchia devo dire, però dopo la pioggia viene l'arcobaleno. Infatti ricordo anche tanti sorrisi, occhioni spalancati e risate a crepapelle, perché è stato anche un anno di tante sorprese, molto belle, che hanno portato gioia in molti cuori. O almeno, così mi piace credere.
E' stato un anno che ho dedicato all'arte, sotto ogni sua forma. In particolare ho provato a scoprire i luoghi più reconditi della mia città, ed ogni qualvolta ho avuto modo di andare in una città nuova l'ho guardata con occhi diversi, cercando non solo l'attrazione che tutti amano, sed etiam il monumento dimenticato dal mondo. Invito a farlo tutti quanti... Si scoprono un sacco di cose girando l'angolo.
E' stato un anno di feste. Mai festeggiato tanto in vita mia! E si, ho fatto male a non farlo prima. Ho imparato che essere la signorina Rottelmeier non sempre è la cosa migliore, e che la musica è la più grande droga che ci sia. Vi auguro di non incontrarmi mai sulle note di David Guetta, potreste rimanere sconvolti a vita!
E' stato un anno, ebbene si, anche di studio e di scuola. Come vi ho scritto nel post precedente, l'ho presa più alla leggera, mi ha dato più soddisfazioni, m'ha persino donato il sorriso. La cultura premia, è il caso di dirlo.
E' stato un anno di coraggio. Mi lodo e mi sbrodo, perché devo dire che ho avuto parecchio coraggio, e non so nemmeno da dove l'ho preso. Ho provato a conoscere gente nuova, a perdonare, a dare acqua agli ubriachi e sostegno ai "feriti", perché le ferite interne sono peggiori di quelle esterne. A volte ho usato male il coraggio, dicendo ciò che pensavo senza esattamente pensarci prima, e ferendo persone che volevo guarire. Almeno posso dire di essere stata sempre sincera, e almeno in questo non ho rimpianti o rimorsi. E ho trovato una persona Speciale. Grazie.
Ho abbracciato un sacco di persone, e sorriso anche quando stavo male, poiché "dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo" (cit. Gandhi), e voglio più abbracci e meno lacrime. "E se anche i baci si potessero mangiare/ ci sarebbe un po' più amore e meno fame" (cit. Modà), nell'attesa ci sono i Baci Perugina, che soddisfano entrambe le richieste.
E' stato un anno di famiglia, ogni tanto difficile da capire - sono pur sempre adolescente diamine! - ma che alla fine si conclude sempre con un abbraccio. Vi voglio bene.
E' stato un anno di canzoni, di scritte colorate, di cuori sui quaderni, di amore e rose e fiori. Di libri e di film, soprattutto film - e di lacrime di gioia e di dolore. E di figuracce al cinema, perché non riesco proprio a non commentare in sala. E ... un bel po' di scuse. Ops!
E' stato un anno purtroppo di tante visite, e per fortuna di tanti risultati negativi. La salute prima di tutto.
E' stato un anno di desideri avverati, di "ma che davvero?" - per citare Cosmopolitan, ed ahimé anche l'ultimo da bimba, a livello legale. Tranquilli, è comunque impossibile eliminare la bambina che è in me! 
Ho imparato tanto.
E ho dato e ricevuto tanta fiducia, per una volta ben riposta.
Dunque ora posso anche fare una considerazione finale: grazie 2014, perché ti aspettavo come un anno di merda, e sei stato un anno meraviglioso.
Ti concluderai malissimo, visto che non posso uscire, ma non tutto il male vien per nuocere, visto che sono riuscita a scrivere un post. Finalmente.
Ora attendo il 2015 carica di allegria. Non possono che migliorare le cose, no?
Buon anno miei cari lettori, e altri 365 di questi giorni. (Un anno per volta, su!)
La vostra (quasi) fedele Ivy

PS: Al solito, mi sono rifiutata di rileggerlo. Se ci sono errori segnalatemeli, sono troppo pigra quest'oggi. Se vi fa schifo, scrivetemelo. Se vi piace, scrivetemelo comunque. Insomma, COMMENTATE!
PS 2: Devo un maxi GRAZIE ad un angelo che veglia si di me e, sono sicura, ha gran parte del merito di questo splendido anno... Ciao Nonna.

lunedì 29 settembre 2014

Mi scappa un'idea: il Valore delle cose

Cari i miei signori, buonasssera!

Come va? Spero stiate bene. Mi piace immaginarvi mentre leggete la posta, sul divano con lo smartphone in mano e gli occhiali sul naso, e ops!, compare la mail di Blogger che v'annuncia che la vostra CARISSIMA Ivy ha scritto un'altra cazz... OH, niente parolacce, stupidata delle sue.
Allora la guardate direttamente da lì, oppure - opzione per i più affezionati - entrate sul blog, per donare la vostra visualizzazione alla GIUSTISSIMA CAUSA che porto avanti: il mio egoistico diletto nel vedere che il mio blog vi piace.
Almeno, spero sia così. Se così non fosse, fareste parte della categoria di lettori che non solo legge l'aggiornamento direttamente dalla mail, ma una volta letto dice "bom, ottimo" e chiude la suddetta senza pensare che alla sottoscritta - un po' cretina forse - un commentino farebbe piacere. Anche per insultarmi, sarebbe qualcosa di diverso, una critica costruttiva (o un modo per iniziare una bella rissa online... Scherzi a parte. Vi verrei a cercare fino a casa.)
Coooooomunque. Torniamo alle cose (poco) serie. Anzi, iniziamo con esse, visto che in 30 righe ancora non mi sono degnata di iniziare codesto cavolo di post.
Tutto... (tutto che?, direte voi. Siete peggio dei lettori di Pinocchio. Pazienza, su!)
Tutto ebbe inizio una soleggiata mattinata di settembre. Tre amiche pazientavano che il professore la finisse di blaterare roba contorta e le lasciasse uscire, verso quel cielo limpido che fissavano languidamente da... Circa 44 minuti (aveva fatto un minuto di ritardo).
Scrivendo chine come monaci amanuensi gli ultimi 5 minuti di pseudo-lezione, nei quali aveva deciso che era troppo divertente torturare gli studenti per rinunciarvicisi anche quel giorno, finalmente le loro mani gettarono le penne come si può gettare la spugna, non appena captarono il dolce e soave suono del campanello di fine dì.
Zaini in spalla (due, perché la terza si ostinava ad usare borse extralarge), le tre moschettiere partivano alla volta del fast food più vicino; nel quale, una volta sedute ed una volta ordinato il loro lauto pasto (sgomitando ed imprecando contro la nonnetta tedesca che viene in Italia senza sapere un fico della lingua italiana e che blocca la fila perché non si sa esprimere), iniziarono a parlare di problemi di cuore e varie ed eventuali.
Finito lo pseudo-cibo - davvero doveva importar loro cosa avevano mangiato? Era buono, punto - si accomodarono su una panchina, e discorrevano di giovanil argomenti, lasciandosi nel frattempo bagnare dal sole (cit. Noemi©). Dopodiché baci, baci, bus e casuccia bella.
Cosa avete capito di tutto ciò? NULLA. Ivy non è impazzita, state tranquilli (cioé, potremmo parlarne, ma in questo post ho post-o troppe parentesi, basta così). (Notate il gioco di parole post/posto! Io lo trovo geniale).
Detto ciò, dicevo, posso giungere alla seconda parte di questo pseudo-testo (la parola del giorno è PSEUDO! Applauso *clap clap clap*). Giunte a casa le tre avevano prontamente aperto Whatsapp, non sia mai che si perdano quanti pezzi di pasta stava mangiando l'amica in quel frangente. Ritornando sullo splendido pomeriggio di cazzegg... Di nullafacenza, affermavano che "è stato bello", "da rifare" e, cosa che fece scattare il DINNNG tipo orribile notifica dell'Iphone nella testa di colei che sta scrivendo adesso (aka Ivy aka Io), "non da fare tutti i giorni, sennò poi diventa un'abitudine, mentre le cose belle devono essere gustate e desiderate".
Ed ecco il punto! Lo so, l'ho presa larga, ma dovevate cogliere gli step, dovevate avere la pelle d'oca.
Il valore delle cose.
Stavate aspettando questo momento da quando avete letto il titolo del post, eh? Sempre che l'abbiate letto. A me per dire piace inoltrarmi nella giungla delle parole, e poi vedere in che territorio sono. (Leggo di getto - non leggo il titolo).
Il Valore delle cose. Lo metto maiuscolo cavoli, perché oggi mi sento ribelle, e se i filosofi possono mettere Bene, Virtù, Acqua, Fuoco, Arché o chessoio maiuscole, io posso sottolineare il valore della parola Valore con una super V (ma che non sta per vendetta).
Si beh, mi stavo lavando i capelli e, con la testa sotto l'acqua, non avevo modo di bloccare il flusso di pensieri che scorreva assieme all'H2O nella e sulla mia capoccia dura. E ho avuto la rivelazione: cosa scrivere sull'argomento Valore delle cose! Perciò ho finito in fretta e furia e ho scritto all'amica della citazione (come potete vedere dalla STUPENDA immagine/screen): MI SCAPPA UN'IDEA! E dovevo bloccarla, metterla su carta, o meglio online.
Only miss the sun when it starts to snow/ Only know your love when you let her go cantava Passenger. Si capisce il Valore delle cose solo quando si perdono, o comunque si stanno per perdere. O quando non sono scontate, vengono dal cuore, o da una sorpresa, che sia del destino o del superenalotto.
Un abbraccio della mamma mentre stai studiando.
Il papà che ripara i tuoi danni con l'Attack.
Il fratellino che entra in camera tua con la musica tamarra apppallla, ma che almeno t'ha pensato per ballare assieme.
Lo sconosciuto che ti sorride per strada quando hai fatto una gaffe, o l'autista dell'autobus che vedendoti arrivare correndo t'aspetta per qualche secondo, per poi esclamare "Respira!".
L'amica che ti scrive il buongiorno e la buonanotte, che s'interessa a ciò che fai, che anche se hai mangiato pasta al pomodoro - niente di più banale alla fin fine - scrive "Buona!" e mette un cuore rosso.
Piccole cose da condividere col mondo, per renderlo migliore e rallegrare la giornata a qualcuno.
E a me è venuto spontaneo condividere questo pensiero, che fa molto da Facebook in realtà, con voi, che ormai siete un po' miei amici. E questo non è da Facebook.
Per concludere quest'accozzaglia di pensieri senza senso ma con un file rouge che li collega, vorrei salutare le due moschettiere (Sarah e Anna) che m'hanno ispirato il modo per non aprire subito il quaderno di filosofia. CIAO!
[Prof, spero che le capiti di leggere questo post e che abbia pietà di me. Sono troppo filosofa per studiare filosofia: la filosofia si pratica, non si legge.]

Buoanotte, bacioni!
La vostra Ivy, un po' fusa forse ma sempre #strong

sabato 27 settembre 2014

It's time

Buon pomeriggio miei cari lettori!
Ho visto uno stupendo 9470 sul contatore delle visualizzazioni: graziegraziegrazie, 9470 volte grazie!
Detto ciò, oggi davanti ad Orazio non ho potuto astenermi dall'immaginare di finire tutto ciò...
E beh, temo che l'anno prossimo m'iscriverò al Centro di Igiene Mentale.
Have a good reading!

La musica le rimbombava nel petto, facendo a gara col cuore. Gocce di sudore scorrevano fino alla scollatura, distogliendo per una frazione di secondo l'attenzione dal sorriso luminoso che irradiava gioia nel mondo.
Sciolse i capelli e tolse il maglione, rimanendo in canotta. I muscoli definiti scattarono, ritmarono il pavimento con affondi e balzi, agitavano le braccia come fronde degli alberi col vento, degno rappresentante delle note nelle sue orecchie. Piroettava sul piede maciullato, alternando il classico ed il moderno, prendendo da entrambi il meglio. Simile ai fotogrammi nella tv, scattava da un'espressione all'altra, senza però uscire dall'armonia che l'avvolgeva.
Salì sul banco di fronte a lei, calpestò scritte sbiadite, problemi forse ormai risolti, forse ancora persistenti. Scalciò un quattro, lanciò in aria un nove, baciò un dieci cullandolo tra le sue braccia.
Uscì da quell'aula che ormai era più una casa. Rubò una scopa al bidello che le fece perdere tanto tempo con avvisi inesistenti, la capovolse e scrisse frasi incomprensibili sul marmo consunto dal tempo. Poggiò il fedele compagno di danze al muro e scivolò fino alla fine del corridoio, e giù per il corrimano, atterrando tra una scala e l'altra e scendendo la rampa ancheggiando a ritmo.
Si tolse dal reggiseno il bigliettino di matematica e lo stracciò; i pezzettini atterrarono lievi sugli scalini lucidati da anni di Converse nuove di paghetta.
Alla fine trovò loro. La sua stupenda classe, che di classe non aveva proprio nulla, se non l'arte di decorare in modo kitsch un ambiente tanto austero e l'abilità di passare lo stesso compito a venti persone senza farsi beccare.
Con alcuni aveva fatto a botte, con altri aveva parlato solo di scuola; c'erano le migliori amiche, l'ex, quella stronza coi suoi stessi sogni, quella ragazzetta timida col carattere represso dal rigore dei genitori. Erano partiti da bambini, convinti che il liceo fosse più uno status symbol che una scuola, pensando che bastava studiare quanto alle medie e che la buona volontà sia la risposta a tutto.
Ora gli sguardi persi erano diventati stanchi, con in sottofondo la determinazione dovuta al riprendersi il futuro, pronti a sbattersi sui libri altri cinque anni, puntando al Giardino dell'Eden, ad essere i primi. Avevano collezionato lacrime e respirato tante di quelle difficoltà da riscrivere la Divina Commedia, ma se qualcuno avesse nominato loro Dante in quel frangente sarebbe finita male. 
S'erano fatti forza l'un l'altro quando mancavano cinque minuti al suono della campanella e l'omino alla cattedra iniziava un nuovo capitolo, si erano insultati quando la timida studiosa aveva ricordato quel compito lungo come la via Appia, che per il medesimo motivo avevano cancellato dal diario senza nemmeno aprir libro. Lo stesso diario custode di segreti invisibili, dediche immutate nel tempo, lacrime e sorrisi, quel giorno nel quale ci fu quell'incontro meraviglioso e quello nel quale quello si prese un voto più alto di quanto avesse meritato, accanto alla caricatura del preside.

Era il momento di dividere le proprie vie. 
In che modo?, era la domanda muta tatuata sulle mani strette a formare una catena umana.
Con quest'animo s'apprestarono ad uscire, per l'ultima volta assieme, da quell'edificio, con alle orecchie It's Time degli Imagine Dragons: così diversa dalla What Time Is It? che sancì la fine delle medie, quando s'imitava il ciuffo di Zac Efron per essere fighi.
Niente più mimesis da quel momento in poi: ognuno col suo stile, ognuno con la sua mente. Era forse questo il grande come?
O era forse scritto nei loro cuori, dove avevano riposto il dolore della separazione, accanto alla gioia del loro legame?
Dovevano cercarlo sul fondo delle bottiglie di birra che avrebbero usato per festeggiare? O su quello del caffè che avrebbero preso la prima ora all'Università?
La lotta con la vita era all'inizio del terzo round, il pubblico si stava definendo, ognuno aveva scelto le proprie armi e pulito il proprio ring. Era ora di mettere k.o. gli ostacoli, lasciando le lacrime a far colare il trucco, brillando sopra i sorrisi a fatica conquistati.

Fuori dal liceo non c'era alcun pubblico ad acclamarli, né medaglie da appendere al collo.
Non c'era il diploma già stampato, né un falò di libri sui quali s'erano uccisi per cinque eterni anni.
Non c'erano fantasmi di persone che se n'erano andate, né ologrammi di chi li avrebbe attesi.
Sapevano solo una cosa: che quella loro compagna, che con coraggio aveva organizzato quell'harlem shake da mettere su Youtube per pubblicizzare la loro tanto amata, odiatissima scuola, radunando un'ultima volta quei ragazzi già proiettati verso il domani, aveva colto l'essenza della loro età: volate via, affrontate tutto cantando e gioendo, carpe diem.

Buona serata a tutti! 
Ivy :* 

Ps: mi sono accorta che questo è il 100° articolo ** Have fun!

sabato 1 marzo 2014

Ciao Chiara, una di noi

Buonasera cari lettori,
è da un po' che non ci si sente, vero? Lo so, sono stata imperdonabile, un intero mese senza scrivere... Non dico il giorno del mio compleanno, ma almeno a San Valentino avrei potuto pubblicare qualcosa! Vi ringrazio comunque per tutto il sostegno che continuate a darmi.
Sebbene sia fragile come scusa, la scuola m'ha impegnata un sacco. Tuttavia, oggi voglio dedicare questo post di ritorno ad una ragazza speciale. Si chiama Chiara Da Rugna, ha 18 anni ed è solare, divertente, intelligente, sognatrice. O almeno, così ho sentito dire.
Una mattina come tante, lei s'è alzata come m'alzo io ogni mattina: s'è vestita, ha fatto colazione, ha preso la cartella ed è andata a scuola, nel suo Liceo, per fare il tema d'italiano. Lo stesso giorno, centinaia di migliaia di studenti ripetevano le sue azioni, pensando fosse solo un'altra giornata da schifo come le altre feriali.
Ma per Chiara non è stato così. 
Chiara s'è sentita male, come si sentono male tutti gli studenti prima o poi; un po' di nausea, qualche linea di febbre, un po' di stanchezza. Solo che i sintomi di Chiara non erano segno di un semplice virus stagionale.
Chiara è morta ieri notte, per colpa di una meningite fulminante.
La ragazza sorridente che sognava l'Università a Torino non c'è più.
Che dire... Fare una riflessione sulla caducità della vita serve a qualcosa? Non direi. Ma la si può ricordarem e ci si può interrogare. Perché, sebbene oggi nel mio Liceo abbiamo fatto un minuto di silenzio in suo onore, un minuto non basta a ricordare 18 anni di vita.
Non la conoscevo, lo ammetto, e a malapena conosco alcuni suoi amici. E mi stupisco di come io possa soffrire la sua perdita senza sapere nemmeno chi lei fosse.
Per tentare di capire, mi sono immedesimata nelle persone che la circondavano. 
Nei suoi amici e compagni di scuola.
Nei suoi professori.
Nei suoi parenti.
Nei suoi genitori.
Quando ero con la mia mamma sull'autobus, sentivamo le ragazzine ridere, parlare di cazzate, senza pensieri se non le vacanze di quattro giorni che sarebbero iniziate l'indomani. Cosa avrebbero detto se avessero detto loro che non ci sarebbe stato domani? E lei, in veste di madre, cosa avrebbe fatto se sua figlia fosse morta senza che lei potesse accorgersene né far nulla? Con che occhi avrebbe visto quelle ragazze spensierate?
Non lo so. Nessuno lo sa, senza averlo provato. E ovviamente auguro a tutti quanti di non scoprirlo mai.
Inoltre, aprendo Facebook, ho trovato le dediche delle persone che le volevano bene. Perché, si chiedevano tutti. Perché?
E io? Nei panni di Chiara, cosa avrei pensato un minuto prima di morire?
Chiara, se da lassù potrai leggere il mio post, cos'hai pensato?
A quanto è stata breve la tua vita? O a quanto hai vissuto?
A ciò che avresti voluto fare, o a tutto ciò che hai fatto?
Ai momenti tristi, gioiosi, pazzi, riflessivi? Ai sentimenti che hai provato? A quelli che avresti voluto provare?
Al matrimonio, ai figli, ai viaggi, alla libertà, ad una casa tutta tua, alle rughe, ai nipotini sulle ginocchia il sabato a pranzo? O a quando hai imparato a scrivere, al tuo tatuaggio, al mare, al teatro, all'arte?
Sei mai stata fidanzata? Hai fatto un viaggio all'estero? Cosa volevi fare, dopo Lettere Moderne?
Fate anche voi un minuto di silenzio per lei, ve ne prego, e domattina in chiesa fate una preghiera ricordandola. Grazie Chiara, per essere stata ciò che sei. Nelle nostre menti, nei nostri cuori, dentro ad ogni studente e studentessa.
Ivy

giovedì 12 dicembre 2013

Udienze Generali

Eccomi tornata... Buona lettura! ;*

Quanti di voi sono genitori? Quanti, per ora, solo figli?
Cari miei, in tutti e due i casi conoscerete di certo la triste realtà delle UDIENZE.
Che siano individuali o generali, che li chiamiate colloqui o incontri, sono in ogni caso il terrore di genitori e studenti.
Non dei genitori, dite voi? Lasciate che vi racconti una storia.
Era un gelido mercoledì di novembre. Il freddo entrava sotto i vestiti senza bussare, e i guanti servivano solo ad elettrizzare i capelli. Passando per Via Gualazzi, dove ci sono le scuole medie Aristofane, avreste visto un'orda di persone simili a ghiaccioli che tremavano all'unisono. Chi tentava di far funzionare l'Iphone, sebbene ci fossero due gradi sotto lo zero; chi sforzava la vista leggendo un libro di Stephen King alla fioca luce di un lampione - che, guarda il fato, si spense due minuti dopo; chi conversava col vicino, provando a non mostrare quanto questi gli stesse antipatico.
A rompere questa monotonia ci pensò una signora col grembiule azzurrino e i capelli rosso menopausa. Aprì le pesanti porte di vetro, e imprecò al cielo, un po' per il gelo, un po' per l'essere costretta a lavorare alle cinque del pomeriggio quando sembravano le otto di sera: questo semplice gesto bastò per risvegliare gli animi congelati dei genitori, che, dopo un attimo di smarrimento, sollevarono lo sguardo, presero la rincorsa e si gettarono tra i battenti urlando, le penne blu e nere impugnate come fossero spade; nell'altra mano, il foglio con la tabella dei professori e delle aule. La battaglia per la supremazia del proprio figlio era iniziata.
Quelli che erano ormai al loro terzo anno di udienze s'erano organizzati: la madre comandava il Battaglione Alfa al piano terra, gridando ad ognuno il proprio compito. "Luigi, terzo piano, Monforte in aula d'arte, Dorelli in aula di musica e Ferretti in IIIC; Michele, secondo piano, Callega in IIA, Kalima in IF e Luguori in IIB; Vittoria, primo piano, Lari in aula di lingue, Rengoni in ID. Io farò il piano terra." E all'urlo "Vergoni, attaccate!" ognuno correva a segnare il proprio cognome sulla lista, per finire al più presto quello strazio.
Inutile dirlo, i poveri genitori alle prime udienze, giunti dalle calme maestre delle elementari, erano a dir poco sconvolti da quella baraonda. Tanto che, se andaste a vedere le liste di prenotazione dei professori, li trovereste negli ultimi posti, e li vedreste uscire dalla scuola verso le otto di sera, arrabbiati per non essere riusciti a fare udienza col docente di ginnastica che, si sa, è sempre quello "Che ha nove classi, non può ascoltare tutti!".
Come avvoltoi, appollaiati fuori dalle aule, i genitori parlocchiavano tra di loro ammazzando il tempo. Un genitore usciva, si cancellava, entrava l'altro. Di tanto in tanto si sentivano commenti del tipo: "Quello dev'essere il padre di Emmanuel, quel ragazzino che picchia tutti e non studia. Ah, ci sarà da aspettare, ne avrà di cose da dire il professore... Pover'uomo, che deve sopportare!" oppure "Guarda, la mamma di Lucia! Beata lei, almeno sua figlia studia, facesse qualcosa la mia... Ma guarda che scarpe! Sono orribili, meglio mia figlia vah!". Solo le madri, ovviamente; i padri erano troppo impegnati a dormire, a guardare i risultati della Champions sullo smartphone, a difendere la propria squadra del cuore dal genitore ultra degli avversari o guardare la coscia semi-scoperta della mamma single della nuova ragazzina brasiliana (chiedendosi se la madre avesse bisogno di ripetizioni di italiano a domicilio).
I tacchi delle mamme risuonavano negli spogli corridoi; il professore di musica, che poverino non vuole mai sentire nessuno, parlava da classe a classe con quello di religione, altro piccolo ignorato. Ahimé, c'è razzismo anche tra le materie.
Il bisbiglio, il tacchettio, il parlottio, il clacson nella strada sottostante, la stanchezza... Tutto ciò rendeva suscettibili tutti quanti; dopo una giornata di lavoro si sognava solo il pigiama. Ma come ogni udienza che si rispetti il culmine dello stress si ebbe quando arrivò Il Furbo.
Il Furbo, per chi non lo sapesse, è quel genitore che aspetta la distrazione altrui per cancellare le persone davanti a lui e dire "Oh, tocca a me!" e sgattaiolare furtivo nella classe. O peggio, quello che, uscito il genitore che c'era prima, urla "Vado di fretta!" e frega il posto sotto al naso di tutti, padre-sconvolto-che-stava-per-entrare compreso.
Appena uscito, è semplice immaginarlo, trovava una decina di genitori coi forconi pronti a protestare. Ma che dire, lui le udienze intanto se l'era fatte, e loro non poterono far altro che leccarsi le ferite nell'orgoglio come i gattini con le zampine. Come se non bastasse la stanchezza accumulatasi fino ad allora!
Se vogliamo aggiungere un altro personaggio, è la mamma della sapientona. Quella donna viscida, che andava in giro con la puzza sotto il naso sbattendo i tacchettini da un centimentro come se volesse rompere il pavimento. Probabilmente era rappresentante di classe, nonché la rompipalle che organizza le festicciole per la sua bambina - costringendo i genitori a mandare i propri figli - dimenticandosi che l'asilo era passato da un po'. Era impossibile evitarla: puntava la preda, e s'attaccava al malcapitato (o alla malcapitata) come una sanguisuga.
Alla fine della nostra sessione di udienze, i professori avevano detto ad ognuno una delle tre formule canoniche ("E' intelligente ma non si applica", "Va bene, studia, ma potrebbe fare di più" oppure "Ottimo, davvero, ma fategli fare di meno, s'uccide di studio") tanto per ribadire che, come i genitori, anche loro non s'accontentano mai, e quando ormai i loro figli erano sul punto di chiamare Chi L'Ha Visto, impazienti di sapere se avrebbero potuto vivere in simbiosi col loro cellulare o se sarebbe stato sequestrato, i genitori tornarono a casa affranti, si gettarono sul divano e dissero: "Il prossimo anno, udienze individuali!".
Ma... Sono davvero più tranquille?  Lo scopriremo asseme la prossima volta.

Bacioni, e scusate ancora per l'assenza!
Yours,
Ivy

mercoledì 12 giugno 2013

IL MISTERO DEL GATTO PERDUTO

Ma ssalve signori miei!
Scuola finita! Un po' dispiace. Ma solo un po': datemi una settimana e già non avrò più alcun sentimento triste ;D
Sono lieta d'annunciarvi la mia vittoria del premio letterario della mia scuola! Ed ecco a voi il mio testo... Buona lettura!


Le luci del vernissage illuminavano Imperia, quella notte. Un centinaio di ricchi abiti scintillanti sfilavano ordinatamente davanti ai quadri moderni; gli smokings invece troneggiavano attorno al piano bar. Solo una donna chiacchierava allegramente con gli uomini: non eccessivamente bella, capelli biondo cenere abilmente tinti raccolti in un toupet, occhi nocciola tendenti al verde, zigomi pronunciati e naso aquilino. Indossava un vestito turchese ricco di paillette simili ai granelli di zucchero, che le lasciava scoperte le ampie spalle. Completavano la mise vertiginosi tacchi venti dello stesso colore della pochette ed enormi orecchini grigio ghiaccio.
“Per i miei gusti queste vostre mogli perfette sono noiose e basta. Piuttosto, chi mi offre un sigaro?” Un uomo le porse una scatola. “Cubano, ottima scelta. Dicevo…” Un altro le tese l’accendino. Accese, tirò una boccata. “Dicevo, l’arte è affascinante, altrimenti non sarei qui, ma mettersi  a spettegolare sull’artista è disgustoso! Ve l’assicuro, la vostra compagnia è migliore.”
“Non è sposata, vero?” domandò uno dei presenti, divertito.
“Sposata io? Le sembro una persona sopportabile?” Risate diffuse, roche, allegre. “Suvvia, non diciamo sciocchezze. È già tanto se mi sopporta il mio cane.”
“Di cosa si occupa, signora Zuccheni?”
“Oh, niente di particolare. Compro quadri e li cedo al miglior offerente, acquisto appartamenti e li rivendo, grazie all’eredità di una mia vecchia zia. Eh già, Zia Betty m’ha sistemato la vita… L’avessi almeno conosciuta! E poi… Scusatemi.” Tirò fuori il Blackberry urlante. Zittì i Maroon 5 cliccando sul pulsante dalla cornetta verde. “Pronto?” rispose allegra. Poi divenne seria. “Arrivo subito.”
“Signori miei” disse agli uomini, “temo che dovrete continuare senza di me. Il dovere mi chiama! E grazie ancora per il sigaro.” E tacchettando uscì dalla galleria. Con le unghie smaltate di grigio tortora digitò un numero.
Dall’altra parte, un uomo dai capelli scuri, a petto nudo s’allenava a picchiare un punching ball nella piccola palestra che gestiva. Il sudore grondava sulla tartaruga ormai ben definita e sul pavimento scheggiato. I suoi pugni, circondati dai guantoni, facevano oscillare pericolosamente il sacco. Proprio sul più bello il cellulare iniziò a squillare. Con rabbia si tolse i guantoni e li scagliò per terra; poi prese un asciugamano, s’asciugò alla meno peggio, dunque rispose con un “Che c’è?” piuttosto alterato.
“Ehi cavernicolo, m’hanno chiamato dalla Centrale, allarme rosso.”
“Sai che non mi devi disturbare quando m’alleno!”
“Sai che devi essere sempre pronto per le emergenze!” E riattaccò.
L’uomo sbuffò e s’infilò sotto la doccia.

Venti minuti dopo erano al Posto di Polizia del paesello vicino, San Lorenzo Al Mare. I due si salutarono con un cenno.
“Beatrice…” “Diego…”
Erano tornati nelle loro vesti abituali: lei un tallieur leggero con una giacca aperta sulla camicetta candida, lui jeans e giubbotto di pelle.
“Bene” esordì il Commissario, un uomo alto e smilzo con radi capelli. “Finalmente abbiamo un caso serio da assegnarvi!”
“Un morto?” chiese Diego. “Un rapimento, una truffa, una rapina?”
“No, una sparizione!” I due si fecero attenti. “È scomparso… Il gatto della signora Marchese!”
Diego lanciò una colorita imprecazione. Beatrice tuonò: “Un gatto? UN GATTO? Sono dieci anni che lavoriamo qui, siamo gli unici investigatori della zona, mollate i casi seri alla Centrale di Imperia e ci affibbiate UN GATTO?”
Il Commissario era sbiancato. “Si…M-ma è serio… I-il fe-felino è sco-co-comparso da due settimane e…”
“E?”
“…E c’è stata una richiesta di riscatto. Diecimila bigliettoni.”
“Da parte di chi?”
“Non si sa, dovete scoprirlo voi!”
I due si guardarono negli occhi. Poi sospirarono. “E va bene!”
Il Comandante andò ad abbracciarli, successivamente consegnò loro il fascicolo inerente al caso (limitato a una fotocopia della lettera di minacce e a una foto del gatto).
Fuori dalla questura, Beatrice guardò teneramente il compagno. “Adesso mi saluti?”
Diego la baciò. “Questa storia del matrimonio nascosto è più semplice del previsto…”
Salirono in macchina, diretti alla loro casetta sul mare, fuori San Lorenzo, per non destare sospetti.
In pigiama, una tazza di caffè davanti, esaminarono le prove.
“Uhm, il rapinatore dev’essere straniero. ‘Salve siniora, io volio dieccimilla euro in contati entro lunedi matina o suo gato fara bruta finne. Mette in casetta posta di via Cipressa 8 entro ore doddici.’ A meno che non sia un povero marinaio analfabeta.”
“O non sia per depistarci.”
“Anche.” Beatrice guardò la foto del gatto e scoppiò a ridere.  La passò al marito, che rise come lei. Il gatto era nero con macchie bianche, grasso come l’omino Michelin e con un fiocco rosa confetto al collo. “Ci sarà voluta una gru per sollevarlo!” commentò lui.
“Quindi ne dobbiamo dedurre che il nostro rapitore…”
“O la nostra rapinatrice!”
“…O la nostra rapinatrice ha forza da vendere ed un pessimo italiano?”
“Esatto” concluse lui alzandosi dalla sedia di vimini. Ormai fuori albeggiava. “Io direi di fare un sonnellino e poi iniziare le indagini.” Si stiracchiò.
“Buona idea” sbadigliò lei. E andarono a letto.

L’indomani partirono con l’indagine interrogando gli operai stranieri che lavoravano nel cantiere vicino a Villa Buonsole. La maggior parte erano albanesi padri di famiglia, con alibi di ferro: si frequentavano solo tra di loro oppure  rimanevano a casa con le mogli e i pargoletti. Uno di loro però era privo d’alibi: un rumeno giunto in paese da poco, che riusciva a comunicare con gli altri solo in inglese. Cezar infatti era in Italia da poche settimane, poiché aveva perso il suo lavoro in Romania. “Ma io brava persona” diceva “io laureato in Romania, in Italia non conta!”
In ogni caso, i due coniugi continuarono le ricerche: era impossibile condannare un uomo senza prove, specialmente se il poverino in questione non aveva colpe. Quindi chiesero di entrare nella villa: la signora Marchese, vedova da anni, fu ben lieta di accoglierli… per quanto potesse esserlo.
Infatti, dopo la morte del marito alla veneranda età di ottantanove anni, l’unica compagnia rimastale era quella del gatto Cleopatra – per lei Cleo - che coccolava come fosse figlio suo, non avendone avuti.
La casa era enorme, buia a causa delle tende tirate - cosicché il puzzo di chiuso regnava sovrano – e piuttosto sporca – a novantotto anni è difficile fare le pulizie.
La signora Marchese li accolse vestita di nero, pallida come un cadavere; insistette che rimanessero a pranzo. “Credo che le vostre case siano lontane…” mormorò con voce flebile.
Le ricerche partirono dalla camera di Cleo: più linda delle altre, risaltavano un enorme letto a baldacchino con una coperta di velluto rosa e una composizione di ciotole d’argento colme di ogni ben di Dio. “Cucino per lui, io non mangio molto” si giustificò la vecchina.
Beatrice e Diego trovarono più di quanto s’aspettassero: un brick di vino di bassa qualità vuoto, residui di fazzoletti, un foglio di carta in cui era avvolto un chewing gum. Di certo non appartenevano alla signora Marchese: tutti sapevano che era ormai sdentata e di certo non beveva. Per di più si poteva permettere una bottiglia di vino pregiato.
Dovendo sorbirsi la brodaglia di cavoli che la signora aveva amorevolmente preparato, uscirono dalla villa verso le tre del pomeriggio, più spossati per il pranzo che per le indagini. “Adesso che si fa?” chiese Diego accendendosi una sigaretta.
“Si va al supermercato!” rispose Beatrice, togliendogliela di bocca e schiacciandola sotto ai piedi. Diego s’adirò ma non disse nulla: nessuna scenata davanti alla gente.
Il commesso Armando fu molto utile. “Si, circa due settimane fa era venuto uno straniero: non era un turista, si vedeva, anche perché m’ha chiesto un B&B ove alloggiare per una notte. I turisti vengono da Imperia, non passano mai la notte in Paese. Comunque ha comprato solo un brick di vino.” Senza darlo a vedere i detectives esultarono. Ringraziando, si diressero al B&B del paese. La signora Lucia, dopo averli rimpinzati a dovere di dolci, esclamò col suo bel vocione: “Ma si, quell’uomo affascinante! Un po’ grasso devo dire, ma non si vede mai gente nuova qui… Si, ha lasciato il nominativo, ma non so se posso darvelo… Ma suvvia, siete investigatori, si che posso:  aveva un nome buffo…  Muziano Serra. Muziano! Povero bimbo…” Ma non fece in tempo a finire la frase che già Beatrice e Diego s’erano precipitati a Villa Buonsole.
“Signora! Conosce un certo Muziano Serra?” chiesero trafelati per la corsa.
“Muziano… Muziano… L’ho già sentito. Se non sbaglio era un prozio della sorella di…”
“Ancora in vita!” ringhiò Diego.
“Ecco, guardate l’albero genealogico” e li condusse in una stanza con un albero sulla parete, simile a quello di Harry Potter ma fermo. In fondo, un nome impolverato come gli altri ma solitario: Beatrice tese il palmo, levò la polvere e lesse il nome. Muziano Maria Gesualdo Serra, pronipote della Contessa Marchese.
“Attualmente dove abita suo nipote?” domandò Diego. Il mistero era quasi stato risolto, ancora poco e…
“E che ne so!” ribatté la signora.
“Come non lo sa!?!” Diego le stava per saltare addosso dalla rabbia, quando Beatrice s’interpose tra i due. “Signora, ha le Pagine Bianche?” chiese allora Beatrice.
La Contessa le tese una copia del 1997. Un po’ datata.
Quindi i due corsero alle Poste vicine, e nell’elenco telefonico più recente scoprirono che il nipote abitava proprio ad Imperia. Dunque salirono in macchina alla velocità della luce, guidarono a sirene spiegate e smontarono nei pressi d’un appartamentino piuttosto angusto. Pistole alla mano – mai usate ovviamente – si misero ai lati della porta. Al tre, Diego la sfondò.
Sul pavimento si trovava il gatto, acciambellato su un lenzuolo. Muziano dormiva su un divano vicino. Nell’aria, un olezzo di pipì felina.


Incredibile storia accaduta a San Lorenzo Al Mare, piccolo borgo ligure: un uomo rapisce il gatto della ricca bisnonna, con l’intento di sopprimerlo perché, alla morte della signora, tutta l’eredità sarebbe andata al felino, non essendo stato lui citatonel testamento della vedova. Sperando che la nonna morisse di crepacuore alla perdita del gatto, non ha fatto i conti con gli investigatori del luogo, che hanno prontamente fermato l’improvvisato rapitore. Un mistero che è andato avanti per ben due settimane, senza che la vecchina sapesse dove fosse finito il suo gatto, né ricordasse di avere un nipote ancora in vita. Il gatto, visibilmente obeso, è ora ricoverato all’ospedale veterinario di Imperia per una lavanda gastrica: per trasportarlo l’uomo l’aveva infatti ubriacato. I due poliziotti, che a sorpresa erano sposati all’insaputa di tutti, otterranno questo pomeriggio le chiavi del paese. ”

Beh? Che dite, l'ha meritata la vittoria? Commentate!
Kiss ;*
Ivy

martedì 21 maggio 2013

Mi fa strano riflettere

Buon pomeriggio a tutti!
Grazie di cuore ragazzi, ragazze, signori & signore... Non mi sarei mai aspettata un anno fa di raggiungere un risultato simile. Per voi magari è poco, ma per me è tantissimo <3 Thanks 4 + 3000 visualizations :*
Ecco a voi una piccola storiella. Spero vi piaccia.

Lucia, sette anni o poco più, sentiva un dì la lezione della sua maestra di italiano. Grembiulino blu, gambette a penzoloni, matitina in mano, segnava tutte le paroline che la ispiravano. Quel giorno c'era solo un concetto sul foglio: il verbo PENSARE spiccava al centro, colorato di verde, e attorno svolazzavano 'riflettere', 'sogni', 'ritenere' e altri vocaboli pronunciati dall'insegnante. Poco prima che suonasse la campanella, destò la manina e chiese cosa fosse il pensiero. "Chiedilo a te stessa!" le rispose la maestra, e le disse di farlo come compito per l'indomani.
Tornata a casa, la piccola Lucia si accomodò sul divano: fronte corrugata, bocca arricciata, palme sotto al mento, piante incrociate, occhi all'insù, poi strizzati, poi spalancati.
Sua madre se ne preoccupò: solitamente Lucia era un tipetto frizzante, di quelli che corrono notte e giorno a destra e a manca. Così s'accucciò sotto di lei, seduta sul tappeto, e le domandò: "Piccola, cosa stai facendo?" 
E lei: "Mi sto interrogando. Ma non come la maestra, sciocchina. Mi domando le cose importanti."
"E quali sono?"
"Te lo dice lei." 
"Lei chi?". La mamma era piuttosto confusa.
"Non la senti?"
"Chi, amore?"
"La voce."
"La voce?"
"Si, la bimba con la mia stessa voce. Abita nella mia testa."

"Se abita nella tua testa, non la posso sentire."
"E perché?"
"Perché è cosi, Lucia, non ci sono spiegazioni."
"Adesso provo a fartela sentire!" esclamò strizzando gli occhietti vispi e i forti pugnetti. "Senti mamma, senti?"
"No, cara, non sento. Che cosa dice?"
"Dice... Dice che ti vuole tanto tanto bene! Perché non lo senti? Gliel'ho ordinato! Ho ordinato di fartelo sentire!"
"Come?" 
Lucia si rabbuiò di colpo. Abbassò i pugnetti. Si fece assorta. Poi replicò: "Non lo so. Adesso ci penso. E' bello pensare, sai? Anche se mi fa strano riflettere."
"Si dice è strano, Lucia."
"Nono: mi fa strano. Per la mia amica non è strano, quindi non è strano. E' strano solo per me. E siccome non sono io che rifletto, ma la voce nella mia testa, è lei che mi fa riflettere, quindi riflettere mi fa strano. Adesso lasciami pensare. Mi piace."

E come nei fumetti, iniziò col suo mumble mumble. Parlava alla sua voce e lei le rispondeva come lei voleva. Era sua amica. Se si voleva alzare, la voce la faceva alzare. Se voleva chiudere gli occhi, la voce glielo faceva. Se voleva dormire, la voce le dava la buonanotte. Era bello.
Ma a volte la voce era birichina e la faceva impazzire. Lucia le diceva: "Fammi volare!", ma non fluttuava. Le diceva: "Fai staccare il dente che dondola!" e quello rimaneva appeso. 
A chi diceva che era pazza, che erano solo sciocchezze, rispondeva: "Non sono sciocchezze! Io riuscirò a volare, la voce me l'ha promesso!" Dovrebbero pensare di più, commentava la voce, e aveva ragione.
Dovremmo pensare di più.

Per rimanere in tema... Che ne pensate? Ahaha Commentate! :*
Ivy

giovedì 16 maggio 2013

Piacere, XXX €/mese.

Salve a tutti. Mi chiamo Silvia, ma per la scuola sono Tot €/mese. 
Frequento il secondo anno del liceo classico, e oggi ho fatto i Test Invalsi, alla fine dei quali mi hanno consegnato un simpatico questionario sui fatti miei: quanti libri ho a casa, se trovo che la matematica sia utile nella vita, e soprattutto due simpatiche domandine:
1. Che livello di studio hanno i tuoi genitori?
2. Che lavoro fanno?
Alla 1° domanda già m'era sembrata una presa in giro. Perché interessa al Ministero dell'Istruzione sapere che livello hanno i miei genitori? Per potersi vantare? "Al liceo classico ci sono tanti figli di laureati, il resto è feccia?" Siccome già col questionario interno della scuola m'ero posta questa domanda, la professoressa m'aveva risposto che era "per dimostrare che gli alunni miglioravano l'apprendimento rispetto ai genitori". Pessima mossa prof, m'ha fatto incazzare ancor di più. Perché allora io, alunna, dovrei essere discriminata perché non ho i genitori laureati, perché mi faccio un sedere così a studiare mentre gli altri hanno papino che compra loro il 10?
Ma solo quando ho letto la seconda domanda il sangue m'è arrivato al cervello e ha iniziato a rimescolarsi pericolosamente. Che lavoro fanno i tuoi genitori? Seguiva una bellissima tabellina con implicite fasce di reddito: la prima, dirigenti & co. (la fascia 'alta'); la seconda, liberi professionisti, medici etc. (la fascia 'medio-alta'); la terza, impiegati e insegnanti (la fascia 'media'); la quarta, operai (la fascia 'bassa'); l'ultima, pensionati (la fascia 'bassa' e pure 'sfigata', perché non solo guadagni poco ma hai anche due vecchi come genitori). 
Non mi fraintendete, non mi vergogno affatto del lavoro dei miei genitori o del loro titolo di studio. Non sarebbe così né se fossero dirigenti né se fossero operai. Ma NON TOLLERO di essere schedata in base al mio reddito familiare. E' disgustoso. Ci lamentiamo tanto dei lager, dove le persone erano numeri... Almeno ognuno aveva il suo numero. Adesso siamo direttamente gruppi. I ricchi di qua, i medi di là, oh, un povero, rimani nella merda, chisseneimporta, morirai? Una bocca in meno da sfamare.
E poi la domanda di fine questionario, quella m'ha fatto ridere. "Che livello di studi speri di raggiungere?". Oh, mi etichetti anche in base alle mie ambizioni? Non solo in base ai miei genitori? Inizi a raggrupparmi fin da minorenne? Sono solo un dato Istat per te, stato (volutamente minuscolo) dei miei stivali?
Sono stufa di questa filosofia. Non sono contro i ricchi, anzi forse li invidio, sogno di far parte della loro classe, dell'"èlite", ma non per questo disprezzo quelli dei 'ceti' più bassi, anzi li valorizzo, perché anche loro sono persone. Persone, non gente. Come dice Erri De Luca, dire gente indica una moltitudine, un gruppo disomogeneo, ma dire persone prende uno ad uno ogni individuo. Noi siamo Persone. Non facciamoci trasformare in soldi che camminano.
Così dicendo, m'appello al ministro Carrozza, da poco eletta: signora ministra Carrozza, faccia il modo che il suo nome sia ricordato come Nomen Omen, e trasporti gli studenti italiani sulla sua Carrozza dorata verso un futuro di VERA uguaglianza di diritti. Ci insegnate a non fare razzismo, ma voi siete i primi che predicano bene e razzolano male.
Con indignazione, 
la studentessa Italiana (purtroppo e per fortuna) Silvia Vazzana

martedì 15 gennaio 2013

Paroloni in caduta libera

Siccome devo studiarmeli, vi sfrutto :D

Quel giorno ero sui gradini della scuola, e come ogni sabato mattina ero INTENTA a sonnecchiare con i gomiti sulle ginocchia ed il mento adagiato sui palmi delle mani. Ad un certo punto un mio compagno di scuola viene a riscuotermi dai miei pensieri:"A nome della RAPPRESENTANZA degli attori del Liceo, ti chiedo se vuoi venire alla RAPPRESENTAZIONE teatrale di giovedì sera." Quella notizia mi fece l'effetto analogo all' IRROGARMI (infliggermi) una pena di morte: odiavo vedere le recite della scuola. Poi mi EROGO' (distribuì)  il volantino di presentazione: la mia ATTRAZIONE con quel foglio di carta era pari a zero, l'ATTRATTIVA (simpatia)  che mi suscitava era anche più bassa. Ma ormai era inutile RECRIMINARE (lamentarsi di ciò che è stato fatto da altri): ero stata invitata solennemente, e dunque dovevo andare. Avrei voluto avere una sorta di IMMUNITÀ' per certe cose, ma evidentemente ce l'avevano solo i professori... Avrei concesso l'IMPUNITA' (il non essere punito) a chiunque fosse riuscito a cacciarmi da quell'impiccio. Sbuffando, m'alzai, con l'INTENTO di ottenere una DEROGA (un'eccezione) dai miei genitori, quando in modo SURRETTIZIO (furtivo) un mio amico fece spaventare da dietro il noioso compagno.Si aprì un CONTENZIOSO (insieme di controversie, discussioni fra determinati soggetti) tra i due: uno urlava istericamente TRADENDO le aspettative - era infatti una persona molto pacata - , l'altro tentava di SDRAMMATIZZARE dicendo in modo molto ELOQUENTE (chiaro) che il soggetto sopra citato era troppo rigido e pieno di PREGIUDIZI verso gli scherzi. E che doveva abbassare il VOLUME della voce, altrimenti i suoi capelli sarebbero aumentati di VOLUME per gli schiamazzi. Infine il primo CONTROBATTE' alle accuse del secondo con un "Ti INCRIMINERÒ' per ingiurie e per violenza! Dovrai pagare un'ESORBITANTE (enorme) multa, IMPERTINENTE! Non sarai mai ASSOLTO (sollevato dalle accuse)!" Il professore che giunse per calmare i due fu molto ACCONDISCENDENTE (disponibile) e disse  che il primo aveva TRAVISATO (distorto) le intenzioni del secondo - che però dal canto suo era stato uno SCONSIDERATO -, e che quella sua accusa NON ERA PERTINENTE (non c'entrava) con ciò che aveva effettivamente commesso il secondo. Il primo, vergognandosi, ebbe un REPENTINO (veloce, improvviso) cambio d'umore, e si scusò col compagno, il quale, stupito, mantenne comunque un atteggiamento SCOSTANTE (brusco, poco socievole).
Ma questa lotta mi REMUNERO' (mi ripagò), perché essendo il primo alunno il personaggio principale della RAPPRESENTAZIONE, ed essendo stato PREGIUDICATO (chi ha riportato in passato condanne penali) dai suoi genitori già una volta per un reato simile - non si può andare in giro a minacciare la gente! - e messo in punizione, lo spettacolo fu rinviato a data da destinarsi .
Difatti, questo ragazzino - il cui nome era tutto un programma, chiamandosi Onofrio! - aveva la fama di essere uno SMARGIASSO (chi si vanta attribuendosi grandi imprese o qualità eccezionali), e non era raro che emergesse la sua SMANIA (desiderio intenso) per l'ordine e la correttezza. Non che ciò PREGIUDICASSE (compromettesse) la sua condotta ESEMPLARE (impeccabile) in ogni ambito, tranne quello interpersonale. Il suo RECONDITO (profondo, nascosto) desiderio era quello di diventare preside della scuola, SECRETO (segreto) che si portava nel cuore da quando aveva messo piede in quell'edificio. L'onore e l'ONERE (peso, responsabilità) di quell'incarico era infatti stato dato ad un PECULIARE (particolare) individuo, il dottor Adalgiso Mongroffi, che aveva la capacità di SMANTELLARE (smontare) i sogni dei propri alunni in un attimo, con una parola, e che INTENTAVA (promuoveva) in tutta la scuola la sua prossima ASCESA a sindaco della cittadina. Quest'ARBITRARIO (ingiustificato) uso del suo potere faceva sì che la sua finta affabilità non CONCILIASSE (mettesse d'accordo) il suo aspetto esteriore con quello interiore: era infatti un uomo bellissimo, letteralmente da capogiro, ma orribile dentro. Ciò INCENTIVAVA (favoriva) in ogni caso una corte spietata da parte delle zitellone della città, che lo vedevano come un ottimo partito.
Ma torniamo a noi.La causa IMPONDERABILE (che non si può prevedere) della mia salvezza era stata dunque questa. Peccato che il PREGIUDIZIALE (che deve essere esaminato prima di prendere una decisione intorno a qualcosa) caso di Onofrio fu sbloccato: l'EMULAZIONE (competitività) verso il preside lo portò ad inginocchiarsi davanti a lui per fingere di esserne amico; così facendo Mongroffi lo REMUNERO' (ripagò) con un rinvio della punizione - egli infatti usciva con la madre di Onofrio, il cui CONTENIMENTO ('spirito' trattenuto) era famoso in tutta la città - . La madre, inutile dirlo, ACCONDISCESE (acconsentì) immediatamente.
Lo SCARAMANTICO sindaco della cittadella nonché padre del suddetto Onofrio, lo venne a sapere, e mollando il suo SEDENTARIO (che si svolge in prevalenza stando seduti) lavoro che secondo lui compiva SQUISITAMENTE (in modo squisito), disse che era impossibile LEGITTIMARE (accettare) un'azione tanto PREGIUDICATA  e che come tale doveva essere DELEGITTIMATA (privata di legittimazione). Il preside PONDERO' (considerò) le parole del suo rivale, e rispose che il suo ACUTO intuito era davvero proverbiale, ma che tutto ciò era IMPONDERABILE (che non si può valutare) da parte sua poiché in ambito scolastico non aveva voce in capitolo. Posso ASSEVERARE (assicurare) che questa fu la cosa più eccitante nella storia della nostra cittadina. Il sindaco S'INALBERO' (s'adirò) e sganciò un pugno al bel visino del preside, urlandogli che tutto era di sua competenza poiché era il sindaco. Mongroffi S'AFFRANCO' (si liberò) della giacca firmata ed arrotolò le maniche della camicia, sibilando "Fatti sotto!" ESPLETANDO (portando a termine) le sue buone intenzioni, il sindaco diede un calcio all'avversario, buttandolo a tappeto. Aggiunse poi che suo figlio era una sua PREROGATIVA (diritto speciale riconosciuto per legge) e che solo lui poteva avere un ASCENDENTE (influenza, autorità morale) su Onofrio, fece un'ESEMPLIFICATIVO (ciò che serve a spiegare) gesto prendendo un COSPICUO (gran) numero di fogli con su scritto "Mongroffi a favore delle famiglie!" e lo bruciò, TRAVISANDO le ceneri messe in un piattino dentro al portapillole del Mongroffi. Poi prese il figlio per la collottola e lo trascinò via.
La recita non si fece né si farà, né ora, né mai.

Ahaha ecco come studiare in allegria! Spero di essere stata utile a tutte le persone che ne avranno bisogno...