. . . All you life, you were only waiting for this moment to be Free . . . * Nulla enim culpa est in somnis.
Visualizzazione post con etichetta Uomini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Uomini. Mostra tutti i post

sabato 8 marzo 2014

Le feste "comandate": Viva le Donne!

Buon pomeriggio! Oggi il tema mi sembra d'obbligo...

Passeggiando per le vie della città, oggi non si possono non notare le tonnellate di mimose - puzzolenti, diciamocelo, bellissime ma puzzolenti - che hanno invaso la città.
Simbolo per alcuni di sensibilità, ovvero ricordare le donne uccise in quella fabbrica quel lontano 8 marzo, per altri di discriminazione tra uomo e donna.
Ma come possiamo non notare le differenze tra uomini e donne? Anni ed anni di civiltà umana si basa su questo!
E come possiamo definirla una "festa commerciale" - che orrore questa definizione, suona così falsa... Un po' come i discorsi su San Valentino.
È così terribile occupare una giornata, altrimenti monotona come tutte le altre, per valorizzare le donne, l'amore? O la mamma, il papà, i nonni... Diamine, allora anche la Giornata della Memoria è sbagliata, perché aumentano i "pellegrinaggi" ad Auschwitz, Bergen-Belsen, Mauthausen e tutti gli altri luoghi degli orrori!
Perché dovrebbe essere giusto ricordare solo gli eventi tristi? E poi, in fondo, anche la festa della donna si basa su uno sterminio. Le donne hanno forse meno valore dei perseguitati dai nazisti? Io non direi; anzi, tante perseguitate erano donne. Perché allora ricordarle tutte l'8 marzo è scorretto?
A questo punto ci sarà di certo lo scassa..  che dirà: "Allora perché si comprano le mimose?"
Ma è un simbolo, tesoro mio! È un gesto di affetto e rispetto, un simbolo di ricordo del tuo valore in quanto donna! Anzi, trovo scorretto che non ci sia la festa degli uomini... Magari le donne dovrebbero comprare dei boxer nuovi! (OK scusate, mi sono lasciata trasportare...)
Signori miei, adesso, a prescindere da quanto apprezziate questa ricorrenza... Non ditemi che quando vi fanno un regalo - un bel regalo, ovviamente - voi non siete inclini al sorriso ebete da oddio-è-stupendo-grazie! C'è così tanta gioia nel fare un regalo, e così tanta nel riceverlo!
Così anche per le mimose... O i cioccolatini a San Valentino, la cravatta il giorno del papà, il cuore di peluche il giorno della mamma, il grembiule nuovo il giorno della nonna.
Ogni ricorrenza ha un suo simbolo, che può essere commerciale o meno, ma indica una valorizzazione della persona festeggiata in quel giorno - che tristezza è un compleanno senza regali? Come spiegare ad un bambino che la torta è stata dimenticata dal pasticcere, e lo striscione 'AUGURI' in soffitta?
E a tutti coloro che invece dicono "Bisogna valorizzarli tutti i giorni, non una volta l'anno" rispondo: quante volte al giorno vi staccate dal vostro smartphone e date un bacio alla nonna, portandola a fare un giro? Quante volte uscite prima dall'ufficio e preparate un dolce per il/la vostro/a compagno/a? Quante volte portate un regalo alla vostra mamma o al vostro papà, perché vi hanno messo al mondo? E quante volte vi fermate durante la giornata, a riflettere sul loro valore, su come vivreste senza di loro, a come vi hanno insegnato a vivere, giorno dopo giorno?
La festa della donna è solo un promemoria. Ma un promemoria necessario.
Buona festa sorelle, divertitevi :*
Ivy

domenica 22 dicembre 2013

Congratulazioni!

Cari i miei lettori,
Vi sono mancata? Non direi: non ho visto commenti che reclamavano a gran voce un mio ritorno! ;D
Ovviamente scherzo. Giungerà nei prossimi giorni il raccontino sulle udienze individuali - in fondo non ho altro da fare, finalmente sono in VACANZA... Ma prima è mio dovere, visto questa voglia frenetica che hanno tutti in questo periodo, fare una piccola riflessione con voi sull'argomento che porta al successo tanti comici: il MATRIMONIO.
Io intanto mi preparo... Troppo presto
dite? L'attesa non ha tempo!
Eeh sì cari miei, quanti amici avete visto perire sotto un cerchietto d'oro? E non mi riferisco al Frodo di Tolkien stavolta, né tantomeno alla truffave...ahem, televendita sui canali regionali. No signori e signore, la fede all'anulare sinistro, tanto desiderata per le donne, tanto temuta per gli uomini (o talvolta viceversa), incombe sul destino di ognuno. A meno che non siate preti o suore (sapete che a tavola avete diritto ad essere serviti prima dei bambini? Ma non divaghiamo.)
Il matrimonio, stavo dicendo, è l'evento più temuto e più atteso della vita di un essere umano; non tanto dall'essere in questione, quanto dalla madre di questo. Guai a dire che la sposa non vuole l'abito bianco, il ricevimento, il bouquet, la torta a 140 piani, il riso... Insomma, la tradizione va rispettata. Se poi spunta fuori la storia del "Andiamo-Di-Nascosto-A-Las-Vegas" apriti cielo! Grazie a Dio siamo in Italia, e Las Vegas è lontanina per riuscire a fare tutto di nascosto.
Detto ciò, passiamo agli aspetti belli del matrimonio.
Ok, fatto. Gli aspetti brutti?
Scherzi a parte. Ragazzi miei, sapete che sono una romanticona... Non riesco a dire che il matrimonio è una piaga, ti rovina la vita etc. etc., sebbene molte volte l'abbia pensato anche io. Ma da brava donna, cattolica e innamorata dell'amore, dico che il matrimonio può essere secondo solo alla nascita di un figlio e, per gli uomini, alla vincita del Derby. E poi si stanno evolvendo l'uomo romanticoso e pacioccoso (vedi "Ti amo Lucia!" della Galbusera) e la donna fredda e calcolatrice: cambiando l'ordine dei fattori il risultato non cambia (cit. quell'odiosa Mate).
Il matrimonio in fondo è un sacramento: "E' il patto con cui l'uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole, che è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento". Ciò significa che ci possiamo scherzare su quanto vogliamo, ma non dobbiamo dimenticarci che è sacro e come tale va rispettato. Poi ognuno fa ciò che vuole - ci sono i matrimoni in comune per esempio, ma la sacralità dell'unione a mio dire rimane.
Che ne dite, facciamo un tuffo nel racconto?

Lucia si sta preparando da tutto il giorno, materialmente e spiritualmente. Ha tassativamente escluso chiunque dai preparativi: è andata a comprare le bomboniere, ha contattato quel suo amico dell'università che faceva il pasticciere per la torta, ha comprato il vestito nel negozietto accanto alla parrucchiera, che le ha fatto i boccoli, tenendoli fermi con un fermaglio blu. S'è messa un po' di mascara, le scarpe buone, ed è andata da Don Giovanni (che, malgrado il nome, è casto e puro). L'ultimo passaggio del corso prematrimoniale è il decisivo, ma lei non ha dubbi.
Nel frattempo arriva anche Renzo (Lo so, oggi ho molta fantasia coi nomi). Anche lui, come Lucia, è vestito elegantemente, ha i capelli in ordine, le scarpe lucidate e la rosa nell'occhiello. Ma soprattutto, come la sua amata non ha dubbi.
Dopo aver ricevuto la benedizione, i due s'alzano ed entrano in chiesa. Amici e parenti affollano il piccolo edificio di mattoni, tutti convinti di dover partecipare ad una messa della domenica.
Renzo e Lucia s'accomodano sull'inginocchiatoio di fronte all'altare, non senza fatica, ma aiutandosi l'un l'altro.
"Settant'anni fa" esordì Don Giovanni "Questi due baldi giovani si sposavano di nascosto in comune, senza poter accedere alla chiesa del paese, distrutta dai bombardamenti. Ma rallegratevi ed esultate: ciò che il Signore ha creato, il Signore finalmente unisce sotto il Suo nome."
I figli, del tutto ignari dell'accaduto, s'avvicinano all'altare sconvolti, portando le fedi che il padre aveva dato loro prima d'inginocchiarsi, il trucco colato dall'emozione. I nipotini interpretano i perfetti chierichetti, le sorelle e i fratelli degli sposi s'avvicinano coi bastoni per prendere la particola.
In fondo, l'amore non ha età.

Auguri alle due coppie che, a sorpresa, hanno convolato a nozze. Vi auguro tanta felicità e amore eterno, una felice luna di miele (o di Nutella, vedete voi)... E perché no, se possibile, anche una prole numerosa! 
E congratulazioni anche alle coppie che stanno decidendo di unirsi in matrimonio, o che ancora non lo sanno, ma uno dei due - non necessariamente l'uomo - è passato stamane in gioielleria... Magari non sarà il matrimonio di William e Kate, di Belen o di Briatore, ma ogni matrimonio è una meraviglia, spettacolare o sobrio che esso sia, e le spose sono sempre le donne più belle del mondo (gli uomini si vestono e basta, quindi per loro la regola non vale). E attenzione alle suocere!
Tanto amore a tutti!
La vostra Ivy (troppo giovane per sposarsi, ma non per sognare <3 )

giovedì 12 dicembre 2013

Udienze Generali

Eccomi tornata... Buona lettura! ;*

Quanti di voi sono genitori? Quanti, per ora, solo figli?
Cari miei, in tutti e due i casi conoscerete di certo la triste realtà delle UDIENZE.
Che siano individuali o generali, che li chiamiate colloqui o incontri, sono in ogni caso il terrore di genitori e studenti.
Non dei genitori, dite voi? Lasciate che vi racconti una storia.
Era un gelido mercoledì di novembre. Il freddo entrava sotto i vestiti senza bussare, e i guanti servivano solo ad elettrizzare i capelli. Passando per Via Gualazzi, dove ci sono le scuole medie Aristofane, avreste visto un'orda di persone simili a ghiaccioli che tremavano all'unisono. Chi tentava di far funzionare l'Iphone, sebbene ci fossero due gradi sotto lo zero; chi sforzava la vista leggendo un libro di Stephen King alla fioca luce di un lampione - che, guarda il fato, si spense due minuti dopo; chi conversava col vicino, provando a non mostrare quanto questi gli stesse antipatico.
A rompere questa monotonia ci pensò una signora col grembiule azzurrino e i capelli rosso menopausa. Aprì le pesanti porte di vetro, e imprecò al cielo, un po' per il gelo, un po' per l'essere costretta a lavorare alle cinque del pomeriggio quando sembravano le otto di sera: questo semplice gesto bastò per risvegliare gli animi congelati dei genitori, che, dopo un attimo di smarrimento, sollevarono lo sguardo, presero la rincorsa e si gettarono tra i battenti urlando, le penne blu e nere impugnate come fossero spade; nell'altra mano, il foglio con la tabella dei professori e delle aule. La battaglia per la supremazia del proprio figlio era iniziata.
Quelli che erano ormai al loro terzo anno di udienze s'erano organizzati: la madre comandava il Battaglione Alfa al piano terra, gridando ad ognuno il proprio compito. "Luigi, terzo piano, Monforte in aula d'arte, Dorelli in aula di musica e Ferretti in IIIC; Michele, secondo piano, Callega in IIA, Kalima in IF e Luguori in IIB; Vittoria, primo piano, Lari in aula di lingue, Rengoni in ID. Io farò il piano terra." E all'urlo "Vergoni, attaccate!" ognuno correva a segnare il proprio cognome sulla lista, per finire al più presto quello strazio.
Inutile dirlo, i poveri genitori alle prime udienze, giunti dalle calme maestre delle elementari, erano a dir poco sconvolti da quella baraonda. Tanto che, se andaste a vedere le liste di prenotazione dei professori, li trovereste negli ultimi posti, e li vedreste uscire dalla scuola verso le otto di sera, arrabbiati per non essere riusciti a fare udienza col docente di ginnastica che, si sa, è sempre quello "Che ha nove classi, non può ascoltare tutti!".
Come avvoltoi, appollaiati fuori dalle aule, i genitori parlocchiavano tra di loro ammazzando il tempo. Un genitore usciva, si cancellava, entrava l'altro. Di tanto in tanto si sentivano commenti del tipo: "Quello dev'essere il padre di Emmanuel, quel ragazzino che picchia tutti e non studia. Ah, ci sarà da aspettare, ne avrà di cose da dire il professore... Pover'uomo, che deve sopportare!" oppure "Guarda, la mamma di Lucia! Beata lei, almeno sua figlia studia, facesse qualcosa la mia... Ma guarda che scarpe! Sono orribili, meglio mia figlia vah!". Solo le madri, ovviamente; i padri erano troppo impegnati a dormire, a guardare i risultati della Champions sullo smartphone, a difendere la propria squadra del cuore dal genitore ultra degli avversari o guardare la coscia semi-scoperta della mamma single della nuova ragazzina brasiliana (chiedendosi se la madre avesse bisogno di ripetizioni di italiano a domicilio).
I tacchi delle mamme risuonavano negli spogli corridoi; il professore di musica, che poverino non vuole mai sentire nessuno, parlava da classe a classe con quello di religione, altro piccolo ignorato. Ahimé, c'è razzismo anche tra le materie.
Il bisbiglio, il tacchettio, il parlottio, il clacson nella strada sottostante, la stanchezza... Tutto ciò rendeva suscettibili tutti quanti; dopo una giornata di lavoro si sognava solo il pigiama. Ma come ogni udienza che si rispetti il culmine dello stress si ebbe quando arrivò Il Furbo.
Il Furbo, per chi non lo sapesse, è quel genitore che aspetta la distrazione altrui per cancellare le persone davanti a lui e dire "Oh, tocca a me!" e sgattaiolare furtivo nella classe. O peggio, quello che, uscito il genitore che c'era prima, urla "Vado di fretta!" e frega il posto sotto al naso di tutti, padre-sconvolto-che-stava-per-entrare compreso.
Appena uscito, è semplice immaginarlo, trovava una decina di genitori coi forconi pronti a protestare. Ma che dire, lui le udienze intanto se l'era fatte, e loro non poterono far altro che leccarsi le ferite nell'orgoglio come i gattini con le zampine. Come se non bastasse la stanchezza accumulatasi fino ad allora!
Se vogliamo aggiungere un altro personaggio, è la mamma della sapientona. Quella donna viscida, che andava in giro con la puzza sotto il naso sbattendo i tacchettini da un centimentro come se volesse rompere il pavimento. Probabilmente era rappresentante di classe, nonché la rompipalle che organizza le festicciole per la sua bambina - costringendo i genitori a mandare i propri figli - dimenticandosi che l'asilo era passato da un po'. Era impossibile evitarla: puntava la preda, e s'attaccava al malcapitato (o alla malcapitata) come una sanguisuga.
Alla fine della nostra sessione di udienze, i professori avevano detto ad ognuno una delle tre formule canoniche ("E' intelligente ma non si applica", "Va bene, studia, ma potrebbe fare di più" oppure "Ottimo, davvero, ma fategli fare di meno, s'uccide di studio") tanto per ribadire che, come i genitori, anche loro non s'accontentano mai, e quando ormai i loro figli erano sul punto di chiamare Chi L'Ha Visto, impazienti di sapere se avrebbero potuto vivere in simbiosi col loro cellulare o se sarebbe stato sequestrato, i genitori tornarono a casa affranti, si gettarono sul divano e dissero: "Il prossimo anno, udienze individuali!".
Ma... Sono davvero più tranquille?  Lo scopriremo asseme la prossima volta.

Bacioni, e scusate ancora per l'assenza!
Yours,
Ivy

venerdì 11 ottobre 2013

Augusta come Ottaviano

Buooon pomeriggio miei dolci lettori!
Prima che mi diciate di cambiare spacciatore dopo aver letto il titolo, ne specifico il significato.

Il riferimento ad Ottaviano è dedicato al testo di oggi: una nuova "Intervista Impossibile" in puro stile Eco, come quella precedente leopardiana, ma dedicata al Magnus Ottavianus Augustus.
E siccome Augusto significa Degno di venerazione e onore, me lo attribuisco per una sera, per farvi capire come mi sono sentita quando grazie a voi ho visto questo:

Grazie di cuore. Enjoy yourselves!

Roma, 29 a.C.
Destra, sinistra, giro. Destra, sinistra, giro. Destra, sinistra, giro.
Rosicchio le unghie, mi ravvivo i capelli, passo la mano sugli occhi, sistemo la veste, ricomincio. Destra, sinistra, giro.
Tra cinque minuti entrerò nel SUO ufficio, al SUO cospetto, e LO fisserò negli occhi e GLI PORRO’ delle domande. E’ difficile stare tranquilli.
Destra, sinistra, giro.
Ripasso mentalmente la scaletta. Sudo freddo, temo un lapsus improvviso, sbuffo.
Destra, sinistra, giro.
Una voce. O meglio, un uomo che si schiarisce la voce. Deglutisco, poi avanzo, la veste frusciante alle spalle e una tavoletta in mano. Alea iacta est.
“Mulier, può entrare.”
La stanza è circondata d’ori e d’argenti, con raggi di sole che fanno capolino da larghe fessure accecando chiunque entri. Lui, steso su un triclino, si sta facendo imboccare da due giovani, probabilmente concubine. Dall’aspetto si direbbero egiziane.
M’inchino. Lui fa cenno d’alzarmi. Mi guarda e scoppia a ridere. “L’emancipazione femminile andrebbe fermata! Ma chi può fermarla? Ah giusto, IO!” Ride. Poi indica un tappeto. “Siediti. Dimmi, veloce."
Obbedisco, mi schiarisco la voce ed inizio: “La Sua non è una figura nuova per le pagine di attualità di Urbs. Ricordiamo ad esempio le sue lotte con Antonio…”
“Ah, si, Antonio…” si guardò le unghie, mangiò un acino d’uva e riprese: “E’ stata anche per me una sorpresa sapere che Zio Cece nominasse me come successore e non Antò. Io stavo cambiando la moda ai Parti quando lo venni  sapere…”
“In che senso scusi?”
“Nel senso che adesso vestirebbero con tuniche tinte di rosso e lacerate da spade!” e qui sghignazzò  “Purtroppo non ne ebbi tempo. Dovetti correre in Urbs (Roma, ndr) per evitare che Antonio mi prendesse il potere. Mettermi in buona luce con Cicerone, coi conservatori moderati, col Senato… Me ne stesse simpatico uno solo! Macché. Gentaglia, uno peggio dell’altro. Poi nel 43 il rammollito se l’è svignata… Invano tentò d’accaparrarsi la Gallia Cisalpina. E sì che ‘Le Filippiche’ di Cicerone avevano convinto anche me! Si sarebbe dovuto fermare prima, il mio caro cuginetto acquisito. Poi quei vecchi scemi del Senato non vollero eleggermi console. Dovetti allearmi con Lepido ed Antonio, andando contro i miei stessi principi, ma almeno grazie alle mie truppe ottenni il consolato e mi dovetti inventare una nuova costituzione: uccisi qualcuno qua e là con le Liste di Proscrizione – forse un po’ ci rimasi male per Cicero, ma solo un pochino -, sconfissi i Macedoni ribelli – avrei voluto uccidere i traditori della loro stirpe, ma Bruto e Cassio fecero tutto da soli -, diedi terre ai veterani ed infine, con mio sommo dispiacere, dovetti combattere a Perugia contro quegli inetti degli Antoniani.” Ingoia altri acini d’uva, solleticando la mano che glieli porge.
“Ma comunque non sfidò Antonio personalmente…”
“Non subito. Si misero in mezzo Mecenate ed Asinio Pollone. Non avrei mai fatto loro torto. Quindi accettai sia la mia misera parte, ovvero le province occidentali, sia la vecchia Scribonia al mio fianco. Ovviamente iniziai una bella pubblicità anti-Marco Antonio, visto che quel filorientale s’era invaghito di Cleopatra e s’era dimenticato dei Parti. Se fossi andato io, altro che ritirata! Sarebbero diventati spiedini. Bisogna difendere la famiglia e lo Stato a costo della vita, non tradire entrambi!”
“Eppure ripudiò Scribonia…” constato io. Un lampo feroce gli attraversa lo sguardo. Ma forse me lo sono inventata io, perché prorompe in una roca risata.
“Non avrei dovuto nemmeno sposarla! Quella stupida megera era come un trattato diplomatico. Sconfitto lo zio non mi servì più. Non l’amavo; il mio cuore l’avevo già donato alla giovane e bella Livia.” Qui tace. Sembra pensieroso. Congeda le donne, si siede sul triclino, il volto grave.
“Mi sembra che non sia molto in forze. Non vorrei dirlo, ma temo che abbia solo pochi mesi di vita davanti a sé. Dopo il suicidio di Antonio e Cleopatra, tentai in tutti i modi di trovare un buon medico per lei. Ma non ci fu nulla da fare. Mentre io ero ad Azio, lei soffriva; ad Alessandria, lei moriva dentro. Adesso morirà anche fuori. Non so quanto la Repubblica riuscirà a sostituire questa sofferenza…”
Ottaviano <3
Quel grande uomo mi fa quasi pena. Anche lui è fatto di carne, di ossa, anche lui soffre e sorride. Sembra tanto sprezzante del pericolo, ma in realtà sotto il petto anche lui ha un cuore.
“Parliamo dei progetti futuri… Cosa pensa di fare adesso che la Repubblica Romana è stata distrutta?”
Sul viso tornò il suo cipiglio severo e baldanzoso. Si ristese sul triclino, il capo sotto il palmo destro e lo sguardo un po’ languido.
“Innanzitutto, mi concentrerò sull’esercito. Voglio un bel manipolo di uomini tutto per me, non si sa mai: se qualcuno volesse farmi fuori, dovrebbe lottare per un bel po’. Sono o non sono il grande Ottaviano?”
Penso sia meglio evitare di rispondere a questa domanda.
“Tempo qualche anno” continua, nutrendosi autonomamente, “e mi farò assegnare qualche caricuccia dai vecchi. Magari un titolone, come Magnus, o Divi, o Augustus! Ottaviano Magno… No, Ottaviano Augusto! Suona bene? Rispondi!”
“Oh, si, suona bene” borbotto per farlo contento. La scaletta, ricordati la scaletta. “Per quanto riguarda l’amministrazione? Ha qualche idea particolare?”
“Suppongo che io debba privilegiare un pochino il Senato. Magari mi comprerò gli Equites… Creerò delle cariche apposta per loro, due o tre prefetti che possano amministrare dignitosamente al posto mio. Sotto al mio potere, ovviamente. E poi dividerò le province: un paio le terrò io, il resto a quei noiosi senatori. Dividerò anche i tributi, cosicché mi rimanga un po’ di bottino personale in caso di necessità, e introdurrò un doppio sistema di monetazione, per essere sempre il più ricco. E dunque, una bella riforma sulla famiglia.”

“Di che tipo?”
“Basta adulteri. Sono stufo di sentire lamentele. Caccerò ogni donna o uomo che tradirà il proprio compagno (o la propria compagna). Darò invece premi a chi fonderà una famiglia solida e numerosa, e costringerò gli sfaticati a trovar moglie (o marito). Voglio che la gente romana abbia solide basi su cui poggiarsi, valori indissolubili, potere su ogni fronte.”
“Infine, un pensiero personale. Crede che un suo successore riuscirà a mantenere intatto il suo lavoro?”
Lo vedo perplesso. Tullio, dammi una promozione, te ne prego! Ho messo in difficoltà il grande Ottaviano!
“Sinceramente non lo so. Spero di sì, ma un po’ ne dubito. E’ difficile pensare a qualcuno che abbia man salda come me… Ci vuole carisma, furbizia, un pizzico di despotismo e autoironia. Bisogna essere degni di venerazione, ecco. Bisogna essere Augustus.”
Chiude gli occhi. Ho raccolto abbastanza informazioni. M’inchino, ed esco di scena.

Così anche io m'inchino ai vostri piedi. Au revoir, alla prossima.
Ivy 

martedì 10 settembre 2013

Giulietta se può impiccà!

Buondì cari lettori e care lettrici, come state? Perdonatemi l'assenza, ma dovevo recuperare i compiti :P Domani si ricomincia!
Allora eccovi un'avventura nella bella Verona... Sognate, sognate...

Giulia si fermò davanti a quell'insegna. Da anni sognava quel viaggio, e proprio quando era arrivata a destinazione era un po' delusa. Fosse stata lei il sindaco di Verona avrebbe tappezzato la città di insegne, indicazioni, fotografie di Shakespeare e della sua creatura. Invece lei aveva dovuto chiedere indicazioni, una volta scesa dal bus. Ma forse era solo colpa del suo orientamento.
Un respiro profondo. Le parole scavate nella pietra si scolpirono nella sua mente ancor prima di leggerle.
Queste furono le case dei Capuleti donde uscì la Giulietta per cui tanto piansero i cuori \gentili e i poeti cantarono.
Che dire? Pura poesia. Si lasciò alle spalle il negozio roseo e infiocchettato con la scritta 'Shakespeare' sulla tenda ed entrò nell'arcata di pietre.
Ai lati, tanti giovani innamorati avevano lasciato le loro scritte su due grandi pannelli un tempo bianchi. I più furbi, per guadagnare spazio, avevano aggiunto cerotti e pezzi di carta sopra alle scritte altrui. Dopo aver fotografato le più belle, Giulia proseguì.
Di fronte a lei, sulla sinistra, un centinaio di turisti bloccavano l'ingresso al negozio di souvenir. Più avanti una parete colma di lucchetti fucsia e oro faceva sembrare il Cuore di Verona  Ponte Milvio. Accanto, la statua di bronzo raffigurante la sua bella eroina risaltava grazie al seno consumato dalle mille e più mani giornaliere, fino a dorarne la superficie. Dopo aver fatto la foto di rito - combattendo contro una coppia di thailandesi e una famiglia di indiani -, finalmente alzò lo sguardo, lentamente, assaporando il momento... E lo vide.
Il Balcone più romantico della storia. Scattò due o tre foto, poi corse alla cassa ed entrò nell'elegante palazzo medievale.
S'incantò davanti agli affreschi relativi ai due amanti fino a rischiare di sbriciolarli con gli occhi. Tese le mani per toccare le ceramiche veronesi, bloccandosi a pochi centimetri; chiuse gli occhi e s'immaginò immersa tra le pieghe del vestito di velluto, distesa su di un largo tappeto davanti al camino...
- Amò, ma quanto ce stai in sto posto? E' umido mannaggia a te, mi fanno male i polpacci! -
Giulia alzò gli occhi al cielo. Perché aveva accettato che suo marito Romano venisse con lei?
Perché subito dopo ci sarebbe stata la partita Hellas Verona - Milan. E perché era la prima e l'ultima occasione per venire nella città degli sfortunati amanti.
- Taci burino, o te ce mollo e addio partita! -
L'uomo si zittì.
Giulia girò ancora per un'oretta. Si fece scattare dal marito una foto sul Balcone, e da un turista una foto sul Balcone col marito - che, ovviamente, aveva una faccia così annoiata che la donna di Caltanissetta chiese se piangeva per commozione o tristezza.
Prima d'uscire, si fermò davanti alla cassetta delle lettere del Club di Giulietta. La sua nipotina c'era stata qualche anno prima, e il Club aveva risposto alla sua letterina via e-mail. Perché non puoi farlo anche tu?, si disse. E scrisse dei problemi col marito, dell'amore per la tragedia shakespeariana, dell'idea di mollare tutto e trasferirsi a Verona come la sua quasi-omonima. La rilesse, pianse e la imbucò.
Uscì dal palazzo, concedendosi una sosta al negozietto Romeo <3 Giulietta - dove, stranamente, il marito le regalò una tazza e un portachiavi con un cuore a metà. La restante metà la tenne lui. Ovviamente si lamentò del prezzo. - Che se potesse impiccà Giulietta e quell'altro piagnone del suo marito, che nun sa manco tenerse bbona la vita e me fa spendere milioni pe fa contenta mi moglie! -
Dopo aver scritto il loro nome su un lucchetto, che attaccarono su un pozzo in miniatura dietro la statua, s'incamminarono verso Piazza delle Erbe. Romano si comprò un panino degno di Homer Simpson, lei una pizzetta morbida e calda. Fecero un giro per le bancarelle sotto i portici, promosse da un'associazione chiamata (guarda che caso) Club di Giulietta. Romano si comprò l'orologio di vetro dipinto con lo stemma del Milan, guadagnandosi un'occhiata in cagnesco da parte del venditore.
Camminarono tra i negozi di lusso. Giulia si fermò parecchie volte, tanto che Romano, appena vide che l'anello con brillante che le piaceva costava più di 60mila euro, la prese per un braccio e la trascinò via di peso. Infine, dopo che Giulia aveva sbavato tutte le vetrine di Louis Vuitton, sbucarono nella piazza dell'Arena. Foto, foto, foto, e via. 
Giulia si fermò sulla scalinata di quello che sembrava un museo a piagnucolare. Davanti a lei, addetti alla sicurezza trasportavano delicatamente cupole di vetro e statue gigantesche nell'Arena, pronte per la tragedia "Romeo e Giulietta" recitata qualche sera dopo. E lei non poteva andarci! Romano tentò di tirarla su d'umore facendole la foto davanti alla scenografia, alla fine però sbottò: - Nun c'ha fazz cchiù, me ne vado! Se vuoi venire vieni, ma senza sta' a piagne!
E lei lo seguì docilmente, chiedendo addirittura a un edicolante quale fosse l'autobus che portava al Campo.
Salirono sul 13. Ragazzetti con la maglia dell'Hellas andavano e venivano... Grazie al cielo Giulia aveva convinto Romano a non mettersi la maglia rossonera prima di entrare allo Stadio.
Mezz'ora dopo non erano ancora arrivati. Eppure Google Maps diceva che Stadio e Arena erano pressoché attaccate! Giulia attraversò l'autobus ormai vuoto fino al conducente. - Mi scusi, ma questo autobus ha capolinea al Campo? -
- Dove l'è salita signora? - chiese l'autista.
- All'Arena. -
- Eeh signorina, l'ha sbaglià el bus. L'era quello che andava nella direzione opposta. Questo ha capolinea ora, e riparte tra dieci-dodese minuti. Mezz'ora e saremo arrivati. -
Più di un'ora di autobus dopo, giunsero a Piazzale Olimpia, Romano che imprecava poiché sarebbe entrato in ritardo. Lei, invece, avrebbe preso il treno per Roma subito. 
Si salutarono. Giulia si raccomando che non mettesse ancora la maglia, i tifosi sono pericolosi, bisbigliava. Poteva benissimo metterla all'interno. Dunque s'avviò lontano da quel posto.
Nei pressi dello Stadio vide una graziosa gelateria. Massì, un gelato me lo magno, si disse. Prese un cono fragola e limone ed uscì. Sfiga volle che, nemmeno due passi, le cadde di mano su un motorino poco distante.
- Le mortacci sua! Se me vede il proprietario me fa nera! - Tirò fuori un fazzolettino e pulì alla bell'è meglio il sellino di pelle. Poi tornò indietro alla gelateria. 
- Mi scusi, mi sento una bambina, ma m'è caduto! Me ne farebbe un altro uguale? -
Tentò di pagarlo, ma la donnina non volle. 
S'incamminò senza una meta, leccando il suo gelato soddisfatta. Quasi si strozzò quando passò accanto al motorino incriminato, dove un signore sulla cinquantina, panza de fuori e sciarpa dell'Hellas legata sulla fronte pelata, stava buttando giù i santi del Paradiso e proclamando vendetta. Proseguì col gelato nascosto dietro la schiena.
Stava finalmente rilassandosi, quando... Buoi. No, tori. O peggio, gnu inferociti. Le venne in mente la scena de Il Re Leone, quando Simba si vede arrivare addosso tutti quegli animali impazziti. Ma quelli non erano animali. Erano peggio degli animali. Erano tifosi. 
Rimase immobile, col suo cono nella mano appiccicaticcia a causa della fragola che lentamente si scioglieva. Gli uomini le passavano accanto, qualcuno la spintonava per sbaglio, il petto nudo e l'alito alla birra. Correvano ridendo, come se fosse una cosa normale.
Si dissiparono come nebbia. Ricominciò a camminare, mezza scioccata, ma giunse un'altra orda inferocita. Stavolta si spostò di lato. Basta gente, basta!
Uno di loro si staccò dal gruppo e andò in suo soccorso. Sarebbe stato un bell'uomo, se non puzzasse d'alcol da morire.
- Scignorina, coscia ci fa lei qui, con tutti quescti nerboruti che quasci la travolgono, eh? -
- Mi scusi, ma cosa è successo? -
L'uomo si fece una grassa risata, tossì e replicò: - Scchappiamo dalla poliscia, scignorina. E' coscì divertente! Loro coi manganelli e noi con le nosctre pansce tatuate di blu e giallo! -
In quel mentre un bicchiere di birra gli cadde sulla zucca. Si girò confuso, e vide Romano ad un palmo dal naso.
- Giù le mani da mi moglie, ubriacone, o te spezzo le ossa tanto che tu moglie ti dovrà ricomporre con l'Allegro Chirurgo, ce semo capiti? - Gli mollò un pugno sul naso. L'uomo rispose con un traballante calcio. Se le diedero di santa ragione, la folla che incitava il tifoso, Giulia che piagnucolava, le mani sugli occhi per non vedere. Quando arrivò la polizia però si fermarono, correndo uno in una direzione e l'altro nell'altra. 
Il gelato era di nuovo a terra, ma lo stomaco le si era chiuso. Chiese all'agente dove fosse la fermata per la stazione.
- Non so se passa signora, ma è quella lì. - Indicò una banchina qualche metro più avanti. Lei ringraziò e s'avviò caracollando.
Si sedette su un masso. Che giornata. Sognava qualche minuto di tranquillità come un assetato nel deserto. Tirò fuori la sua vecchia copia di Romeo e Giulietta e iniziò a leggere per calmarsi.
Dieci minuti dopo giunsero cinque ragazze, quattro vestite normalmente, la quinta con un reggiseno di noci di cocco, una panciera color carne e degli occhiali extralarge da clown fucsia. Tre reggevano un cesto. La quarta, che reggeva un cartello di cartone, chiese: - Signora, vuole i biscotti della Sposa? Offerta libera, minimo un euro! -
Un addio al nubilato. Il suo era stato tanti anni fa che nemmeno se lo ricordava. Forse una cena con le amiche.
- Ma si, certo! - Prese il borsellino, tese due euro, e si bloccò. La forma dei biscotti... Beh, era inconfondibile.
- Signora, lei ha fatto la faccia più strana di tutte! Gliene regaliamo un terzo! - e le misero in mano tre biscotti.
Beh, che dire... Tra due caschi di banane, nel cesto, c'erano tanti piccoli organi maschili a forma di biscotto.
Giulia, che solitamente non toccava certe cose, era bordeaux. 
- Signora, le assicuro che sono buoni! Io ne sto facendo scorta, altrimenti dopo, con la fede al dito, mi sembrerebbe di tradire mio marito...! - Salutarono e se ne andarono.
Ma che idee strampalate, pensò. 
Per consolarsi - e perché, diamine, c'aveva na fame! - ne addentò uno. Mica male però. Un signore che passava di lì la guardò sconcertato. All'inizio Giulia non collegò, poi arrossì violentemente, incartando il rimanente e ficcandolo in borsa. Nascose il viso dietro al libro.
Sentì le formazioni, i 'buu' e le incitazioni, il fischio d'inizio. Dell'autobus nemmeno l'ombra.
S'alzò e andò alla banchina. Il signore di prima sostava appoggiato al vetro, facendo finta di non vederla. Quindi chiese ad un uomo di carnagione scura.
- Mi scusi, passa l'autobus? -
- Numero 13 - rispose l'uomo.
- Si, ma arriva? - 
- Alle cinque e minuti trentacinque. -
- Nel senso, giunge fino a qui? - Si stava spazientando.
- Aspetto pure io. - 
- Grazie, arrivederci! - rispose tornando verso il masso. Sentì l'uomo rispondere: - Forse ritardo. -
Al diavolo, pensò.
Tentò di chiamare Romano, ma non rispose. Le inviò un sms: - Nun c'è campo, stà bbona e tornatene a casa! - 
Non c'è campo al campo. Che cavolata. Al diavolo pure tu.
Finalmente, con un'ora e quaranta di ritardo, arrivò il 13. Alla stazione corse verso i bagni. Che schifezza, si doveva pagare 0,80 € per fare pipì! Si mise d'accordo con una suora, e con la stessa somma entrarono di corsa insieme. Peccato che dopo aver fatto i loro comodi, tentando di uscire, non si aprirono le porte fino a che non giunsero due carabinieri ad aprire manualmente. E fecero loro una multa di 25 € ciascuno.
Basta Verona!, si disse Giulia. Il suo sogno si stava trasformando in un incubo. In quel momento amava Roma come non mai. Fece appena in tempo a prendere il treno, si buttò su un sedile e s'addormentò fino a che non arrivò a casa. Chiamò un taxi - che le rubò altri 50 € - e, giunta a casa, dopo una doccia ristoratrice, s'addormentò di nuovo.
Il mattino dopo la svegliarono delle urla inferocite. In un primo momento pensò di essere ancora nel suo incubo, coi tifosi che la travolgevano, poi capì che i tifosi in confronto erano persone tranquille.
Romano aveva trovato i biscotti.

Che ne pensate? Commentate, e... Fatemi un grosso in bocca al lupo! ;D
Ivy

sabato 17 agosto 2013

Signora

Salve gente! Oggi faccio un bel regalo di compleanno, con tanto di riflessione filosofica...


AUGURI MILLY!

Quando stamane mi sono apprestata a farle gli auguri, m'è venuto spontaneo dirle (in modo amichevole, ovvio!) "Auguri signora!". Lei m'ha risposto: "Magari fossi ancora bimba!"
Bimba? BIMBA??? 
Eh no, cara mia! 
Ragionate con me (sebbene a chi mi conosce sembrerà strano che io ragioni... ;D): un tempo come si chiamavano i nobili? 'Mia Signora', 'Vossignoria', ed ancora oggi il termine 'signore/a' si usa per esprimere rispetto. Questo non perché il soggetto in questione è vecchio - o meglio, attempato -, ma perché ogni persona è degna di essere elevata al livello di un nobile! Quando una persona viene chiamata 'bimba', 'piccola' etc, automaticamente viene messa in una situazione di inferiorità, di protezione, come se non fosse capace di fare nulla da sola, come se necessitasse di un'adulto che la sostenga!
In effetti, a mio parere, un fidanzato non dovrebbe eccedere con i nomignoli d'inferiorità (come il già citato 'piccola'). Una donna si vuole sentire speciale, giusto? E non è raro che una donna voglia emancipazione, indipendenza, importanza. Chiamandola 'piccola' automaticamente la si mette sotto una campana di vetro, in una condizione di protezione simile a quella padre-figlia! Dubito che una ragazza, dopo anni ed anni di 'subordinazione' al padre, vogliano trovarne un altro, no?
Ciò non toglie, però, che le donne sono di per sé delle eterne bambine. Sebbene si cresca, appena una donna vede una bambola con le guanciotte rosse e un vestitino a balze, gli occhi inizieranno a brillarle, le mani non resisteranno e toccheranno il morbido pizzo sull'orlo dell'abito, il naso scomparirà tra i biondi ricci profumati di vaniglia.
Che dire poi dei quaderni di scuola? Le dita che passano sulle parole impresse dall'inchiostro, l'odore della carta ormai ingiallita, la copertina personalizzata e le pagine ancora da scrivere!
A questo punto un uomo si ritroverà confuso (tanto per cambiare): se la chiamo signora non si deve offendere ma s'offende, se la chiamo bambina non s'offende ma si deve offendere, che diamine devo fare?
La sapete una cosa? Non lo so nemmeno io! 
Cambia da donna a donna, credo. Siamo donne, oltre alle gambe c'è di più. E siamo parecchio strane. Ma credo che a prescindere da come la chiamiate, dovete trattarla sempre come una piccola signora. O una grande bambina.
Auguri Milly, piccola Signora e grande amica.
Ivy :* 

domenica 10 marzo 2013

Una donna matura


Buonanotte a tutti, specialmente alle donne! Auguri in ritardo! Avrei voluto scrivervi l'altro ieri, ma ahimè ho preferito gli spogliarellisti... (sognare fa bene dai :D) E a dir la verità mentre scrivo è il 10 marzo solo da qualche minuto, perciò è come se fosse il 9.
Tralasciando gli scherzi, siccome il tanfo delle mimose non m'ha ancora soffocato sono qui da voi, a regalarvi un racconto che ho scritto durante un'entusiasmante conferenza sui topo-ragni-elefanti... Buona lettura ;D 
[Consiglio di leggerlo con accento toscano]

C'ero una volta - e ci sono ancora - io, colei che ha capito troppo tardi cosa significa "vivere". 
Divertente, vero? Quando non puoi più far nulla hai voglia di far tutto. 
Ebbene, m'è successo di passare quarant'anni col mio uomo. Un bell'uomo, ma soprattutto un grande amore... Non mi fraintendete, non rinnego nulla, anzi. Ma purtroppo un giorno decise di fare una partita di calcetto fino a mezzanotte, e... ha incontrato un ubriaco in auto. Che me l'ha messo sotto senza tanti preamboli. Io lo dicevo che il calcio fa male, ma nessuno mai m'ascolta! 
Fatto sta che sono diventata vedova. A cinquant'anni. 
Eeeh... Io avevo sempre vissuto con lui... Cucinavo, stiravo, stavo in casa insomma. Una vita intera, sapete? Una casalinga modello! E beh, quasi sessant'anni, non saper fare un tubo, zero secs appil, ho deciso di darmi alla pazza gioia! Se ci riescono dalla De Filippo i nonnetti di novant'anni, ci riesco pure io, o mi sbaglio?
E così mi sono messa tutta in tiro e sono andata a spendere la maggior parte dell'eredità... Ho voluto taaanto bene al mio maritino, ma la vita va avanti! Spero che lui volesse così...
Beh, grazie a Dio a Firenze ho trovato un ottimo chirurgo che m'ha fatto il botocs e mi hanno stirato il viso (così ha detto il medico). Poi sono andata in quel negozio tutto d'oro, come si chiama... Ah si si, Scianel, e ho comprato un vestitino caruccio caruccio - in tutti i sensi! - ed una borsetta. Santa Madonna scusatemi, no, la borsa era nel negozio colorato, la Ghess! Ed anche le scarpe di vernice, ma non tinte, solo tutte lucidate come una teiera d'argento.
Sicché così conciata sono andata dalla Marisa, la parrucchiera del mio quartiere, e tra un gossip ed uno scuup m'ha fatto una messa in piega che mi garba in un moodo... Un bisciù, come dicono i francesi.Dopo qualche giorno mi sono presentata in un localuccio che m'aveva consigliato la Marisa. Davvero un bel posto,  con le luci sbrodoscopiche e i cockteil di frutta... Immaginatemi, dopo trent'anni di nuovo sui tacchi, letteralmente tirata a nuovo, sembravo un pò la nonna di Barbie. Ed arrivata li che si fa? Ringraziando il cielo era un locale per gli -anta, perciò c'era musica poco ggiovanile...
Così mi sono seduta su uno sgabellino, stando attenta allo spacco del mini dres... Davanti a me c'era un barmen caruccio, ma troppo giovane, sui trent'anni... Che mi dice: "Cosa preferisce bere signora?" E lì mi sono incacchiata! Signora! A me! Signora, dopo che avevo speso tutti i soldi del mio povero defunto marito per avvilupparmi a gioielli vari... Eh no! Al che mi stavo per alzare per uscire dal locale, quando un uomo - anche piuttosto affascinante - m'ha trattenuta. A quanto pare gli garbavo... Dice che potrei fare la modella! Che bella cosa! Mi sono ravvivata la chioma, ho sbattuto le ciglia, ho lisciato il vestitino e ho bisbigliato: "Ma che davvero?"
"Eccerto!" 
M'ha offerto da bere... Non ricordo cosa... E poi ho firmato il contratto. Me l'ha riassunto lui, che cariiino, così non ho dovuto leggere quelle cose noiooose... E poi sono andata a casa. Ed ero alleeegra...
Il mattino dopo però non mi andava il bancomat alla Lui Vitton. Ero preoccupata, così sono andata in banca e.. Non c'era più nulla! Insospettita, sono andata all'indirizzo del biglietto da visita, ma c'era solo un gelataio ... Avevo un mal di testa. Poi sono andata dai carabinieri... E la signorina mi ha detto che m'aveva truffata. M'aveva rubato tutto! I soldi della buon'anima di mio marito...Ci sono rimasta davvero male. Io volevo fare la modella!
Sicché... Ho comprato un giornale di annunci per lavoro - ovviamente assieme a Vaniti Feir, che Giuseppe mi tiene sempre da parte...
Mi sono vestita come la Giolì e mi sono presentata a tre provini. Ci credete? Non m'hanno preso! Perché non sono brava col piccì. Quindi sono andata a fare un advansed cours di compiuter... Gli ultimi euri che avevo... Spesi per un laptop... In seguito sono tornata ai colloqui con in testa arduer, softuer, uord, ecsel, fails... Mi sono pure iscritta a Feisbuck... Convinta di farcela...
E invece no. Non m'hanno preso comunque. Hanno preferito ragazzine giovani. Tutte tette e culo, qualcuna anche un pò di bravura.
Che amarezza.
Alla fine ho deciso di rinunciare. Basta così... Per citare la Cinquetti, non ho l'età. Sono tornata a casa, mi sono tolta i tacchi, mi sono struccata, mi sono infilata in un pigiamone extralarge e ho ripreso il mio lavoro all'uncinetto, col gatto sulle ginocchia, da brava pensionata. Ho venduto qualcosina, e grazie a Dio avevo ancora i risparmi di una vita sul mio conto.
Ho imparato che la vita è una sola, così come la giovinezza. La vita va vissuta finché si può: bisogna amare e farsi amare, divertirsi e divertire. Tuttavia, ogni cosa ha la sua età. E bisogna rispettarla.
E poi, Firenze è così bella vista dalla finestra...




Che ne pensate? Donne, commentate!
Good Night <3

Ivy


venerdì 22 febbraio 2013

La perfezione di plastica

Salve gente! Chi capisce per primo di cosa sto parlando potrà scegliere l'argomento del prossimo testo ;D

Che noia la nostra vita. Tutte uguali.
Perfette, invidiate da tutte quelle diverse. Circa una terza di seno, sederino da pin-up, ventre piatto. Cosce e braccia magre. Piedini piccoli piccoli, anch'essi perfetti. Occhi 
solitamente azzurri, ma ne stanno spuntando anche marroni. Capelli biondo platino, morbidissimi all'inizio, poi tendenti al crespo. Ultimamente ho visto anche qualche bruna, qualche rossa, ma sono dei fake, non sono originali. Tarocche. Rifatte. 
Naso aquilino, dita affusolate, orecchie... perfette. Tanto per cambiare.
Sorridiamo sempre, labbra non troppo piene - solo le rifatte hanno labbroni enormi a canotto - sempre truccate. Come anche le palpebre, ovviamente. Mai fuori posto. E gli zigomi, oh gli zigomi, con tre chili di fard... perfetto.
La perfezione è una costante, che tu sia bruna o bionda sarai sempre perfetta. 
Ma dopo un pò anche la perfezione stufa... Infatti viviamo pochi anni, poi veniamo gettate via come pezze vecchie, o regalate al miglior acquirente.
Non è raro trovarci nude. Grazie a Dio non siamo tanto pornografiche, merito della perfezione. Ma solitamente indossiamo vestiti improbabili - da principesse, abbinati male, strappati, bucati, scritti - ma addosso a noi divengono perfetti. Alcune di noi hanno anche la possibilità di mettere ai lobi preforati orecchini fuori moda. Ringrazio il cielo di non averli pure io.
Siamo un sogno, un sogno di plastica, usa e getta.  Dopo una certa età diventiamo poco credibili. Veniamo usate di meno. Veniamo dimenticate. Nessuno pensa a cosa vorremmo NOI.
Baciamo il nostro alter ego maschile, che sembra più gay che uomo. A volte ci baciamo anche tra di noi. Ne siamo costrette. Veniamo cambiate tre volte al minuto. Non veniamo praticamente mai lavate. Veniamo picchiate, sbattute, palpate, succhiate, tagliate, denudate, maltrattate, rotte, ricomposte, ferite dentro e fuori, senza che esca sangue né dal corpo, né dall'anima. Perché siamo mute. Siamo sottomesse. Cinquanta sfumature di grigio ci fa un baffo. Mai comode, sempre rigide. Come burattini.
E dobbiamo sempre sorridere. Far finta d'esser felici. E ringraziare Iddio se finalmente ci chiudono in santa pace dietro un vetro, come se fossimo un cimelio. Fino al prossimo padrone. Fino alla prossima tortura. Vestito, bacio, casa, cucina, terra, taglio, nuda, corsa, doccia, mangiata... 
E' questa la nostra vita. Ed io spero un giorno di poterci ribellare, assieme ad i maschi-non-maschi con papillon e smoking ed ai cani col pelo immobile chiusi senza ossigeno in gabbiette improbabili e dure.
Basta sfruttamenti. Si va in scena.

Who's she? Commentate, e vi arriverà anche un regalino allegato!
Ivy