. . . All you life, you were only waiting for this moment to be Free . . . * Nulla enim culpa est in somnis.
Visualizzazione post con etichetta Dottore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dottore. Mostra tutti i post

venerdì 13 settembre 2013

Ansia

Sale sale sale, poi scende.
Monta da sola, come la panna.
Inizi a sudare, a tremare, ti viene da piangere, ma non hai lacrime.
Vorresti urlare, ma non hai voce.
Ti senti in trappola. Ma dove scappare? Non ci sono vie d'uscita.
Magari è una piega sbagliata degli eventi, un imprevisto improvviso, un piede sbucato dal nulla che ti fa lo sgambetto, o forse quella che sgambetta via tra le tue gambe è la vita.
Ti nascondi dietro le parole, ti sfoghi con amici, parenti, sconosciuti. Che poi 'sfogarsi' non basta, perché si sa, la foga è del momento, poi passa.
Ma lei non passa tanto facilmente.
Escono brufoli ovunque, come i conati di vomito, alternati a fame, sonno, energia, solitudine, serenità, paura, paura anche di uscire di casa, di prendere l'autobus, di mangiare, di parlare con qualcuno, di dormire, di non svegliarsi in tempo.
Inizi una cosa e te ne penti. La molli e ti senti in colpa. 
Non ti senti te stessa. Ma chi sei in realtà? Non lo sai nemmeno tu, come fanno a saperlo gli altri?
Alterni momenti in cui vorresti ribellarti ad altri in cui preferisci sottometterti alla vita.
Momenti in cui hai bisogno di tenerezza ad altri in cui odi anche la voce delle persone a cui vuoi bene.
Talvolta vorresti chiuderti in una stanza buia, con le cuffiette nelle orecchie e gli occhi chiusi. Altre vorresti correre tra i prati urlando: "Heidi, chi è più brava adesso?"
Fa male pensare, fa male riflettere. Volare via con la fantasia una volta era immergersi in nuovi mondi, adesso è immergersi in un'utopia, illudersi di poter avere ciò che si ha, essere ciò che non si è. 
Ogni piccola cosa fa crollare il castello di carte nella tua mente. Uno sguardo può essere peggio di un tifone. Una parola spazzare via le fondamenta della casa più solida.
Ma la cosa peggiore non è il dentro. E' il fuori.
Il sorriso falso che condisce le tue giornate. Il lamentarsi delle nuvole nel cielo, anziché urlare che le peggiori sono nel petto, di fronte al cuore. Il fare un bel gesto, perché se vedi un sorriso altrui uno spontaneo ti spunterà di certo. E di conseguenza, il vivere per far felici gli altri, per comprare la tua felicità e impacchettarla col regalino per l'amichetto di turno.
Desiderare la solitudine. E appena sei sola, volere qualcuno accanto a te. E quando arriva, preferivi stare per conto tuo.
Non riesci a concentrarti, t'alzi, cammini, bevi un caffè, ti siedi, concentrazione, mezz'ora, persa, ti rialzi, ricammini, yogurt, ti risiedi, ti riconcentri, ti riperdi, fino a che a forza di camminare hai scavato un solco nel pavimento e perso dieci chili. E non hai risolto nulla.
Gioisci se qualcuno si sfoga con te. Almeno hai altri problemi a cui pensare.
Hai caldo, ti spogli, t'infreddolisci, ti copri, ma ancora caldo, freddo, caldo, freddo, fino alla pazzia.
Pazzia. Forse questa è la soluzione, è il vero scopo della tua mente, si diverte a vederti soffrire, a vederti contorta su te stessa per combattere contro la tua stessa pazzia.
O forse è depressione. Prova coi clown, forse funzionano.
Adolescenza? Naah, acqua passata.
Malinconia? Oh cielo, sono vecchia e sola... Che pena.
Allora cosa? Cosa è?
Ansia.
Per il futuro, il presente, il passato. Per le stupidate quotidiane, per le cose importanti, per le sfighe occasionali ma sempre puntuali. Per non vedere mai la luce limpida, ma sempre offuscata, coperta, nascosta. Per nostalgia, per stress, per routine, per malinconia, per pazzia, e perché no, anche per depressione. Per Ansia.
Il 90% di voi lettori a questo punto penserà che mi ci vuole uno bravo che mi curi. Il restante 10% mi avrà già scritto nei commenti il numero. Grazie di cuore, vi contatteremo al più presto per eventuali chiarimenti.
Gente, sappiatelo, specialmente voi che siete in terza media, si voi, piccolini lì in fondo, che vi sentite tanto grandi e tanto fighi e ancora fate i temi in classe su come avete trascorso le vacanze. Proprio voi.
Questo è l'effetto Liceo Classico. Vedete un po' voi.
Ivy, andata e sola come un cane (sigh)

sabato 6 ottobre 2012

SFIDA: ATP

'Sera gente!
Che fatica rimaner sveglie... Perdonatemi pertanto se mi sto facendo sentire di meno. Sono un Diesel al contrario: parto con turbo e arrivo... In retromarcia.
Spero mi perdoniate, e che questi miei racconti siano premi di consolazione sufficienti per ottenere venia...
Grazie mille: ho visto che abbiamo raggiunto ben + 940 VISUALIZZAZIONI!
Un record che non pensavo di raggiungere... Thanks!
La parola di oggi, passatemi il termine, è una... bastardata, ecco, sparata da un mio compagno di classe (ciao Chris) durante l'ora di scienze: ADENOSINTRIFOSFATO, o più semplicemente ATP.
Ma una sfida è una sfida, e io non mi tiro indietro.
[P.S: L'ATP è la definizione scientifica dell'energia delle cellule. Più o meno. Per chi fosse interessato:
Dall' Enciclopedia Treccani
Adenosintrifosfato
Composto chimico, corrispondente alla forma salificata dell’acido adenosin-5'-trifosforico, indicato con ATP . Contiene due legami ad alto contenuto energetico (~) fortemente reattivi e ha formula... Leggi tutto]

'Diamine!'
'Accidenti!'
'Ecchecavolo!'
Eva si affacciò timidamente alla porta. Poi fece un passetto verso l'interno. Poi un altro. Ed un altro ancora. L'uscio, tanto sicuro quanto noioso, s'allontanava lentamente alle sue spalle.  Arrivò dietro al dottor Teufel. Poi si avvicinò al suo orecchio e sussurrò: 'Professore?'
Egli balzò per aria, si risistemò gli occhiali, e si girò pomposamente verso la ragazzina.
'Cosa vuoi?' borbottò.
Lei si morse il labbro, si contorse una ciocca di capelli, e poi chiese in un bisbiglio: ''Professore, c'è qualcosa che posso fare per lei?'
'No!' tuonò l'uomo. Poi si passò una mano nei capelli già scompigliati e si chinò di nuovo sul suo esperimento.
Continuava a pensare che quella piccoletta fosse solo una seccatura, ma il buonsenso gli diceva di tenersela stretta: se avesse avuto bisogno di una cavia umana, lei si sarebbe proposta immediatamente come volontaria.
Stava lavorando su un progetto grandioso: ricreare la struttura di una cellula dentro una base di metallo. Così facendo avrebbe potuto creare motori delle automobili - e non solo -  funzionanti ad ATP anziché sprecare i vari combistibili. Ecologico e geniale. Se tutto andava bene.
I fondi europei erano pochi, e se li doveva far bastare. Così aveva ingaggiato la rompiscatole, sicuro che in caso di ristrettezze economiche ella avrebbe provveduto a chiedere i soldini al suo caro paparino miliardariuccio.
Ricreò l'Apparato di Golgi col silicone. Cosa decisamente difficile, perché il meccanismo era di per sé molto fragile. Poi si spostò su una seconda scrivania per ricontrollare il progetto. O almeno, quelli erano i suoi piani, perché...
'Professore, a cosa serve questo? E questo? Oddio, questo lo conosco, ma non mi viene il nome! Ce l'ho sulla punta della lingua...'
'Dammi qua!' disse il dottor Teufel, prendendole di mano il foglio, adesso irrimediabilmente macchiato di Nutella agli angoletti. Respira, si disse, respira, ricorda i soldi, ricorda il...
'E questo prof?' continuò lei, avviandosi verso il pannello di controllo e premendo un enorme pulsante rosso.
'Nooo!' agonizzò il dottore, coprendosi gli occhi. Il suo ultimo prototipo, il Razzo Succoso, partì a tutta velocità, sfrecciò per il corridoio. Il professore tentò di prenderlo, ma  scivolò su una vescicola caduta per terra, si rialzò, corse verso il razzo, che stava per raggiungere la Cellula Bionica...
... Quando finì il succo alla pesca, planando dolcemente sul progetto della cellula, sorretto dal paracadute d'emergenza. Il dottore tirò un sospiro di sollievo. Poi si girò verso Eva.
'Tu... Tu... Vammi a prendere del glucosio! Corri! E non ti far vedere per tre ore, come minimo!'
La ragazzina uscì di scena mestamente. Il professore sprofondò nella poltrona.
Mancavano solo poche ore, e sarebbe stato ricordato da tutti come il Professor Teufel, inventore del motore ad ATP...
Si rialzò pieno di adrenalina, corse al monitor e digitò i comandi, affinché le sequenze numeriche ed i calcoli chimici combaciassero alla perfezione.
Poi saltò sull'ascensore di vetro, costruito sul modello di quello della Fabbrica del Cioccolato, e salì al 40° piano, ovvero la gigantesca cella frigorifera contenente i composti chimici più preziosi, tra i quali spiccava il suo gel - simile a quello di Morgan ma più efficace.
Prese l'ADP [come l'ATP ma con una molecola di fosforo in meno, nde.] ed il glucosio e ritornò al laboratorio.
Voi lettori vi chiederete: ma non doveva prenderlo Eva? Ebbene, Eva era stata condotta nell'archivio generale, ove il prof. Teufel teneva le cose meno preziose, e che era grande quanto un appartamento. La piccoletta non sarebbe tornata facilmente.
'Ci siamo', si disse sfregandosi le mani. Iniettò 6 molecole di ossigeno, precedentemente ibernate grazie alle ultime innovazioni tecnologiche, ed una di glucosio.
I mitocondri avviarono la respirazione cellulare. Le proteine iniziarono ad essere smaltite, sballottate, distrutte e ricomposte, il vacuolo si contraeva invano, iniziando a provocare spasmi in tutta la cellula, dai pori cellulari venne fuori del fumo, il dottore andò in panico, provò a tapparli ma questi erano troppi, e la cellula stava per implodere, sovraccarica di energia...
BOOM!
Un'enorme esplosione fece rimbombare tutto il grattacielo. Tutti gli scienziati accorsero ad aiutare il professore più geniale ed allo stesso tempo pazzo che la scienza avesse mai visto in anni ed anni di vita. Il professore, dello stroma sul naso e ribosomi dovunque come se avesse la varicella, si rialzò a fatica, accorrendo a salvare il suo prototipo. Ma di quello nemmeno l'ombra.
Il dottore iniziò a ridere istericamente, prima piano, poi sempre più forte, ed a distruggere tutto, e pianse, e rise, e distrusse...

Smash!
Un librò arrivò dritto in testa a Tommaso, che si risvegliò di colpo. Il suo professore di biologia, il dottor Teufel, lo sovrastava con un ghigno malefico dipinto in volto, il libro incriminato ancora in mano.
'Fatti bei sogni, Tommaso?' chiese. 'Se vuoi continuare, ti ispiro io: sognati il tuo voto di biologia... Perché sarà sotto lo zero!' E detto ciò, continuò: 'Per formare l'ATP sono indispensabili il glucosio e...' 
E lì Tommaso se ne fregò altamente e si riaddormentò.

Che ne dite? Super breve, ma efficace!
Dedicato alla 5°C, che sogna invano buoni voti di biologia... Un bacione! ;D
Ivy

venerdì 21 settembre 2012

Sfida: RANCORE

Salveee!!!
Vi premetto subito che ho un'orribile pseudo-tendinite alla mano destra, perciò scriverò con la sinistra... E pertanto sarò MOOOLTO lenta.
Secondo, vorrei festeggiare con voi:


 

Grazie mille!
In ogni caso, abbiamo una nuova parola (grazie Milly!) : la parola, anzi, il parolone di stamane è Rancore. Un'emozione pesante, difficile da sopportare, che talvolta sfocia in disperazione, se non in qualcosa di ben peggiore... Iniziamo.

Sole. Luce ovunque. Ombre pressoché inesistenti. Risate gioiose, sorrisi splendenti, musica allegra, dolci baci. Tanto. Troppo da sopportare. Perché il mondo non si sentiva come lui? Perché ove dovevano esserci ombre e disperazione aleggia la gioia?
Antonio non si dava pace. Si contorceva le mani, digrignava i denti, piangeva lacrime amare. Da quel giorno non era più uscito di casa, se ancora così si poteva definire quel luogo freddo, buio ed inospitale, pieno di polvere e ragnatele, coi pesanti tendoni di velluto dell'Ottocento tirati davanti alle ampie finestre e i divani di broccato coperti da teli di nylon, come se questo rendesse la stanza più pulita.
La camera di Marie era ancora chiusa a chiave. Non aveva il coraggio di vederla, non dopo quello che era successo solo una settimana prima.
Ma come poteva vivere, con quel peso sul petto?

Dling dlong!
Una voce roca e cavernosa tentò di urlare un "Marie!", ma ne uscì solo un suono indistinto, soffocato da un colpo di tosse grassa ammortizzata con un fazzoletto. 
Per fortuna, la giovane era nella biblioteca vicina. Spolverandosi le mani nel grembiule, si avviò verso il portone d'ebano.
"Chi va là?" chiese guardinga. In quel periodo stavano succedendo molte strane cose. Meglio essere prudenti.
"Antonio Benvenuti, signorina. Sono l'aiutante del dottor Blanchard. Il dottore vi aveva avvertito..."
Marie tolse in fretta il catenaccio con foga e girò il pomello. "Grazie a Dio siete qui! La bronchite è peggiorata, e... Siete italiano per caso? Si nota dall'accento. Venite con me, seguitemi!!"
Entrarono in uno stanzone buio, pieno di cimeli antichi. In mezzo alla camera c'era un letto a baldacchino amaranto, e sopra le coperte giaceva un vecchio, corroso dall'età e dalla malattia. La figlia corse al suo capezzale.
"Padre, è arrivato il medico... Suvvia, adesso vedremo che cos'avete. Orsù, padre, niente moine!" e lo sollevò leggermente. 
Antonio si avvicinò, aprì la valigetta di cuoio e auscultò il petto dell'uomo. Poi sorrise a Marie.
"Tranquillizzatevi, sembrerebbe in via di miglioramento! E' normale che la tosse peggiori leggermente, ma continuate a dargli le cure e pregate. Sono gli unici due modi per guarire!"
"Grazie mille! Ma... dottore, è possibile che v'abbia già visto da qualche parte? Mi sembrate familiare..."
"Potrebbe essere. Non sono da molto a Parigi, ma faccio lunghe camminate per le vie della città."
In quel mentre il portone si spalancò, facendo sobbalzare i due giovani. Nell'atrio angusto irruppe una donna bassa e grassoccia, che passava a malapena dal corridoio, con un cappello pieno di piume ed un soprabito color crema che le stava scoppiando addosso.
"Marie, tesoro! Perdonami, c'era una magnifica offerta da Madame Dumas... Ma chi è questo giovine? Piacere, Magdalen, la madre di Marie. E lei è..."
Antonio, spiazzato, tese la mano e strinse le dita simili a salsicciotti. "Sono il dottor Benvenuti, signora Lacroix, l'aiutante di..."
"OOOH, ma adesso ricordo! Posso chiamarvi Antoine? Fa molto più francese... Françoise mi aveva avvertita del fatto che sarebbe passato il suo assistente, ma non che questi fosse così attraente.."
"Basta così, madre." La voce di Marie era glaciale, distaccata. Antonio pensò che odiasse la madre. Glielo si leggeva negli occhi grigi, divenuti gelidi alla sua vista.
"Antonio, la posso accompagnare fuori?" gli chiese.
"Certamente" rispose lui, riprendendo il cappotto dall'appendiabiti e la bombetta dal tavolino.
Appena usciti, un vento freddo, come il tono di Marie pochi istanti prima, li avvolse tra le sue spire. Marie teneva il capo basso. Poi mormorò: "Scusatemi per prima. Io... Non sopporto mia madre. Ha sposato Papà solo per i soldi, e adesso che lui non può più controllare il suo conto in banca, si dà alla pazza gioia tra le boutique più facoltose..." Una lacrima si posò sulla sua guancia. Antonio la asciugò, con somma sorpresa di Marie.
"Vi capisco... Ma prometto che tenterò di aiutarvi."
"E in che modo, se mi posso permettere? Mio padre morirà. E' questione di giorni, se non di ore. Ed a quel punto i soldi andranno di diritto a mia madre. Ed io diverrò quasi una sguattera..." Altra lacrima, un singhiozzo. Antonio tirò fuori il suo fazzoletto, glielo porse. Lei s'asciugò il viso, ringraziò e glielo tese. "Meglio che lo teniate voi" rispose con un sorriso, che Marie ricambiò prontamente.
"Dovete scusarmi, vi ho riversato addosso tutti i miei problemi senza ritegno... "
"State tranquilla. Non c'è problema. Anzi, forse ho trovato una soluzione..."
"Davvero?" Marie s'illuminò.
"Innanzi tutto, vi giuro sulla Colonna Vendome che farò guarire vostro padre. Quanto al fermare vostra madre... Avete mai pensato ad un matrimonio combinato?"
Marie sobbalzò, poi lo guardò stralunata. "Un matrimonio? E con chi? No, io devo stare al capezzale di mio padre..."
"Ma potreste starci lo stesso! Io... Io necessito di una moglie. Sono in Francia con un visto, e se mi sposassi con una residente mi farebbero lavorare in pace. In cambio, lei avrebbe i soldi di suo padre congelati. Le assicuro che non m'interessano. E poi, vostra madre dovrebbe dar conto a voi di ogni suo acquisto. In questo modo saprete in ogni momento cosa compra. Infine, io sarei sempre vicino a vostro padre, e voi pure, e potremmo correre assieme al suo capezzale... Da parte mia, non vi chiedo niente..." E con quest'ultima frase, il giovane arrossì.
Marie era visibilmente confusa. "Io... Mi lusinga la sua proposta. Ma... Non le so dire. Ci penserò."
Un pensiero balzò nella mente di Antonio. "Non è che siete già promessa? O, ancor peggio - per me, s'intende - siete... Innamorata?"
"No, no" lo rassicurò Marie "Nessuna di queste cose. E' che... Sarebbe un cambiamento radicale. Fatemi pensare. Ma vi rassicuro: è già in partenza più si che no."
E così dicendo, se ne andò.

Le nozze furono celebrate nella chiesa di Saint-Augustin, con rito cattolico. Marie era emozionatissima, malgrado non fosse innamorata del suo giovane sposo. Indossava un abito avana lungo fino alle ginocchia, non molto ampio, con maniche lunghe e scollatura rettangolare. Guanti beige avvolgevano le mani curate ed affusolate, un velo sottile di tulle le cingeva il volto. Rose selvatiche, bianche e pure come la loro padrona, completavano la mise.
Anche Antonio era emozionato. Aveva fatto venire i suoi genitori dalla Toscana, e fatto fare il suo vestito da un sarto italiano. 
La cerimonia durò poco, anche se fu imbarazzante per entrambi scambiarsi un bacio. Erano diventati amici, certo, ma non così intimi.
Alla fine, dopo aver consumato un lauto ma veloce pasto in un ristorantino vicino, andarono dal padre di Marie, che benedì la loro unione. Solo loro due sapevano che era un matrimonio più di convenienza che d'amore, però la madre di Marie era comunque livida di rabbia.
Dopodiché, Antonio portò la sua novella sposa nel suo appartamento. Non era molto lussuoso, ma era spazioso per entrambi. Marie si chiuse nella sua stanza, e ben presto s'addormentò.

l'indomani ed i giorni seguenti Antonio li avrebbe sempre ricordati come i più frenetici della sua vita.
Corsero per mezza Francia, alla ricerca di una cura per la malattia che aveva colpito così duramente Monsieur Lacroix. Inutile dirlo, non trovarono nulla di soddisfacente. 
Marie si stava lasciando andare alla disperazione. Mangiava poco, non si curava più, pensava solo al padre, che dal canto suo la rimbrottava, dicendole che doveva prestare tutte quelle attenzioni al marito. Lei annuiva mestamente ogni volta, ma poi rimaneva lì, i gomiti sul letto, uno sciroppo in una mano ed un cucchiaio nell'altra, gli occhi stanchi, i capelli scompigliati, la veste stropicciata.
Antonio era messo anche peggio. Non dormiva da giorni, tentando di trovare la cura per quella malattia. Aveva contattato i maggiori medici mondiali, e non aveva ancora ottenuto risposta. Unico aspetto positivo, il dottor Blanchard gli aveva affidato il paziente.

Passarono i giorni, uno più angoscioso dell'altro. Non ci volle molto perché Antonio capisse che non era bronchite quella del signor Lacroix. Marie sveniva quasi regolarmente, ed Antonio dovette costringerla a mangiare sotto minaccia: o si nutriva, oppure non sarebbe più stata al capezzale del padre. Almeno così ricominciò a spulciare qualche fetta di pane. 
Ahimé, anche lei aveva capito che il padre non sarebbe vissuto ancora a lungo, e così se la prendeva col suo sposo, poiché le aveva giurato che l'avrebbe curato.
La madre, dal canto suo, non s'avvicinava nemmeno al marito, convinta fosse infettivo. Si chiudeva nelle sue stanze, a provare i vestiti, leggere ed invitare le amiche, come se niente fosse.
E come se tutto ciò non bastasse, le lettere che arrivavano ad Antonio erano sempre le stesse: Mi spiace, ma non possiamo aiutarla.

Il 19 dicembre 1926, il signor Lacroix iniziò a tossire sangue. Antonio provò a chiamare ospedali e dottori, ma non ci fu nulla da fare: ad aggravare la situazione, il telefono era nuovo, e pertanto andava molto lentamente, ed il centralino prendeva la linea a singhiozzo.
Alle ore 18.15, il signor Lacroix spirò.

Antonio non si dette pace. Continuava a ripetersi che era colpa sua, che poteva fare di più, che doveva provare altre cure.
Due giorni dopo gli arrivò la lettera di Albert Calmette: leggendo i sintomi di Monsieur Lacroix, il medico pensava che avesse la tubercolosi, e lo invitava quindi ad andare nel suo studio a Parigi per avere un campione della sua innovativa cura chiamata BCG.
La missiva aveva data 17 dicembre 1926.

Marie si chiuse nella stanza del padre per giorni, uscendone solo per il funerale: nella chiesa, la vedova si disperò in modo teatrale, suscitando l'ira della figlia, che la cacciò dalla chiesa violentemente e poi si chinò sulla tomba del padre, singhiozzando. 
Non si ebbero più notizie della signora Lacroix per molti anni; un giorno però Antonio lesse che s'era risposata con un noto banchiere, in Corsica, e che era divenuta per i figli del marito una madre modello.

Il 25 dicembre 1926, Antonio prese coraggio e bussò alla camera della moglie. Non ottenendo risposta, aprì la porta.
Marie era accasciata sul letto, le gambe leggermente divaricate, la testa girata da un lato, le braccia aperte. In una mano teneva una boccetta di sonniferi vuota, proveniente di certo dalla valigetta di Antonio, e nell'altra una lettera, in cui chiedeva perdono al giovane. Antonio corse a prendere lo stetofonendoscopio ed auscultò il cuore di Marie. Non batteva più.


Il giorno dopo ci furono i funerali. Poca gente, perlopiù conoscenti. Antonio si presentò solo per pochi istanti, poi se ne andò.
E si chiuse in casa.

Che ne dite? Un pò tragico, ma direi che il rancore si sente bene... Se ho sbagliato qualcosa (dovrebbe essere ambientato nel 1900, ma non conosco molto bene quel periodo) scrivete pure!
E commentate!
Ivy