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domenica 16 marzo 2014

Le scarpe fluo

Buonasera siori e siore!
Spero abbiate voglia di ridere perché io ne avevo parecchia... e allora Divertiamoci!

Christianne stava navigando su Hoopps.it come tutte le sere. Cercava un paio di scarpe perfette per la serata del giorno seguente, un paio di scarpe che sarebbero rimaste nella storia. Dovevano rimanere: l'indomani ci sarebbe stata la premiazione per le scarpe dell'anno, ed era riuscita ad aggiudicarsi tre premi di seguito. Un altro e sarebbe rimasta nella storia.
Mangiucchiandosi le unghie abbassava il dito sul touchpad, distesa sulla pancia, i piedini curati che andavano a destra e a sinistra. Improvvisamente lanciò un urletto degno dell'arrivo del fattorino di Zalando.
- Che è successo? Christianne stai bene? - Adèle, la sua coinquilina, corse trafelata nella camera dell'amica.
- Adèle le ho trovate! Sono perfette! -
Ormai rassegnata alla natura particolarmente espansiva di Christianne, Adèle si sedette accanto a lei sul copriletto rosso fuoco. - Fammi vedere... -
- Dimmi, non sono un ammmore? - Pose parecchia enfasi sulle emme, per sottolinearne il livello amoroso.
- Mmm, beh, di certo non passeranno inosservate. -
Le scarpe in questione erano un paio di décolleté giallo fluo, brillanti anche al buio. La marca si vantava di dare in dotazione persino la scatolo Glow in the dark.
Anche il prezzo, incredibilmente alto, prometteva di essere visibile anche al buio.
- Christianne - le fece notare Adèle, - tu non hai tutti questi soldi! -
- Ho già scritto una mail alla Hoopps... Ho diritto ad un mutuo! -
Adèle scosse la testa, andandosene.

La mattina del giorno dopo qualcuno suonò alla porta.
- Vado io! - urlò Christianne. Dalla stanza adiacente nessuna risposta, dopo una notte passata a lavorare Adèle se la prendeva comoda.
Christianne si guardò allo specchio con un gemito. Stava schiacciandosi un po' di brufoli, e il cerchiello che le teneva indietro i capelli faceva perfettamente pendant con la maglietta sformata extralarge.
Troppo tardi per rimediare.
Aprì la porta con una faccia da funerale, che si tramutò in un sorriso sfavillante appena visto il visitatore inaspettato.
Il fattorino della Hoopps.it era l'ideale divinità greca di Christianne. Alto, bruno, occhi chiari, fisico scolpito, sorriso migliore di Channing Tatum - che considerava il non plus ultra. Si tolse rapidamente il cerchiello e si ravvivò la frangia.
- Salve! Sarà stanco, vuole un caffè? Entri pure! -
- Veramente, signorina... - lesse la targhetta sul campanello. - Hompton... -
- No, io sono Cullighan, Hompton è la mia coinquilina. -
- Mi scusi... -
- Nessun problema. -
- Dicevo, signorina Cullighan, che sfortunatamente ho molto lavoro da fare, e mi trovo costretto a declinare l'invito. Ora, se può fare una firma qui... -
Per la prima volta in vita sua, Christianne firmò col suo nome completo - due nomi e tre cognomi, senza staccare mai gli occhi dal giovane, ora visibilmente a disagio.
- Ecco a lei. Scusi, è fidanzato? -
Lui arrossì. - No... -
- Bene, mi darebbe il suo numero? - "Se ci fosse Adèle mi ucciderebbe", pensò.
- Ahem... È sulla... È sulla scatola... Sa, in caso la merce vada sostituita... -
- Bene, allora un giorno di questi la chiamo per un caffè! Buona serata! -
E gli chiuse la porta in faccia.

La sera, Christianne, intenta a spolverare di borotalco il tubino nero per entrarci, non era riuscita a dimenticare il bel fustacchione della Hoopps, tanto che mise troppa polvere bianca e dovette toglierla col cucchiaino.
Mise un cinturone giallo fluo attorno alla vita e grandi orecchini dello stesso colore, una fascia nera sui capelli e brillantini sulle ciglia. Mancavano solo le scarpe.
Che non ricordava dove fossero.
Imprecando, abbassò la serranda, attenta a non rompersi le unghie impeccabili. Spense la luce e si girò verso la montagna di roba sul pavimento della camera.
Adèle la raggiunse e accese la luce. - Che stai facendo? -
- Spegni! - ringhiò lei, inginocchiata sul pavimento, circondata da vestiti di ogni sorta e scatole simili. - Sto cercando le scarpe! -
Adèle alzò gli occhi al cielo. - Nemmeno quando è l'unica cosa illuminata nella stanza trovi ciò che cerchi! Genio, sono sulla sedia. -
Christianne si girò verso l'altra parte della stanza. - Ah, giusto. Grazie. -
S'alzò e prese la scatola tra le mani. Davanti a lei troneggiava il numero del ragazzo. - Sai che ti dico? Io lo chiamo. -

Gordon entrò nel locale sovraffollato senza sapere nemmeno perché fosse lì. La ragazza stramba di quella mattina l'aveva chiamato e lui era andato. Il perché rimaneva un mistero anche per lui.
O almeno tale rimase fino a che la ragazza stramba non comparve davanti ai suoi occhi sotto forma di cigno.
Le scarpe fluo la facevano risaltare su tutti, ma si sarebbe notata comunque.
- Ciao! Non mi sono nemmeno presentata, non ufficialmente almeno. Sono Christianne. -
- Gordon. - Si strinsero la mano. - Come mai qui? -
- Per la gara di "MisScarpa"... Sono campionessa in carica, e vorrei continuare a rimanere tale! -
- A proposito... Quelle scarpe, io... -
Proprio in quel momento l'altoparlante gracchiò. - Christianne salga sul palco! -
- Oh, devo andare! Torno subito, fammi l'in bocca al lupo! -
Gordon la trattenne per un braccio. - Aspetta, Christianne... Io... -
Lei s'alzò sulle punte e lo baciò. - Anche tu mi piaci tanto. -
E lo lasciò come un pesce rosso.

Christianne salì sul palco, convinta di avere la vittoria in tasca. Tutti avevano apprezzato le sue scarpe, e aveva anche ricevuto un bacio da quel gran pezzo di figo di George. O si chiamava Garth? Boh.
- Allora signori e signore, c'è stato un ex-aequo! -
Il mondo si fermò. Si congelò. Si sgretolò.
- Eh sì! Perché la nostra Chris quest'anno ha comprato, per sfiga o per caso, le stesse scarpe di un'altra ragazza! Un applauso per... -
Lì, dopo aver fulminato con lo sguardo il povero Gulliver, che si sbracciava per stile che aveva consegnato due paia di scarpe uguali quel mattino, Christianne svenne.

I due non si rividero mai più. Ma Christianne portò sempre un tirapugni nella borsetta, in caso l'avesse rivisto.

Povero Gordon! Commenti? Buonanotte!
Ivy :*

mercoledì 12 giugno 2013

IL MISTERO DEL GATTO PERDUTO

Ma ssalve signori miei!
Scuola finita! Un po' dispiace. Ma solo un po': datemi una settimana e già non avrò più alcun sentimento triste ;D
Sono lieta d'annunciarvi la mia vittoria del premio letterario della mia scuola! Ed ecco a voi il mio testo... Buona lettura!


Le luci del vernissage illuminavano Imperia, quella notte. Un centinaio di ricchi abiti scintillanti sfilavano ordinatamente davanti ai quadri moderni; gli smokings invece troneggiavano attorno al piano bar. Solo una donna chiacchierava allegramente con gli uomini: non eccessivamente bella, capelli biondo cenere abilmente tinti raccolti in un toupet, occhi nocciola tendenti al verde, zigomi pronunciati e naso aquilino. Indossava un vestito turchese ricco di paillette simili ai granelli di zucchero, che le lasciava scoperte le ampie spalle. Completavano la mise vertiginosi tacchi venti dello stesso colore della pochette ed enormi orecchini grigio ghiaccio.
“Per i miei gusti queste vostre mogli perfette sono noiose e basta. Piuttosto, chi mi offre un sigaro?” Un uomo le porse una scatola. “Cubano, ottima scelta. Dicevo…” Un altro le tese l’accendino. Accese, tirò una boccata. “Dicevo, l’arte è affascinante, altrimenti non sarei qui, ma mettersi  a spettegolare sull’artista è disgustoso! Ve l’assicuro, la vostra compagnia è migliore.”
“Non è sposata, vero?” domandò uno dei presenti, divertito.
“Sposata io? Le sembro una persona sopportabile?” Risate diffuse, roche, allegre. “Suvvia, non diciamo sciocchezze. È già tanto se mi sopporta il mio cane.”
“Di cosa si occupa, signora Zuccheni?”
“Oh, niente di particolare. Compro quadri e li cedo al miglior offerente, acquisto appartamenti e li rivendo, grazie all’eredità di una mia vecchia zia. Eh già, Zia Betty m’ha sistemato la vita… L’avessi almeno conosciuta! E poi… Scusatemi.” Tirò fuori il Blackberry urlante. Zittì i Maroon 5 cliccando sul pulsante dalla cornetta verde. “Pronto?” rispose allegra. Poi divenne seria. “Arrivo subito.”
“Signori miei” disse agli uomini, “temo che dovrete continuare senza di me. Il dovere mi chiama! E grazie ancora per il sigaro.” E tacchettando uscì dalla galleria. Con le unghie smaltate di grigio tortora digitò un numero.
Dall’altra parte, un uomo dai capelli scuri, a petto nudo s’allenava a picchiare un punching ball nella piccola palestra che gestiva. Il sudore grondava sulla tartaruga ormai ben definita e sul pavimento scheggiato. I suoi pugni, circondati dai guantoni, facevano oscillare pericolosamente il sacco. Proprio sul più bello il cellulare iniziò a squillare. Con rabbia si tolse i guantoni e li scagliò per terra; poi prese un asciugamano, s’asciugò alla meno peggio, dunque rispose con un “Che c’è?” piuttosto alterato.
“Ehi cavernicolo, m’hanno chiamato dalla Centrale, allarme rosso.”
“Sai che non mi devi disturbare quando m’alleno!”
“Sai che devi essere sempre pronto per le emergenze!” E riattaccò.
L’uomo sbuffò e s’infilò sotto la doccia.

Venti minuti dopo erano al Posto di Polizia del paesello vicino, San Lorenzo Al Mare. I due si salutarono con un cenno.
“Beatrice…” “Diego…”
Erano tornati nelle loro vesti abituali: lei un tallieur leggero con una giacca aperta sulla camicetta candida, lui jeans e giubbotto di pelle.
“Bene” esordì il Commissario, un uomo alto e smilzo con radi capelli. “Finalmente abbiamo un caso serio da assegnarvi!”
“Un morto?” chiese Diego. “Un rapimento, una truffa, una rapina?”
“No, una sparizione!” I due si fecero attenti. “È scomparso… Il gatto della signora Marchese!”
Diego lanciò una colorita imprecazione. Beatrice tuonò: “Un gatto? UN GATTO? Sono dieci anni che lavoriamo qui, siamo gli unici investigatori della zona, mollate i casi seri alla Centrale di Imperia e ci affibbiate UN GATTO?”
Il Commissario era sbiancato. “Si…M-ma è serio… I-il fe-felino è sco-co-comparso da due settimane e…”
“E?”
“…E c’è stata una richiesta di riscatto. Diecimila bigliettoni.”
“Da parte di chi?”
“Non si sa, dovete scoprirlo voi!”
I due si guardarono negli occhi. Poi sospirarono. “E va bene!”
Il Comandante andò ad abbracciarli, successivamente consegnò loro il fascicolo inerente al caso (limitato a una fotocopia della lettera di minacce e a una foto del gatto).
Fuori dalla questura, Beatrice guardò teneramente il compagno. “Adesso mi saluti?”
Diego la baciò. “Questa storia del matrimonio nascosto è più semplice del previsto…”
Salirono in macchina, diretti alla loro casetta sul mare, fuori San Lorenzo, per non destare sospetti.
In pigiama, una tazza di caffè davanti, esaminarono le prove.
“Uhm, il rapinatore dev’essere straniero. ‘Salve siniora, io volio dieccimilla euro in contati entro lunedi matina o suo gato fara bruta finne. Mette in casetta posta di via Cipressa 8 entro ore doddici.’ A meno che non sia un povero marinaio analfabeta.”
“O non sia per depistarci.”
“Anche.” Beatrice guardò la foto del gatto e scoppiò a ridere.  La passò al marito, che rise come lei. Il gatto era nero con macchie bianche, grasso come l’omino Michelin e con un fiocco rosa confetto al collo. “Ci sarà voluta una gru per sollevarlo!” commentò lui.
“Quindi ne dobbiamo dedurre che il nostro rapitore…”
“O la nostra rapinatrice!”
“…O la nostra rapinatrice ha forza da vendere ed un pessimo italiano?”
“Esatto” concluse lui alzandosi dalla sedia di vimini. Ormai fuori albeggiava. “Io direi di fare un sonnellino e poi iniziare le indagini.” Si stiracchiò.
“Buona idea” sbadigliò lei. E andarono a letto.

L’indomani partirono con l’indagine interrogando gli operai stranieri che lavoravano nel cantiere vicino a Villa Buonsole. La maggior parte erano albanesi padri di famiglia, con alibi di ferro: si frequentavano solo tra di loro oppure  rimanevano a casa con le mogli e i pargoletti. Uno di loro però era privo d’alibi: un rumeno giunto in paese da poco, che riusciva a comunicare con gli altri solo in inglese. Cezar infatti era in Italia da poche settimane, poiché aveva perso il suo lavoro in Romania. “Ma io brava persona” diceva “io laureato in Romania, in Italia non conta!”
In ogni caso, i due coniugi continuarono le ricerche: era impossibile condannare un uomo senza prove, specialmente se il poverino in questione non aveva colpe. Quindi chiesero di entrare nella villa: la signora Marchese, vedova da anni, fu ben lieta di accoglierli… per quanto potesse esserlo.
Infatti, dopo la morte del marito alla veneranda età di ottantanove anni, l’unica compagnia rimastale era quella del gatto Cleopatra – per lei Cleo - che coccolava come fosse figlio suo, non avendone avuti.
La casa era enorme, buia a causa delle tende tirate - cosicché il puzzo di chiuso regnava sovrano – e piuttosto sporca – a novantotto anni è difficile fare le pulizie.
La signora Marchese li accolse vestita di nero, pallida come un cadavere; insistette che rimanessero a pranzo. “Credo che le vostre case siano lontane…” mormorò con voce flebile.
Le ricerche partirono dalla camera di Cleo: più linda delle altre, risaltavano un enorme letto a baldacchino con una coperta di velluto rosa e una composizione di ciotole d’argento colme di ogni ben di Dio. “Cucino per lui, io non mangio molto” si giustificò la vecchina.
Beatrice e Diego trovarono più di quanto s’aspettassero: un brick di vino di bassa qualità vuoto, residui di fazzoletti, un foglio di carta in cui era avvolto un chewing gum. Di certo non appartenevano alla signora Marchese: tutti sapevano che era ormai sdentata e di certo non beveva. Per di più si poteva permettere una bottiglia di vino pregiato.
Dovendo sorbirsi la brodaglia di cavoli che la signora aveva amorevolmente preparato, uscirono dalla villa verso le tre del pomeriggio, più spossati per il pranzo che per le indagini. “Adesso che si fa?” chiese Diego accendendosi una sigaretta.
“Si va al supermercato!” rispose Beatrice, togliendogliela di bocca e schiacciandola sotto ai piedi. Diego s’adirò ma non disse nulla: nessuna scenata davanti alla gente.
Il commesso Armando fu molto utile. “Si, circa due settimane fa era venuto uno straniero: non era un turista, si vedeva, anche perché m’ha chiesto un B&B ove alloggiare per una notte. I turisti vengono da Imperia, non passano mai la notte in Paese. Comunque ha comprato solo un brick di vino.” Senza darlo a vedere i detectives esultarono. Ringraziando, si diressero al B&B del paese. La signora Lucia, dopo averli rimpinzati a dovere di dolci, esclamò col suo bel vocione: “Ma si, quell’uomo affascinante! Un po’ grasso devo dire, ma non si vede mai gente nuova qui… Si, ha lasciato il nominativo, ma non so se posso darvelo… Ma suvvia, siete investigatori, si che posso:  aveva un nome buffo…  Muziano Serra. Muziano! Povero bimbo…” Ma non fece in tempo a finire la frase che già Beatrice e Diego s’erano precipitati a Villa Buonsole.
“Signora! Conosce un certo Muziano Serra?” chiesero trafelati per la corsa.
“Muziano… Muziano… L’ho già sentito. Se non sbaglio era un prozio della sorella di…”
“Ancora in vita!” ringhiò Diego.
“Ecco, guardate l’albero genealogico” e li condusse in una stanza con un albero sulla parete, simile a quello di Harry Potter ma fermo. In fondo, un nome impolverato come gli altri ma solitario: Beatrice tese il palmo, levò la polvere e lesse il nome. Muziano Maria Gesualdo Serra, pronipote della Contessa Marchese.
“Attualmente dove abita suo nipote?” domandò Diego. Il mistero era quasi stato risolto, ancora poco e…
“E che ne so!” ribatté la signora.
“Come non lo sa!?!” Diego le stava per saltare addosso dalla rabbia, quando Beatrice s’interpose tra i due. “Signora, ha le Pagine Bianche?” chiese allora Beatrice.
La Contessa le tese una copia del 1997. Un po’ datata.
Quindi i due corsero alle Poste vicine, e nell’elenco telefonico più recente scoprirono che il nipote abitava proprio ad Imperia. Dunque salirono in macchina alla velocità della luce, guidarono a sirene spiegate e smontarono nei pressi d’un appartamentino piuttosto angusto. Pistole alla mano – mai usate ovviamente – si misero ai lati della porta. Al tre, Diego la sfondò.
Sul pavimento si trovava il gatto, acciambellato su un lenzuolo. Muziano dormiva su un divano vicino. Nell’aria, un olezzo di pipì felina.


“Incredibile storia accaduta a San Lorenzo Al Mare, piccolo borgo ligure: un uomo rapisce il gatto della ricca bisnonna, con l’intento di sopprimerlo perché, alla morte della signora, tutta l’eredità sarebbe andata al felino, non essendo stato lui citatonel testamento della vedova. Sperando che la nonna morisse di crepacuore alla perdita del gatto, non ha fatto i conti con gli investigatori del luogo, che hanno prontamente fermato l’improvvisato rapitore. Un mistero che è andato avanti per ben due settimane, senza che la vecchina sapesse dove fosse finito il suo gatto, né ricordasse di avere un nipote ancora in vita. Il gatto, visibilmente obeso, è ora ricoverato all’ospedale veterinario di Imperia per una lavanda gastrica: per trasportarlo l’uomo l’aveva infatti ubriacato. I due poliziotti, che a sorpresa erano sposati all’insaputa di tutti, otterranno questo pomeriggio le chiavi del paese. ”

Beh? Che dite, l'ha meritata la vittoria? Commentate!
Kiss ;*
Ivy

domenica 30 settembre 2012

Sfida: CACCIAVITE A CROCE

Salve gente!
Una mia pazza amica (Elena, che saluto) mi ha dato la parola di oggi... CACCIAVITE A CROCE. Giuro che non le ho dato io le sostanze stupefacenti che l'hanno indotta a consigliarmi codesta parola.
Ook, ma bando alle ciance, ciancio alle bande (come dice Bonolis) ed iniziamo questa nuova avventura!

Scandalo a Rickdohm: ucciso il sindaco. Iniziate le ricerche dell'assassino, la polizia brancola nel buio.

Mitchell buttò il quotidiano nel cestino, poi s'accese una sigaretta. Il monitor del suo portatile segnalò una nuova mail, che aprì in modo quasi febbrile. Nulla di nuovo, pensò.

Spense la fioca luce sulla scrivania, prese il cappotto dall' appendiabiti ed uscì. Il vento sferzò il viso ricoperto di cicatrici, le mani rugose, le scarpe logore.
Da cinque giorni tentava invano di trovare una soluzione al crimine del secolo. Il sindaco Rutherford era stato barbaramente trucidato, e dell'assassino non c'era alcuna traccia. Non un'impronta, non un segno d'effrazione. Si suppone sia stato un uomo molto robusto, vista la profondità delle ferite.
Unico indizio, l'arma del delitto, lasciata infilzata nel torace: un cacciavite a croce.
Ciò faceva supporre che l'assassino fosse stato uno dei meccanici del paese, ma questi avevano un alibi di ferro: il raduno delle auto d'epoca a Dorningham Street, proprio dove doveva andare il sindaco prima di essere ucciso, e proprio dove il direttore della polizia in persona l'ha sostituito.
Mitchell aspirò una boccata, poi s'incamminò verso il pub di sua sorella. Quel direttore non gli era mai piaciuto. Era così altezzoso, legato ai soldi ed al potere... L'opposto dell'ispettore Mitchell Bones, sempre leale alla divisa e che sperperava i suoi soldi tra pub e regali a sua moglie Clara.
Arrivato a destinazione, non si stupì quando vide la sua consorte dietro al bancone con la cognata Kate. Clara non era mai stata un tipo tranquillo, e nemmeno al sesto mese di gravidanza si sarebbe fermata.
- Vuole una birra, forestiero? - chiese con un sorriso radioso.
- Magari... Giornata stressante. - rispose lui, massaggiandosi le tempie.
La moglie uscì dal bancone e cinse le spalle del marito. - Ancora quell'assassinio? -
- Si. Non ne riesco a venire a capo... Io sono certo che mi sta sfuggendo qualcosa. Ma diamine, chi non ha a casa un'oggetto come un cacciavite a croce??? Al massimo non lo avranno a croce ma a taglio... -
- Sssh, tranquillo. Ci ripenserai domani. - lo interruppe lei. Ma Mitchell non era un tipo che mollava facilmente.
- Potrebbe essere stato chiunque. Voglio dire, un cacciavite! Magari era proprio della vittima... -
- Basta! - tuonò la sorella Sarah, avvicinandosi con un boccale di birra in mano. - Se devi venire qui a pensare al lavoro, vattene! -
In quel frangente fece la sua apparizione il collega di Mitchell, Jones.
- Ehilà Mitch - lo salutò questi. Poi si rivolse alla sorella: - Sarah, me la faresti una birrettina? -
- Subito! - esclamò lei.
Jones si sedette su uno sgabello, mentre Clara ritornò dietro al bancone. Mitchell bevve una sorsata, poi si girò con aria stanca verso il collega.
- Ti prego, dimmi che ci sono novità... -
- Si - rispose l'altro bevendo a sua volta. - Ti ricordi Tess Loners, la bomba sexy delle Spicy Sox? -
- La cheerleader? -
- Esatto. Bhe, è diventata l'aiutante di Usher, il meccanico di Boston. Ed il giorno del delitto Usher disse che era malata... -
Mitchell si alzò di scatto, una scarica di adrenalina nelle vene. - Allora che aspettiamo? Andiamo ad interrogarla! -
- Non così in fretta - replicò Jones svuotando il boccale. Lo posò sul bancone con un tintinnìo, poi si asciugò la schiuma con la manica dell'impermeabile. - Il direttore Johnson ha detto che non potremo interrogarla prima di domattina. Dovremo aspettare bello.-
Mitchell lanciò un calcio al suo sgabello, guadagnandosi uno sguardo furente dalla sorella.
- Perché quello stronzo si mette sempre in mezzo? -
- Calmati, Mitch... - tentò invano di calmarlo il collega.
- Calmo un corno! - esclamò lui, uscendo dal locale sbattendo la porta. Sarah chiese scusa ai clienti, esterrefatti per l'accaduto. Clara andò a consolarlo.
- Su, su... - gli disse, massaggiandogli le spalle. - Domani la interrogherai. -
- Io sento puzza di bruciato - replicò lui - Quel tipo non me la racconta giusta. Vedremo chi deve proteggere impedendoci di interrogare Tess. - E così dicendo, rientrò nel locale.

L'indomani, Mitchell e Jones si presentarono alla porta di Tess Loners, una villetta in stile italiano. I due agenti si chiesero come faceva una venticinquenne aiutomeccanico a permettersi un luogo del genere. Cosa decisamente sospetta.
Bussarono, suonarono, ma di Tess nemmeno l'ombra.
Così, arrabbiati neri, fecero per andarsene, quando Jones indicò a Mitchell qualcosa. O meglio, qualcuno. 
Una giovane brunetta stava scendendo da una limousine, tacchi vertiginosi in mano, piastra lievemente disfatta, trucco sbavato, vestitino stropicciato. Chiuse la portiera e si avviò verso casa zoppicando.
Quando vide i poliziotti, indugiò sulla soglia; non appena Mitchell fece un passo verso di lei, essa scappò via, dando vita ad un inseguimento degno di CSI. Ma Mitchell e Jones non erano Starsky ed Hutch, e così la ragazza riuscì a fuggire.
- Tutta... Colpa... Del... Fumo... - disse Jones col fiatone.
Mitchell, persona da poche parole, si limitò ad imprecare, le mani sulle ginocchia.

Passarono due giorni, e di Tess Loners nemmeno l'ombra. Fiotti di pattuglie setacciavano tutta la città in cerca della ragazza scomparsa: unico indizio finora trovato, una lettera di minacce, senza impronte né DNA, nel cassetto dell'immondizia di fronte alla villetta.
Mitchell s'era già scoraggiato la mattina in cui arrivò una telefonata: una Tess spaventata e rauca chiedeva aiuto. Diceva che credeva di essere al vecchio porto, e che una persona molto influente la stava ricattando, e per di più uno dei suoi scagnozzi era lì a terra, ucciso dalla sua stessa pistola dopo che aveva tentato di costringere la ragazza a giocare alla roulette russa.
Ammetteva di aver ucciso il sindaco Rutherford, con cui aveva una storia, e mormorava che per lei era troppo tardi ormai. Un urlo agghiacciante, uno sparo, un tonfo. Cadde la linea.

Mitchell e Jones accorsero immediatamente sul luogo da cui proveniva la chiamata. 
La pozza di sangue usciva dalla fenditura della porta del vecchio capanno dei pescatori, ed il suo odore acre e putrido si mescolava al fetore del pesce in decomposizione, rendendo l'aria irrespirabile.
Mitchell s'avventurò nell'angusto capanno, scavalcando il corpo inerme del presunto rapinatore. Più  avanti, due corpi: una era Tess, in mano una gamba di una sedia ed un foglio; l'altro era il direttore Johnson.
Sulla lettera, solo poche parole:
La carogna è morta. Rutherford è stato vendicato.
Sotto, un cacciavite a croce.

Allora, me la cavo anche coi gialli? See you soon!
Ivy

martedì 3 luglio 2012

Una bomba color giallo fluo

Salve genteeee!!! Qui si rinfresca - anzi, grandina... Ma caldo = estate, ed estate = vacanze, pertanto w Caronte e w Scipione l'Africano!!! Iniziamo!

Tacchi gialli, tubino striminzito nero, cintura giallo fluo, capelli mossi abilmente dalla parrucchiera più costosa della città, cerchi dorati alle orecchie, trucco 'smokey eyes', rossetto rosso fuoco. E con una pochette nera laccata dello stesso colore dello smalto, mi avvio verso la tenda arabeggiante che solo qualche giorno prima è stata il mio incubo. Che strano, sembrano passati anni...
Per strada, qualche persona mi scannerizza con gli occhi, qualche intrepido giovane mi fischia dietro. Se sapeste cosa vado a fare, penso, fareste meglio a non guardarmi nemmeno...
Ancheggiando, arrivo al posto. Le altre ragazze mi fissano, alcune curiose, altre adirate, convinte che ruberò loro i clienti migliori stasera. Ma io ne voglio uno solo.
Sulla soglia della tenda mi fermo, respiro, poi spingo il pesante tendaggio di lato ed entro. 
Sul divano violaceo, sopra ad una miriade di cuscini, è spaparanzato Ivan, un bicchiere di whisky in mano ed una risata roca che gli esce dalla bocca spalancata. Se non mi facesse tanta paura, forse mi sembrerebbe anche sexy. 
Ma il mio cuore perde un colpo quando volto lo sguardo a sinistra, e vedo Igor appoggiato al frigobar, annoiato. 
Appena mi sentono entrare, entrambi tacciono, voltando lo sguardo verso di me: Igor in allerta, Ivan divertito.
- E tu che ci fai qui? - mi chiede Igor, fulminandomi con lo sguardo. La voce gli trema per via della rabbia repressa.
- Come che fa? E' ovvio, no? - Ivan beve un sorso, senza staccare lo sguardo da me. - Viene a fare ciò per cui è pagata. Viene a lavorare. -
- Seguimi - mormora Igor, prendendomi per mano e trascinandomi fuori dalla tenda. Aspetto l'esplosione. Ed eccola che arriva:
- Ma cosa ti è saltato in mente? Cacciarti nella tana del lupo? Ivan qui può fare quel che vuole! La polizia non lo caga nemmeno quando è qui! Li ha corrotti tutti! Tutti! E tu ti permetti di sfidarlo così! Io... Io sono senza parole! Io... -
- Ciao, Igor. - Lo sussurro, in modo che lo possa sentire solo lui. Lo fisso negli occhi scuri, un abisso profondo in cui mi perdo ben volentieri.
Lui sospira. - Ciao. Mi spieghi perché diamine sei qui? -
- Per te. -
- Per me? -
- Esatto. -
Lui mi fissa, sbigottito. 
- Hai molto da fare, stasera? - E' stupendo notare come è combattuto con se stesso...
- No - rantola. - Non proprio. Che cosa vorresti fare? -
Mi avvicino lentamente, fino ad appoggiarmi al suo petto. Osservo con piacere che deglutisce a fatica, il pomo d'Adamo che va su e giù lentamente. 
- Al Ristorante Thomp, adesso. Solo io e te. - Intanto muovo le dita sul suo petto. Con la coda dell'occhio noto che Ivan sta uscendo dalla tenda, serissimo. Piccolo problema, ma facilmente risolvibile.
- Ok. -

Che ne dite? Comment please!!! :D