. . . All you life, you were only waiting for this moment to be Free . . . * Nulla enim culpa est in somnis.

domenica 21 agosto 2016

La signora Marilena: l'umiltà del bisogno

Mi sono innamorata di Lecce.
Lecce non sembra una città del sud, sfido chiunque a non scambiarla per le più glamour Milano, Torino, Bologna.
Lecce è viva, come solo una città ospitale e generosa può esserlo.
Mi sono avventurata tra le sue vie con gioia, ho assaggiato profumi particolari - cuoio, terracotta, cartapesta, cotone - e ammirato opere artigiane di inestimabile valore.
Stavo per andarmene da Lecce a cuor leggero. Stavo.
Sulla via del ritorno, la mia vita tutta pailettes rosa e souvenir colorati s'è momentaneamente ingrigita.

 














Lei è la signora Marilena. 
Una signora come tante altre che s'incontrano per le splendide vie pugliesi. Distinta, a modo, sedeva composta avvolgendo le mani attorno all'esile corpo segnato dalla vita.
Indossava una gonna nera, un maglioncino nero, delle ciabatte classiche da nonna nere, ed aveva accanto un borsello nero.
La signora Marilena ha la pelle liscissima ed è dolce come lo zucchero. Nei pochi minuti nei quali le ho rivolto la parola mi ha insegnato più di quanto io abbia imparato a scuola in tredici anni.
Mi ha parlato di orgoglio, di come si debba mettere da parte quando si ha bisogno di aiuto.
Mi ha parlato di umiltà, perché non servono tanti gesti plateali per dimostrare che si è in difficoltà.
Mi ha parlato di fede, e mi ha persino detto che il Signore, lo stesso al quale ha chiesto di benedirmi, si era manifestato tramite me.
La signora Marilena stasera giace sul freddo pavimento del centralissimo Corso Vittorio Emanuele, all'altezza del numero 80, a Lecce, su di un cartone mezzo rotto.
La signora Marilena vorrebbe solamente una chiacchiera, e poter comprare il pane il giorno dopo.
La signora Marilena ha due occhi grandi come le luci dei fari e ti scrutano dentro.
La signora Marilena, a terra, era più pulita di me, con le borse degli acquisti al braccio.
La signora Marilena non ha fatto nulla di male per questo mondo schifoso, anzi ha lavorato per anni, magari anche per te che stai leggendo e nemmeno lo sai, ma ora ha meno di 500 euro di pensione nelle tasche, e quasi 400 se ne vanno solo di affitto.
La signora Marilena si è abbassata a chiedere l'elemosina, senza nemmeno scrivere ho fame su un cartello.
La signora Marilena ha semplicemente posto un cappello di lana nero, come tutto il suo vestiario, davanti a sé, e si è seduta. Nessuno la nota. Nessuno disturba.
La signora Marilena potrebbe benissimo essere mia - o tua - nonna, per non dire madre. Potrebbe farti sedere accanto e raccontarti della guerra, o della pace.
La signora Marilena, quando ha saputo il mio nome, mi ha citato A Silvia di Leopardi, anziché chiedermi denaro.
La signora Marilena, abbracciandomi, tremava.
La signora Marilena, quando le ho chiesto una foto assieme, s'è coperta il viso per vergogna - non dell'elemosina, no, ma perché nelle foto esco un mostro.
E invece, signora Marilena, lei è proprio bella.

Dei mostri, siamo noi.
Io sono una stronza, lo so, ed anche parecchio egoista. Ho fatto della legge del contrappasso il mio mantra, ma se mi chiedono 1 euro per mangiare dico che non lo ho e mi volto dall'altra, perché tutti abbiamo fame a questo mondo, chi di questo chi di quello.
Ma. Ma.
Ma la signora Marilena è quel Cristo che s'incontra per le strade, che ti accoglie a braccia aperte anche se non ti conosce, perché forse tra le due avevo più bisogno io.
La signora Marilena mi ha sconvolto l'anima.
Ora vi chiedo, cari Leccesi.
Io non abito a Lecce. Ma vi scongiuro, portate un euro ciascuno alla signora Marilena da parte mia.
Non vi chiedo soldi per me - che farmene? Per i souvenirs? - No. Date un pezzo di pane alla signora Marilena, parlate con lei. Abbracciatela. Confortatela. Come se fosse vostra nonna, vostra madre.
Mi avete accolta nella vostra stupenda città a braccia aperte, voltatevi verso le vostre mura ed abbracciate lei per me.
Ricordatevi le parole di Papa Francesco sul parlare coi nonni, se proprio io non vi sto simpatica.

Ma fatelo, perché un domani lì potreste esserci voi - o io.

martedì 9 agosto 2016

Disturbo di un mattino di fine estate

Buongiorno cari lettori!
Stavolta trovo il tempo di scrivervi anche dalle vacanze al mare. Ed ecco allora qualcosa che, ne sono certa, è capitata a tutte prima o poi...

Le ho provate tutte. Proprio non ci riesco.
Tu non ti sposti. Non ti smuovi. Non ti scansi.
Rimani lì ad ondeggiare, fissandomi furbescamente, come se tutto ciò fosse colpa mia, ma io sono la vittima di questo giochino perverso che va avanti da troppo tempo, per i miei gusti.
Mi sono ribellata come un contorsionista, girandomi e rigirandomi e spingendo contro di te con tutte le mie energie. Però no, tu hai deciso che quel posto ti piace e te lo sei preso di diritto.
Hanno provato a dissuadermi, a farmi lasciar perdere, perché è una lotta impari, dicevano, è più forte di te, ha forza fisica e forza di volontà, si sa nascondere, è subdolo, ti distruggerà i nervi, ti ucciderà!, però io so che posso farcela, con le lacrime che scendono sulle gote ed i muscoli che bruciano ma posso farcela. Vincerò la mia medaglia d'oro nel judo. Nella lotta libera. Nel pugilato.
Il terreno sembra uno di quei paesini sperduti in montagna, quando tutti sono scesi a valle nelle grandi città: tu sei quell’unico anziano testardo che ha deciso d’incaponirsi e non lasciare casa sua, aggrappandosi all’unica ancora di salvezza nel raggio di km, il pilastro del suo vecchio rudere.
Tu sei simile a quelle piante infestanti, che anche quando sei riuscita a togliere tornano più forti di prima.
Sei simile a quell’unico dente nella bocca sdentata che non si può togliere senza provocare danni.
Sei simile a quel segno rosso che non ha permesso alla verifica di essere da dieci.
Sei simile a quella cacca di piccione sul parabrezza, quel piccione bastardo che ha deciso che la tua macchina è perfetta come water mobile.
La tua chioma è simile a quella dei ragazzi del campeggio, i quali non si lavano da due settimane ed hanno affrontato sudore, pioggia, fango e frittura mista di pesce.
I tuoi occhi sono simili agli occhi di un cane randagio abbandonato dal padrone sulla Salerno-Reggio Calabria a mezzogiorno, incavolati più dell’Etna in eruzione.
La tua bocca, come l’ombelico di quel signore in carne che non riesce a distendere il ventre, ripiegato su se stesso.
Sei simile a quella macchia di vino sulla tovaglia preferita che proprio non se ne va, simile a quella scheggiatura sul vetro immacolato dell’iPhone, simile al neo peloso sul volto di Miss Mondo.
Ed io tento di estirparti alla radice.
Prima ho usato il disinfestante, che ha solo impuzzolito l’aria circostante, diventata per ore irrespirabile.
Poi sono passata alla spada, per trafiggerti il cuore e lasciarti agonizzante sul terreno, ma tu hai schivato tutti i miei colpi.
Ho provato a soffocarti con una nube tossica, tu però hai scoperto sempre una bombola d’ossigeno nelle vicinanze.
Ti ho tirato i capelli, ti ho stretto le mani al collo, ti ho grattato fino a farti sanguinare, ma tu no, no, sorridi beffardo, anzi ridi proprio alle mie spalle!, e fissandomi urli perfidie, dici che non mi libererò mai di te, che posso lottare quanto voglio ma non ce la farò, che nella vita vincono i cattivi ed io sono troppo debole per sconfiggerti, che mi posso contorcere anche fino a Natale ma non verrà Dio a salvarmi perché tu se più forte di chiunque altro, ed attorno a te si vengono a creare bozzi e montagnole sanguinolente ed io soffro, soffro…
Ora basta.
Io sono più forte.
Ghostbuster mi fa un baffo.
Infilo guanti in lattice. Occhialini protettivi. Grembiule senza maniche. Hai i minuti contati, caro mio.
Srotolo l’arsenale. Accanto a kalashnikov, berette, bombe a mano, scelgo la Schiuma Da Barba Proraso ed una lametta Gillette Venus.
Alzo il braccio con uno spasmo dolorante. Cerco la posizione più congeniale, ed urlo È finita!
Ed attacco quell’unico pelo nell’incavo dell’ascella che non se ne viene mai via.

Inutilmente.

martedì 2 agosto 2016

#GMG16

Ciao mondo!
Se vi può interessare, ecco il link del mio ultimo articolo su La Voce Del Trentino, dedicato alla mia esperienza a Cracovia per la GMG 2016:

http://www.lavocedeltrentino.it/2016/08/02/portiamo-la-pace-nel-mondo-gmg16-krakow-viaggio-ti-cambia-la-vita/

Spero vi piaccia! Un bacione!
Ivy

giovedì 9 giugno 2016

8

Ciao a tutti miei cari lettori!
Vi ho sconvolti un pochino tornando senza nemmeno una riga di saluti, eh? Ma il post precedente, capitemi, è stato scritto di getto... Perché, come avrete intuito, si è chiuso un portone nella mia esistenza. La vita va avanti comunque, e tra me e l'estate c'è un esame di m... da superare. (Ovviamente voi sapete cosa sta al posto dei puntini...)
Ergo, prevedo già di assentarmi per altri 3 mesi: o forse no, chi può dirlo. Mi dispiacerebbe abbandonarvi di nuovo, quindi farò il possibili perché ciò non accada.
Nel mentre, vi posto un racconto che purtroppo non è risultato vincitore in un concorso al quale ho recentemente partecipato... Beh. Nella vita si vince e si perde, ed è sempre meglio vincere, ma quando si perde almeno posso postarvi qualcosa di nuovo :P
Buona lettura!



Ottavia era una studentessa. Un po’ pigra, un po’ distratta, molto addormentata e molto vogliosa di uscire dalle quattro mura scolastiche per andare a spasso con gli amici, che nascondeva però un’indole per una materia in particolare: nel suo caso, la matematica. Già il suo nome, Ottavia, rimandava ad un numero, l’8, che per lei era il migliore in assoluto; secondo lei racchiudeva in sé tutta la perfezione, le filosofie e le regole matematiche assieme, e non si faceva sfuggire mai l’occasione per ribadirlo con chiunque.
Il giorno che fa da cornice a questo racconto fu un’altra occasione.
Suonata finalmente la campanella ed uscita dall’Inferno Dantesco, c’era il suo ragazzo ad attenderla. I due camminarono per un po’, parlarono del più e del meno, poi si sedettero in un bar, l’Eighty-Eight.
“Questa tua fissazione per il numero otto è quasi maniacale” commentò Roberto, succhiando dalla cannuccia un frappè al cioccolato fondente e cocco.
“È perché tu non ti soffermi abbastanza sulla cosa!” La ragazza, con davanti un frappè alla fragola e panna, risucchiò rumorosamente il fondo, facendo girare un anziano signore dall’aria infastidita.
“Su cosa dovrei soffermarmi scusa?”
“Allora, tanto per cominciare: che giorno ci siamo incontrati per la prima volta?”
“Era… uhm… il…”
Ottavia sbuffò. “Mesi e mesi assieme, e non sai nemmeno quando ci siamo incontrati! Te lo dico io: il 18 agosto. Ed agosto è l’ottavo mese dell’anno.”
“Coincidenze? Io non credo.” Rispose lui, citando un famoso programma televisivo. Iniziò a sua volta a risucchiare il fondo del bicchiere: l’anziano si lamentò con la cameriera. Questa, essendo amica di Ottavia, lo calmò bonariamente e se ne andò, facendo l’occhiolino alla coppia.
“Ma quali coincidenze!” continuò Ottavia. “Coi numeri non si scherza! E quando ci siamo messi assieme? Questo te lo ricordi?” Intanto prese dalla borsa una penna ed iniziò a disegnare sul tovagliolino del bar. Al centro pose un enorme 8, e collegò ad esso la scritta ’18 agosto’.
“Ma certo che me lo ricordo.” Addolcendosi, Roberto le prese la mano, sfiorandole le nocche. “8 ottobre.”
“8! Visto?”
Il ragazzo sbuffò. “E chi me lo dice che non lo hai fatto apposta?”
“Ma se sei stato TU a chiedermi di metterci assieme!”
“Magari mi hai stregato.” Le baciò la mano, ridendo. Lei arrossì, poi si ricompose.
“Non mi distrarrai così, caro mio! Che mi dici delle mosche?”
“Intendi dire che il numero 8 ha effetto anche sulle mosche?”
“Eh, certo. Le mosche sono convinte che il numero 8 sia una ragnatela, dunque la evitano per non rimanere attaccate.” Nel frattempo Ottavia addentò una brioches alla marmellata di mirtilli. Mugolò di piacere. Aggiunse allo schema ‘8 ottobre’ e ‘mosche’.
“Appunto. E ti sembra positiva la cosa?” Roberto tentò di rubarle un morso, ma Ottavia scansò il cornetto, facendo in modo che il giovane si mordesse la lingua. “Ahia!” piagnucolò.
Lei gli scoccò un bacio sulla guancia. “Si, mi pare positivo” rispose, “perché così non entrano mosche in casa!”
“A me pare una cavolata.”
“Bene, allora ti faccio un altro esempio: la clessidra. Hai mai notato che è simile ad un 8? Persino il tempo è governato da questo numero! E che dire del quadrifoglio, che è formato da due 8 incrociati?” Pose sul tovagliolo il disegno di un quadrifoglio ed uno di una clessidra.
“E quindi anche la fortuna è in mano ad un 8?” Roberto si alzò, portafogli alla mano.
“SI!” urlò lei. Qualcuno si girò, spaventato dal suo grido. Ottavia, imbarazzata, s’alzò a sua volta, spolverandosi i jeans. “Beh, si, anche la fortuna. Sarà bendata con degli occhiali a forma di 8.” Concluse l’opera d’arte con una donna con gli occhiali. Piegò il tovagliolo e lo pose nella tasca dei jeans del ragazzo. Roberto protese la mano per prendere il conto, ma Ottavia fu più veloce: lo lesse e rise.
“Visto? 8 euro!”
“Dammelo!” Le strappò di mano il foglietto. Poi socchiuse gli occhi e la fissò. “Tu hai cospirato con la cameriera!”
“Assolutamente no!” rispose lei alzando le mani.
Dopo che pagarono, Ottavia s’appese al suo braccio. “Noi siamo legati da un 8. E l’8, visto al contrario, è simile ad un infinito.”
“Non starai per esordire con un discorso simile alle ragazzine che si fanno i selfie nei bagni e postano le foto su Facebook, vero?” sbuffò lui.
“No. O meglio, non proprio. Secondo me, il simbolo dell’infinito è diventato popolare perché qualcuno ha avuto la geniale intuizione di sfruttare l’idea di qualcosa che non finisce mai. Perfetta per una coppia o per un’amicizia, certo, ma a me piace per un altro motivo.”
“Ah, si? Quale?”
Ottavia si fermò. Tirò fuori dalla T-shirt una catenina, alla quale era appeso un ciondolo col simbolo in questione. Lo pose davanti agli occhi di Roberto e disse: “Vedi come è formato? Non è solo una linea che non termina mai, altrimenti saremmo tutti ad osannare gli 0, i cerchi, le O. No, questo in mezzo s’incrocia. Ecco, io credo che il nostro legame sia così. Non solo come una linea che non ha inizio né fine, ma anche come un incrocio che lega due vuoti. Prima di te ero vuota. Ora sono legata a te.”
I due giovani si baciarono. Poi camminarono mano nella mano, ognuno perso nei suoi pensieri. Alla fine Ottavia ruppe il silenzio.
“Stasera cinema?”
“Va bene,” rispose lui. “Ma cosa?”

Ottavia fece un sorrisetto cospiratore. “L’ultimo di Tarantino… The Hateful Eight!”


Spero non vi sia sembrato troppo paradossale. Io mi sono divertita a scriverlo!
A presto, ne sono certa,
Ivy

PS: si, purtroppo mi sono accorta di aver saltato il 4° compleanno di Fairy Tales :( I'm sorry! Ed auguri a NOI!

martedì 7 giugno 2016

Last Day Ever

Ciao caro vecchio Prati,
Ho voglia di parlare con te. Sai che sono una persona egocentrica e menefreghista, quindi non m'importa cosa avranno da ridire gli altri: io ti scrivo.
Cinque anni fa ho varcato questa tua porta convinta della mia scelta. Non ho nemmeno guardato gli altri posti: hai subito avuto qualcosa che m'ha attirato come una calamita, che mi ha fatto dire "qui è dove voglio stare".
E caspita, me ne sono pentita più volte! A partire dal primo 4, che è sta
ta una coltellata in pancia dopo i voti alti delle medie; passando alle tante verifiche con "troppa roba da studiare!", approdando a quelle versioni che ancora oggi proprio non capisco.
Ma credo che questo sia il più grande insegnamento che tu mi abbia donato: mi hai richiesto sempre il meglio, cosicché anche quando non sono riuscita a dartelo, sono stata comunque eccellente.
Se mi guardo alle spalle, vedo una persona totalmente diversa da quella che sono ora. Sono entrata da precisina, meticolosa, sempre elegante (o quasi), logorroica ma sulle mie, presuntuosa da far schifo. Ora ne esco maturata (non ancora scolasticamente, ma just details), con un occhio di riguardo ai bisogni altrui e le Converse ai piedi. Ma ancora presuntuosa. Ovviamente.
Mi hai insegnato a rendermi ridicola ed a mettermi in gioco, perché la vita è una sola, e del doman non v'è certezza quindi carpe diem. Mi hai insegnato che si può essere i migliori anche senza dimostrarlo, e che viceversa coloro che lo dimostrano forse non lo sono così tanto. Mi hai insegnato che ci sarà sempre qualcuno che tenterà di buttarmi giù, ma io sto coi piedi per terra e non mi arrendo, e che uno su mille ce la fa, ma se quell'uno si gira può aiutarne altri cento. Mi hai insegnato che ancora non so spiegarti il mio metodo di studio, ma l'ho acquisito giuro!, e che anche se credo di non sapere un tubo sono in grado di parlarti di un argomento per 10 minuti. Mi hai insegnato a dubitare anche di me stessa, che le tautologie non sono spiegazioni, che la cultura non è solo umanistica ma è anche scientifica, che "siamo un liceo classico!" ma non sembra. Mi hai insegnato che anche quando il momento sembra insuperabile basta guardare avanti e tutto diventa più semplice, e mi hai insegnato che anche quando non penseresti mai di riuscirci ce la farai. Sembra banale, ma mi hai anche insegnato i valori dell'amicizia, dell'amore, del rispetto, e per questo ringrazio tutte le persone che hai accolto nella tua grande famiglia. Ed uso volutamente questo termine, perché i parenti sono serpenti e non sempre si riescono ad amare.
Oggi, scendere quelle scale correndo con in mano un pacco di farina è stato catartico, così come lo è stato imprecare un'ultima volta contro il tuo schifoso sistema per entrare in Internet, contro quelle scale che non finiscono mai, contro la fila ai bagni delle ragazze, contro le vetrine dell'anno vattelapesca, contro i banchi e le sedie, contro le porte che non si chiudono se non le sbatti. Non sono riuscita a piangere, probabilmente stasera crollerò, ma ho sentito che era giusto così.
Vai, Prati, vai ad educare altri ragazzi alla vita. Tormentali, prosciugali, e poi masticali e risputali. Ma voglio vedere quanti non ne usciranno migliorati.
Grazie.
Silvia