. . . All you life, you were only waiting for this moment to be Free . . . * Nulla enim culpa est in somnis.
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giovedì 9 giugno 2016

8

Ciao a tutti miei cari lettori!
Vi ho sconvolti un pochino tornando senza nemmeno una riga di saluti, eh? Ma il post precedente, capitemi, è stato scritto di getto... Perché, come avrete intuito, si è chiuso un portone nella mia esistenza. La vita va avanti comunque, e tra me e l'estate c'è un esame di m... da superare. (Ovviamente voi sapete cosa sta al posto dei puntini...)
Ergo, prevedo già di assentarmi per altri 3 mesi: o forse no, chi può dirlo. Mi dispiacerebbe abbandonarvi di nuovo, quindi farò il possibili perché ciò non accada.
Nel mentre, vi posto un racconto che purtroppo non è risultato vincitore in un concorso al quale ho recentemente partecipato... Beh. Nella vita si vince e si perde, ed è sempre meglio vincere, ma quando si perde almeno posso postarvi qualcosa di nuovo :P
Buona lettura!



Ottavia era una studentessa. Un po’ pigra, un po’ distratta, molto addormentata e molto vogliosa di uscire dalle quattro mura scolastiche per andare a spasso con gli amici, che nascondeva però un’indole per una materia in particolare: nel suo caso, la matematica. Già il suo nome, Ottavia, rimandava ad un numero, l’8, che per lei era il migliore in assoluto; secondo lei racchiudeva in sé tutta la perfezione, le filosofie e le regole matematiche assieme, e non si faceva sfuggire mai l’occasione per ribadirlo con chiunque.
Il giorno che fa da cornice a questo racconto fu un’altra occasione.
Suonata finalmente la campanella ed uscita dall’Inferno Dantesco, c’era il suo ragazzo ad attenderla. I due camminarono per un po’, parlarono del più e del meno, poi si sedettero in un bar, l’Eighty-Eight.
“Questa tua fissazione per il numero otto è quasi maniacale” commentò Roberto, succhiando dalla cannuccia un frappè al cioccolato fondente e cocco.
“È perché tu non ti soffermi abbastanza sulla cosa!” La ragazza, con davanti un frappè alla fragola e panna, risucchiò rumorosamente il fondo, facendo girare un anziano signore dall’aria infastidita.
“Su cosa dovrei soffermarmi scusa?”
“Allora, tanto per cominciare: che giorno ci siamo incontrati per la prima volta?”
“Era… uhm… il…”
Ottavia sbuffò. “Mesi e mesi assieme, e non sai nemmeno quando ci siamo incontrati! Te lo dico io: il 18 agosto. Ed agosto è l’ottavo mese dell’anno.”
“Coincidenze? Io non credo.” Rispose lui, citando un famoso programma televisivo. Iniziò a sua volta a risucchiare il fondo del bicchiere: l’anziano si lamentò con la cameriera. Questa, essendo amica di Ottavia, lo calmò bonariamente e se ne andò, facendo l’occhiolino alla coppia.
“Ma quali coincidenze!” continuò Ottavia. “Coi numeri non si scherza! E quando ci siamo messi assieme? Questo te lo ricordi?” Intanto prese dalla borsa una penna ed iniziò a disegnare sul tovagliolino del bar. Al centro pose un enorme 8, e collegò ad esso la scritta ’18 agosto’.
“Ma certo che me lo ricordo.” Addolcendosi, Roberto le prese la mano, sfiorandole le nocche. “8 ottobre.”
“8! Visto?”
Il ragazzo sbuffò. “E chi me lo dice che non lo hai fatto apposta?”
“Ma se sei stato TU a chiedermi di metterci assieme!”
“Magari mi hai stregato.” Le baciò la mano, ridendo. Lei arrossì, poi si ricompose.
“Non mi distrarrai così, caro mio! Che mi dici delle mosche?”
“Intendi dire che il numero 8 ha effetto anche sulle mosche?”
“Eh, certo. Le mosche sono convinte che il numero 8 sia una ragnatela, dunque la evitano per non rimanere attaccate.” Nel frattempo Ottavia addentò una brioches alla marmellata di mirtilli. Mugolò di piacere. Aggiunse allo schema ‘8 ottobre’ e ‘mosche’.
“Appunto. E ti sembra positiva la cosa?” Roberto tentò di rubarle un morso, ma Ottavia scansò il cornetto, facendo in modo che il giovane si mordesse la lingua. “Ahia!” piagnucolò.
Lei gli scoccò un bacio sulla guancia. “Si, mi pare positivo” rispose, “perché così non entrano mosche in casa!”
“A me pare una cavolata.”
“Bene, allora ti faccio un altro esempio: la clessidra. Hai mai notato che è simile ad un 8? Persino il tempo è governato da questo numero! E che dire del quadrifoglio, che è formato da due 8 incrociati?” Pose sul tovagliolo il disegno di un quadrifoglio ed uno di una clessidra.
“E quindi anche la fortuna è in mano ad un 8?” Roberto si alzò, portafogli alla mano.
“SI!” urlò lei. Qualcuno si girò, spaventato dal suo grido. Ottavia, imbarazzata, s’alzò a sua volta, spolverandosi i jeans. “Beh, si, anche la fortuna. Sarà bendata con degli occhiali a forma di 8.” Concluse l’opera d’arte con una donna con gli occhiali. Piegò il tovagliolo e lo pose nella tasca dei jeans del ragazzo. Roberto protese la mano per prendere il conto, ma Ottavia fu più veloce: lo lesse e rise.
“Visto? 8 euro!”
“Dammelo!” Le strappò di mano il foglietto. Poi socchiuse gli occhi e la fissò. “Tu hai cospirato con la cameriera!”
“Assolutamente no!” rispose lei alzando le mani.
Dopo che pagarono, Ottavia s’appese al suo braccio. “Noi siamo legati da un 8. E l’8, visto al contrario, è simile ad un infinito.”
“Non starai per esordire con un discorso simile alle ragazzine che si fanno i selfie nei bagni e postano le foto su Facebook, vero?” sbuffò lui.
“No. O meglio, non proprio. Secondo me, il simbolo dell’infinito è diventato popolare perché qualcuno ha avuto la geniale intuizione di sfruttare l’idea di qualcosa che non finisce mai. Perfetta per una coppia o per un’amicizia, certo, ma a me piace per un altro motivo.”
“Ah, si? Quale?”
Ottavia si fermò. Tirò fuori dalla T-shirt una catenina, alla quale era appeso un ciondolo col simbolo in questione. Lo pose davanti agli occhi di Roberto e disse: “Vedi come è formato? Non è solo una linea che non termina mai, altrimenti saremmo tutti ad osannare gli 0, i cerchi, le O. No, questo in mezzo s’incrocia. Ecco, io credo che il nostro legame sia così. Non solo come una linea che non ha inizio né fine, ma anche come un incrocio che lega due vuoti. Prima di te ero vuota. Ora sono legata a te.”
I due giovani si baciarono. Poi camminarono mano nella mano, ognuno perso nei suoi pensieri. Alla fine Ottavia ruppe il silenzio.
“Stasera cinema?”
“Va bene,” rispose lui. “Ma cosa?”

Ottavia fece un sorrisetto cospiratore. “L’ultimo di Tarantino… The Hateful Eight!”


Spero non vi sia sembrato troppo paradossale. Io mi sono divertita a scriverlo!
A presto, ne sono certa,
Ivy

PS: si, purtroppo mi sono accorta di aver saltato il 4° compleanno di Fairy Tales :( I'm sorry! Ed auguri a NOI!

sabato 25 aprile 2015

Scappiamo se ti sposo?

Lettori! La vostra Crazy Girl è tornata!
In occasione della Festa della Liberazione, mi sono... liberata per voi!

Cretonne... A quanto pare è il simbolo del 19° anniversario!
Mai sentito prima d'ora...
A quanto pare "è originalmente un tessuto di tela bianca forte".
Boh!
Innanzitutto, devo fare degli auguri gigamegagrandi alle due splendide persone che 19 anni fa, prima di mettere al mondo due BELLISSIMI bambini come me e mio fratello, sono convolati a nozze! Auguri dunque alla mia mamma e al mio papà, che possano vivere sempre felici e contenti!
Questo è per voi.


Ci sono giorni che non dimenticherai mai, dicono.
Giorni che rimarranno impressi nella mente di tutti quelli che erano con te, immortalati da centinaia di foto e ricordi molteplici da vari punti di vista.
Per alcuni, i giorni migliori sono quelli 'scontati': nascita di un figlio, vincita al lotto, laurea. 
Per altri sono fatti di piccole cose. Un sorriso più luminoso del solito, un taglio di capelli nuovo, un gelato squisito, ma soprattutto la compagnia giusta. 
E cosa c'è di meglio della compagnia della persona con la quale si vuole passare il resto della propria vita?
Forse per questo il matrimonio è (quasi) sempre in cima a queste liste: è un mix di piccole e grandi cose, tanti piccoli dettagli per il "Giorno più importante della tua vita".
Beh, quasi.
Antonia continuava a ripeterselo, ogni volta che Geremia, il fotografo, le urlava - SORRIDI! - .
Era bravissimo, il migliore forse in circolazione, ed ascoltava tutto ciò che lei e Paul gli consigliavano. Però Antonia non sopportava chi le diceva di sorridere. Li odiava, tutti. Perché i sorrisi devono essere spontanei, ed i suoi in quel momento tutto erano meno che spontanei.
Era nervosa, stanca, agitata - come poteva Geremia anche solo pensare di farla sorridere? Impossibile!
Eppure si sforzava. Ed era bellissima, ma lei si vedeva falsa, perché sapeva di poter fare qualcosa di migliore. Qualcosa di speciale, che la facesse risplendere di luce propria.
Quella stessa luce che aveva fatto innamorare Paul.
Si erano conosciuti a scuola, anni prima. Due finti ribelli, che scappavano dalla vita rincorrendo l'aria tra i capelli sul sellino di un Sì della Piaggio, quando ancora si fumava ovunque e i cellulari non esistevano nemmeno. Anni di risate e di lacrime, che però contribuirono a farli unire per la vita.

A questo pensava Paul, annodandosi la cravatta fino a che il respiro non divenne corto. Riallentandola, notò che gli tremavano le mani. Bene.
E se lei avesse detto no? Se durante la notte aveva fatto una fuga degna di Se scappi ti sposo e nessuno lo aveva avvertito per non farlo preoccupare ulteriormente? Se non le fosse piaciuto il suo completo nero, col corpetto lavorato e la cravatta fin sul pomo d'Adamo? Si sarebbe dovuto tagliare i capelli? Avrebbe dovuto lucidare le scarpe? Poteva non tagliarsi le unghie così corte, non sapeva cosa mangiare!
I marinai avrebbero consigliato un goccetto a questo punto, ma Paul temeva di scivolare lungo la navata della chiesa di S Antonio, mettendosi a nuotare come un pesce. Meglio non rischiare.
Gli tornò alla mente l'odore di pesce appena pescato, non esattamente romantico, ma in quel caso abbastanza speciale...
Qualche giorno prima lui ed Antonia avevano fatto un meraviglioso servizio fotografico. Le stradine di un meraviglioso paesello affacciato sul mare avevano accolto risate e sussurrii dei due innamorati, che improvvisavano pose ora divertenti, ora dolci, ora originali. Memorabile un bacio sotto ad un lampione, scattato dall'alto, sullo sfondo il mare...

Antonia pensava proprio a quel mare per tentare di calmarsi. Onda contro scoglio, scoglio verso onda.
La parrucchiera le aveva appena acconciato i capelli in una cascata di boccoli definiti, tenuti alla radice da perline e rose bianche intrecciate come a formare una coroncina, alla quale avrebbero attaccato il velo. Dio, quanta lacca!
Le scarpe l'attendevano di fronte, sorridendole beffarde mentre si metteva le calze. Sembravano dire: ci sopporterai tutto il giorno? Lei ci sperava.
Nel frattempo, era giunto il Momento Solenne, meno importante solo di quel Sì urlato a Dio e ai parenti.
Era arrivato. Il vestito.
Gonna di taffetà di seta tendente all'avorio, lievemente più corta davanti, e corsetto di pizzo con manica a tre quarti e scollatura a V, tempestato di perline cucite a mano una ad una . Una meraviglia, frutto di ore ed ore di lavoro della mamma aiutata dalla sorella, chine su questa stoffa preziosa. 
Un capolavoro.
Antonia lo indossò con un brivido, lo fece scivolare su di sé e si fece abbottonare la schiena. 
Perfetto. Letteralmente cucito addosso.
Messo il velo ed i gioielli, toccò ad altre foto di rito: rose, sorrisi, parenti. Pff. In un angolo, spiò la madre mentre si asciugava una lacrima: lì ne uscì un sorriso realmente spontaneo.

Un'ora dopo era sul sagrato della chiesa. Suo fratello le strinse un braccio, lei ricambiò distrattamente. Fissava il portone impaziente, gli istanti sembravano anni. Dietro di lei, anche la sua nipotina, auto-definitasi "la Dadamigella", scalpitava per entrare.
Finalmente il momento giunse.
La navata sembrava eterna, ma Paul era la luce alla fine del tunnel, e la cinse appena arrivò alla fine della traversata. 
Antonia si calmò.

Inutile dirlo. Una funzione stupenda, intervallata dai commenti divertenti ed affatto inopportuni del Don e da qualche lacrimuccia che faceva capolino qua e là.
Tranne un attimo di panico quando la fede non riusciva ad entrare nel dito di Paul, tutto filò liscio. Solo dopo lo scambio delle promesse entrambi lasciarono che il respiro tornasse regolare; non si erano nemmeno resi conto di aver trattenuto il fiato così a lungo. 
Come se potesse succedere qualcosa! Nulla batte l'amore.
Ma ora, appena finite le firme di rito, rimaneva da affrontare la folla... Che fare?
I due neosposi si guardarono negli occhi senza alcun dubbio.
Scappiamo.
Uscirono di corsa dal portone senza guardare in faccia nessuno. Gli invitati, sbigottiti, riuscirono a malapena a lanciare una manciata di riso; i più temerari li rincorsero ridendo.
Una mini fuitina post matrimonio in piena regola, che li condusse verso il veicolo senza intoppi, coi polmoni svuotati dalle risa e dalla fuga.

Una volta in macchina, Paul la baciò.
- Benvenuta, signora X. -
Forse quella era la Felicità.

* cognome censurato per motivi di privacy. Non ci vuole molto ad intuirlo, ma amo i sotterfugi.


Volete sapere se andò esattamente così? Qualcosa è vero, qualcosa no.
Ma non saprete mai cosa.... Nel frattempo, godetevi la storia così come è scritta.
Spero vi sia piaciuta... Anche perché, senza di loro io non sarei qui a scrivervi!
Buona serata, 

Ivy (figlia fortunata)

PS: a chi interessa, ho finito Girl Online. Beh, a differenza della protagonista del libro di Zoella, voi più o meno sapete chi sono. E non è proprio un diario questo blog. Ma di certo mi aprirò di più... Chissà che anche voi non diventiate 10.000 lettori fissi in più nel giro di una notte!
PS 2: Diamo il benvenuto a Lucetta del Lucetta's Blog, che s'è unita alla collaborazione con Crazy Girl's Fairy Tales! Passate dal suo blog: http://lucetta91.blogspot.it/

mercoledì 31 dicembre 2014

Bilancio 2014

Buonasera carissimi lettori,
come va quest'oggi? Spero stiate tutti bene.
La sottoscritta tende alla noia: chi mi conosce bene sa che sono la stacanovista per eccellenza, e le vacanze mi deprimono. Inoltre, mi sono buscata anche l'influenza. Dunque quale momento migliore per scrivervi? 
Ammetto la mia negligenza... L'ultimo post risale a più di un mese fa, wao. Quest'anno v'ho trascurati eh? Tant'è che sono state sollevate provocazioni: perché non lo chiudi?
Ebbene, non si può chiudere il proprio cuore.
Per farvela breve, la scrittura è angoscia. Sofferenza, dolore, ansia. Ed io ora come ora solo felice, perciò non ho ansie da buttare su carta - virtuale e non! - dunque per quale motivo dovrei scrivere?
Ma poi ho pensato. Chi fa i testi? Io. Chi dunque crea la storia? Sempre io.
E se scrivessi qualcosa di felice per una volta non sarebbe gradito?
Forse.
Dunque rieccomi da voi!
Allora. Dal 29 novembre ad oggi ci sono state un po' di feste. Dunque buona festa dell'Immacolata, buona Vigilia, buon Natale e buon Santo Stefano!
Avete apprezzato le strade intasate di gente coi pacchetti? I canti natalizi in ogni dove? Le luci di casa in casa? I Babbi Natale finti? L'odore di Vin Brulé? Dove ci sono stati, i mercatini? La gioia in ogni dove?
Io no.
Quindi auguri! Non mi dilungherò sull'argomento, perché credo che un comico di Zelig sia più bravo di me.
Come siete messi con lo stomaco? Io credo di averlo perso il 27 dicembre (già, ho mangiato di più dopo Natale che il giorno stesso).
Parenti da chiamare? Tavole da sparecchiare? Regali da riciclare? A me è andata bene.
Bando alle ciance! Prossima festa... Capodanno. Ops! Oggi è il 31. Dovrei svegliarmi prima.
Quindi... Bilancio di fine anno!

Quest'anno ve tocca sorbirvelo. Ehhh già.
Non perché sia stato un anno da schifo... Anzi al contrario. In mezzo a tanto pessimismo, ve lo dico, voglio elogiare il 2014. Perché avrà portato un sacco di dolori e dispiaceri, ma è dalla ... "cacca" che nascono i fiori! 
Dunque. E' stato un anno di amicizia, tantissima. Vorrei costruire delle statue alle mie ragazze, che ci sono sempre state anche nei momenti peggiori... E che hanno trasformato giornate normali in giornate stupende.
Per farvi ridere... A gennaio di quest'anno abbiamo realizzato un video per presentare una commedia latina. Io ho fatto la... ahem... cortigiana, con dei tacchi 12 leopardati comprati per l'occasione! (vedi foto) Anche se è andata peggio alla mia amica, che per interpretare al meglio una giovane madre ha finto di partorire il suo gatto, con la complicità di un padre d'eccezione (mio fratello). Un caos infernale, che ha avuto il culmine con la faccia scandalizzata del professore. Non ho ancora osato chiedere il voto.
Oppure... Beh, per il due giugno abbiamo fatto una gita, "scalando" un monte. Fa ridere il fatto che la sfaticata dovevo essere io, pff!, sono arrivata in cima ballando le canzoni di Christina Aguilera. Tuttavia ho persino apprezzato la montagna... (E credetemi, se lo dico io...!) Ringrazio sempre la compagnia migliore, che fa elogiare persino erba e freddo e caprette che fanno ciao.
E' stato un anno di premi, il premio "Fiaba di Natale" di Centa S. Nicolò e quello "Dreams" di Vivimondo srl. Tante emozioni, tante parole. Tanti Grazie.
E' stato un anno di tirocini, grazie al Trento Film Festival e al Centro Servizi Culturali S. Chiara, che mi hanno permesso non solo di apprezzare un lavoro che già adoravo, il mestiere di giornalista, ma di approfondire meglio anche il "dietro le quinte" degli uffici stampa, nonché di conoscere persone stupende, alle quali sono ancora legata.
E' stato un anno di Fede. Sono entrata in contatto per il secondo anno consecutivo con l'universo delle catechiste ed ho conosciuto giovani e (non più) giovani con una fede simile alla mia, e bambini... ahem, ragazzi che stanno costruendo la propria. Per di più ho fatto un passo importante, la Cresima, e mi sento totalmente parte di questa grande famiglia. Senza dimenticare il Grest, occasione stupenda per tornare bimbi fra i bimbi.
E' stato un anno di pioggia - parecchia devo dire, però dopo la pioggia viene l'arcobaleno. Infatti ricordo anche tanti sorrisi, occhioni spalancati e risate a crepapelle, perché è stato anche un anno di tante sorprese, molto belle, che hanno portato gioia in molti cuori. O almeno, così mi piace credere.
E' stato un anno che ho dedicato all'arte, sotto ogni sua forma. In particolare ho provato a scoprire i luoghi più reconditi della mia città, ed ogni qualvolta ho avuto modo di andare in una città nuova l'ho guardata con occhi diversi, cercando non solo l'attrazione che tutti amano, sed etiam il monumento dimenticato dal mondo. Invito a farlo tutti quanti... Si scoprono un sacco di cose girando l'angolo.
E' stato un anno di feste. Mai festeggiato tanto in vita mia! E si, ho fatto male a non farlo prima. Ho imparato che essere la signorina Rottelmeier non sempre è la cosa migliore, e che la musica è la più grande droga che ci sia. Vi auguro di non incontrarmi mai sulle note di David Guetta, potreste rimanere sconvolti a vita!
E' stato un anno, ebbene si, anche di studio e di scuola. Come vi ho scritto nel post precedente, l'ho presa più alla leggera, mi ha dato più soddisfazioni, m'ha persino donato il sorriso. La cultura premia, è il caso di dirlo.
E' stato un anno di coraggio. Mi lodo e mi sbrodo, perché devo dire che ho avuto parecchio coraggio, e non so nemmeno da dove l'ho preso. Ho provato a conoscere gente nuova, a perdonare, a dare acqua agli ubriachi e sostegno ai "feriti", perché le ferite interne sono peggiori di quelle esterne. A volte ho usato male il coraggio, dicendo ciò che pensavo senza esattamente pensarci prima, e ferendo persone che volevo guarire. Almeno posso dire di essere stata sempre sincera, e almeno in questo non ho rimpianti o rimorsi. E ho trovato una persona Speciale. Grazie.
Ho abbracciato un sacco di persone, e sorriso anche quando stavo male, poiché "dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo" (cit. Gandhi), e voglio più abbracci e meno lacrime. "E se anche i baci si potessero mangiare/ ci sarebbe un po' più amore e meno fame" (cit. Modà), nell'attesa ci sono i Baci Perugina, che soddisfano entrambe le richieste.
E' stato un anno di famiglia, ogni tanto difficile da capire - sono pur sempre adolescente diamine! - ma che alla fine si conclude sempre con un abbraccio. Vi voglio bene.
E' stato un anno di canzoni, di scritte colorate, di cuori sui quaderni, di amore e rose e fiori. Di libri e di film, soprattutto film - e di lacrime di gioia e di dolore. E di figuracce al cinema, perché non riesco proprio a non commentare in sala. E ... un bel po' di scuse. Ops!
E' stato un anno purtroppo di tante visite, e per fortuna di tanti risultati negativi. La salute prima di tutto.
E' stato un anno di desideri avverati, di "ma che davvero?" - per citare Cosmopolitan, ed ahimé anche l'ultimo da bimba, a livello legale. Tranquilli, è comunque impossibile eliminare la bambina che è in me! 
Ho imparato tanto.
E ho dato e ricevuto tanta fiducia, per una volta ben riposta.
Dunque ora posso anche fare una considerazione finale: grazie 2014, perché ti aspettavo come un anno di merda, e sei stato un anno meraviglioso.
Ti concluderai malissimo, visto che non posso uscire, ma non tutto il male vien per nuocere, visto che sono riuscita a scrivere un post. Finalmente.
Ora attendo il 2015 carica di allegria. Non possono che migliorare le cose, no?
Buon anno miei cari lettori, e altri 365 di questi giorni. (Un anno per volta, su!)
La vostra (quasi) fedele Ivy

PS: Al solito, mi sono rifiutata di rileggerlo. Se ci sono errori segnalatemeli, sono troppo pigra quest'oggi. Se vi fa schifo, scrivetemelo. Se vi piace, scrivetemelo comunque. Insomma, COMMENTATE!
PS 2: Devo un maxi GRAZIE ad un angelo che veglia si di me e, sono sicura, ha gran parte del merito di questo splendido anno... Ciao Nonna.

lunedì 29 settembre 2014

Mi scappa un'idea: il Valore delle cose

Cari i miei signori, buonasssera!

Come va? Spero stiate bene. Mi piace immaginarvi mentre leggete la posta, sul divano con lo smartphone in mano e gli occhiali sul naso, e ops!, compare la mail di Blogger che v'annuncia che la vostra CARISSIMA Ivy ha scritto un'altra cazz... OH, niente parolacce, stupidata delle sue.
Allora la guardate direttamente da lì, oppure - opzione per i più affezionati - entrate sul blog, per donare la vostra visualizzazione alla GIUSTISSIMA CAUSA che porto avanti: il mio egoistico diletto nel vedere che il mio blog vi piace.
Almeno, spero sia così. Se così non fosse, fareste parte della categoria di lettori che non solo legge l'aggiornamento direttamente dalla mail, ma una volta letto dice "bom, ottimo" e chiude la suddetta senza pensare che alla sottoscritta - un po' cretina forse - un commentino farebbe piacere. Anche per insultarmi, sarebbe qualcosa di diverso, una critica costruttiva (o un modo per iniziare una bella rissa online... Scherzi a parte. Vi verrei a cercare fino a casa.)
Coooooomunque. Torniamo alle cose (poco) serie. Anzi, iniziamo con esse, visto che in 30 righe ancora non mi sono degnata di iniziare codesto cavolo di post.
Tutto... (tutto che?, direte voi. Siete peggio dei lettori di Pinocchio. Pazienza, su!)
Tutto ebbe inizio una soleggiata mattinata di settembre. Tre amiche pazientavano che il professore la finisse di blaterare roba contorta e le lasciasse uscire, verso quel cielo limpido che fissavano languidamente da... Circa 44 minuti (aveva fatto un minuto di ritardo).
Scrivendo chine come monaci amanuensi gli ultimi 5 minuti di pseudo-lezione, nei quali aveva deciso che era troppo divertente torturare gli studenti per rinunciarvicisi anche quel giorno, finalmente le loro mani gettarono le penne come si può gettare la spugna, non appena captarono il dolce e soave suono del campanello di fine dì.
Zaini in spalla (due, perché la terza si ostinava ad usare borse extralarge), le tre moschettiere partivano alla volta del fast food più vicino; nel quale, una volta sedute ed una volta ordinato il loro lauto pasto (sgomitando ed imprecando contro la nonnetta tedesca che viene in Italia senza sapere un fico della lingua italiana e che blocca la fila perché non si sa esprimere), iniziarono a parlare di problemi di cuore e varie ed eventuali.
Finito lo pseudo-cibo - davvero doveva importar loro cosa avevano mangiato? Era buono, punto - si accomodarono su una panchina, e discorrevano di giovanil argomenti, lasciandosi nel frattempo bagnare dal sole (cit. Noemi©). Dopodiché baci, baci, bus e casuccia bella.
Cosa avete capito di tutto ciò? NULLA. Ivy non è impazzita, state tranquilli (cioé, potremmo parlarne, ma in questo post ho post-o troppe parentesi, basta così). (Notate il gioco di parole post/posto! Io lo trovo geniale).
Detto ciò, dicevo, posso giungere alla seconda parte di questo pseudo-testo (la parola del giorno è PSEUDO! Applauso *clap clap clap*). Giunte a casa le tre avevano prontamente aperto Whatsapp, non sia mai che si perdano quanti pezzi di pasta stava mangiando l'amica in quel frangente. Ritornando sullo splendido pomeriggio di cazzegg... Di nullafacenza, affermavano che "è stato bello", "da rifare" e, cosa che fece scattare il DINNNG tipo orribile notifica dell'Iphone nella testa di colei che sta scrivendo adesso (aka Ivy aka Io), "non da fare tutti i giorni, sennò poi diventa un'abitudine, mentre le cose belle devono essere gustate e desiderate".
Ed ecco il punto! Lo so, l'ho presa larga, ma dovevate cogliere gli step, dovevate avere la pelle d'oca.
Il valore delle cose.
Stavate aspettando questo momento da quando avete letto il titolo del post, eh? Sempre che l'abbiate letto. A me per dire piace inoltrarmi nella giungla delle parole, e poi vedere in che territorio sono. (Leggo di getto - non leggo il titolo).
Il Valore delle cose. Lo metto maiuscolo cavoli, perché oggi mi sento ribelle, e se i filosofi possono mettere Bene, Virtù, Acqua, Fuoco, Arché o chessoio maiuscole, io posso sottolineare il valore della parola Valore con una super V (ma che non sta per vendetta).
Si beh, mi stavo lavando i capelli e, con la testa sotto l'acqua, non avevo modo di bloccare il flusso di pensieri che scorreva assieme all'H2O nella e sulla mia capoccia dura. E ho avuto la rivelazione: cosa scrivere sull'argomento Valore delle cose! Perciò ho finito in fretta e furia e ho scritto all'amica della citazione (come potete vedere dalla STUPENDA immagine/screen): MI SCAPPA UN'IDEA! E dovevo bloccarla, metterla su carta, o meglio online.
Only miss the sun when it starts to snow/ Only know your love when you let her go cantava Passenger. Si capisce il Valore delle cose solo quando si perdono, o comunque si stanno per perdere. O quando non sono scontate, vengono dal cuore, o da una sorpresa, che sia del destino o del superenalotto.
Un abbraccio della mamma mentre stai studiando.
Il papà che ripara i tuoi danni con l'Attack.
Il fratellino che entra in camera tua con la musica tamarra apppallla, ma che almeno t'ha pensato per ballare assieme.
Lo sconosciuto che ti sorride per strada quando hai fatto una gaffe, o l'autista dell'autobus che vedendoti arrivare correndo t'aspetta per qualche secondo, per poi esclamare "Respira!".
L'amica che ti scrive il buongiorno e la buonanotte, che s'interessa a ciò che fai, che anche se hai mangiato pasta al pomodoro - niente di più banale alla fin fine - scrive "Buona!" e mette un cuore rosso.
Piccole cose da condividere col mondo, per renderlo migliore e rallegrare la giornata a qualcuno.
E a me è venuto spontaneo condividere questo pensiero, che fa molto da Facebook in realtà, con voi, che ormai siete un po' miei amici. E questo non è da Facebook.
Per concludere quest'accozzaglia di pensieri senza senso ma con un file rouge che li collega, vorrei salutare le due moschettiere (Sarah e Anna) che m'hanno ispirato il modo per non aprire subito il quaderno di filosofia. CIAO!
[Prof, spero che le capiti di leggere questo post e che abbia pietà di me. Sono troppo filosofa per studiare filosofia: la filosofia si pratica, non si legge.]

Buoanotte, bacioni!
La vostra Ivy, un po' fusa forse ma sempre #strong

sabato 15 marzo 2014

Riflessioni sul mondo di una Ragazza

Si chiamava Kore.
Kore era una ragazzina taciturna, ma molto intelligente. Era figlia di una grecista sopra le righe, che durante una festa di battesimo aveva rimorchiato un poveraccio più giovane di lei. Una specie di Porosa e Penia. Sottinteso, Kore non sapeva nulla di chi quell'uomo fosse. E nemmeno la madre, o almeno così credeva.
Madre che mancava nettamente d'immaginazione, tanto da chiamarla "Ragazza". Nome tanto strampalato quanto difficile da far capire: quando dovette farsi l'abbonamento per l'autobus beccò una vecchia mezza sorda, che scrisse il suo nome in 30 varianti e le fece spendere il triplo.
Ovviamente la madre se la prese con lei.
Kore si riteneva la regina delle scuse. Non per uscire da scuola prima o mollare il ragazzo, no; scuse più serie. Scuse per vivere.
Innanzitutto il ragazzo non ce l'aveva mai avuto. Un po' perché snobbava la metà del genere maschile, un po' perché l'altra metà la snobbava. E anche quando ne aveva la possibilità, tirava fuori le sue care amiche scuse.
Scuse che usava anche per le feste, quando i cugini "No" e  "Non ho voglia" erano occupati o non bastavano.
E quando doveva fare qualcosa di importante, di grande: due minuti prima era al massimo dell'esaltazione, due minuti dopo puff, felicità svanita. Non sapeva nemmeno lei per quale motivo: cadeva in uno stato di depressione mista a sonno, una sorta di catalessi fulminante. Già s'immaginava la scena, si vedeva lì, vestita bene, sorridente, divertita, e al contempo sentiva le sue labbra - nella realtà mica tanto divertite - soffiar fuori un "no grazie" a metà tra il sommesso, l'annoiato e lo scocciato. E poi provava quella lieve pressione all'altezza del petto, quel vago rimpianto... Fino a che non spiaccicava sul suo volto un sorriso, e si piazzava in fronte il cartello "Va tutto bene, domani è un altro bellissimo giorno".
A volte sentiva persino una necessità intrinseca di essere al centro dell'attenzione. Voleva essere pregata. "Dai Kore, fai questo, fai quello, vieni con noi", non che nessuno non la pregasse, anzi. Ma non abbastanza. Non la pregavano; la invitavano ad eventi quasi per dovere, per circostanza. Come per dire "Non sei fondamentale, con te o senza di te si va comunque".  Riteneva che fosse un'orribile abitudine mondiale, quella del trovare sempre qualcosa o qualcuno in tua sostituzione. Usare le sue amate scuse in modo così futile. O forse accadeva solo a lei, ma per consolarsi s'illudeva fosse vizio comune e diffuso.
Un'altra cosa che odiava era quando smascheravano le sue intenzioni. Quando voleva farsi pregare e qualcuno le chiedeva "Ma ti vuoi far pregare?" È ovvio che è così cerebroleso! Ma tu non lo devi far notare!
Era convinta che il mondo si reggesse su cose non dette e cose da non dire. Una volta che tutte quelle cose verranno allo scoperto il mondo imploderà, pensava al parco, vedendo due amiche che litigavano su chi delle due fosse più bella. Era sottinteso che entrambe pensassero di essere le più belle, ma un rapporto di amicizia era basato per il 50% su verità e per il 50% su menzogne, malgrado molti moralisti tentassero di diffondere una teoria opposta. Ed era sottinteso che squilibrare l'amicizia con troppa sincerità avrebbe portato ad un crollo improvviso. Colpa della natura puramente ipocrita del mondo.
Nasciamo veri. Poi sta a noi decidere se morire bugiardi o uccisi dai bugiardi.
Le faceva ridere il fatto che persino la celebre Bocca della Verità, con un nome così altisonante, in origine non fosse altro che un tombino dell'antica Roma. Anche quella una menzogna.
Il caro vecchio Platone aveva ragione: la verità non si raggiunge mai. E anche Socrate (che guarda caso è scritto proprio dallo stesso Platone), quando diceva che la verità non può essere una sola: c'è la mia, c'è la tua, c'è la sua. Mischiate possiamo arrivare ad una verità a noi comune. Ma di certo non sarà condivisa da tutti. Insomma, la verità non esiste, punto.
Kore camminava per strada tentando di comprendere le persone. Era laureata in riconoscimento di sorrisi finti, dietro ai quali ci stavano stress, pene d'amore, bugie, sofferenze, incomprensioni. Se, come diceva Platone, "La filosofia è anche riconoscere che siamo feriti fin dalla nascita" (vedi l'ombelico), lei era una filosofa incompresa. Ironia della sorte, gli altri non lo erano. Alla fine lei riconosceva tutti, ma nessuno lei.
Al contrario della madre amava la moda. Le piaceva travestirsi, diventare un giorno una punk, un giorno una brava ragazza, un giorno una manager. I travestimenti, diceva a chi apprezzava il suo stile - ovvero il non avere stile -, aiutano l'anima. Una camicia fa cambiare l'umore più velocemente della sindrome premestruale. E aiutano a nascondersi, proprio come un sorriso. Ma quest'ultima affermazione la teneva per sé.
Amava imparare. Pensava che l'apprendi mento fosse fondamentale, ma fosse inutile far apprendere cose che non piacevano - o tentare di far piacere cose da apprendere. Ognuno ha un destino segnato, perché perdere tempo a tentare di deviarlo in tutti i modi?
E credeva che per rendere il destino migliore bisognava migliorare quello altrui. Occhio per occhio, dente per dente: prima o poi sarebbe (forse, si spera) toccato a lei.
Quindi sorrideva a tutti.  Soprattutto a chi aveva un sorriso finto incollato al posto della bocca, per veder emergere quello vero.
E faceva "Buone Azioni". Passava i compiti, aiutava, veniva incontro. Chissenefrega se poi nessuno l'aiutava, lei aveva la coscienza pulita.
Era altresì convinta di stare sprecando inutilmente il suo tempo. Che mentre stava ragionando avrebbe potuto fare qualcosa di produttivo. Che se avesse scritto tutte le sue riflessioni magari avrebbe guadagnato tanto denaro da poter vivere di rendita, invece di gettarle al vento come carta straccia.
E che Ligabue e Petrarca avevano scritto le sorti dell'essere umano medio concentrate in una frase. Il primo con "Il meglio deve ancora venire"; il secondo, quasi in antitesi, con "Et viaggio 'l meglio, et al peggior m'appiglio".

sabato 2 novembre 2013

Sorriso Del Giorno

Occhietti mi fissarono. La testolina sferica, con pochi capelli biondi, era piegata di lato. Il nasino a patatina dalle narici dilatate passò in secondo piano quando poggiai lo sguardo sulla boccuccia di rosa, coi dentini bianchi e allineati messi in evidenza dal sorriso giocoso. Ai lati due fossettine scavate nelle guance di pesca. 
Le piccole orecchie sembravano quasi di peluches, veniva voglia di allungare la mano e accarezzarle. Le lunghe ciglia sbattevano veloci, sipari sopra due pozzi grigi venati di verde. 
Le sue manine si tesero verso l'ignoto, inarcò lievemente il busto in avanti rischiando di cadere dal seggiolino, con i piedini scalciò l'aria. Una donna accorse e gli strinse le cinghie. Il bimbo mugolò, ma poi rivolse di nuovo lo sguardo verso di me. La sua risatina si diffuse in tutto l'abitacolo: ricordava molto il suono dei popcorn quando scoppiettano nel microonde, mischiato ad un'allegra arietta di Bach. 
Il bimbo continuò ad agitarsi, tentando in tutti i modi di liberarsi dalla cintura color rame, tendendo gli arti sottili allo spasmo, il riso che sfumava in rughette corrucciate mentre le sopracciglia chiare s'univano in una smorfia irritata. Alla fine smise di sorridere e iniziò a lamentarsi: prima chiuse la bocca, emettendo solo qualche gorgheggio. Seguì un basso ringhio, che infine sfociò nell'ineluttabile. 
Il piccolo grintoso spalancò la bocca, sgranò le perle grigie ormai tumultuose, preparò goccioloni sulle punte delle ciglia, ed esalò un rantolo, seguito da un portentoso urlo degno di Munch. 
Come piccole cascate, lacrime salate caddero non appena strizzò gli occhioni tristi. Lo ammetto, mi venne da ridere: era diventato come un piccolo peperone, tutto rosso ma striato di biondo, coi pugni in aria in segno di protesta.
La donna lo prese in braccio, liberandolo dal passeggino. Divenne un angioletto biondo, di nuovo sorridente, le nuvole che gli offuscavano la serenità dissipate dall'abbraccio amorevole.
Non resistetti più. - Mi scusi - chiesi alla donna, - posso? -
Lei mi guardò, dapprima con diffidenza, poi con rassegnata complicità. - Prego. Fai il bravo Leo. -
M'alzai a fatica, il pancione tra me e la signora. Avvicinai la manina al piccolo Leo, che mi strinse il dito e rise. Sperai che il mio piccolino nascesse come quel bimbo: sano, bello, felice.
Leo si chinò sul mio cuscinone addominale, e ci pose dolcemente il nasino; mi vennero le lacrime agli occhi. Che bambolotto.
- Leo, è la nostra fermata - gli disse la madre con una carezza sulla testolina. Mi sorrise, poi ripose il figlioletto nel passeggino e lo assicurò con le cinture da lui tanto odiate. Un signore l'aiutò a scenderlo dall'autobus. Nel frattempo, Leo mi faceva ciao ciao con la manina.
Quando le porte si chiusero e l'autista ripartì, poggiai la testa allo schienale e chiusi gli occhi.
Un sorriso può davvero migliorare la giornata.

Un grosso sorriso anche da parte mia.
Buon Novembre cari lettori.
Ivy