. . . All you life, you were only waiting for this moment to be Free . . . * Nulla enim culpa est in somnis.
Visualizzazione post con etichetta Ragazza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ragazza. Mostra tutti i post

martedì 10 febbraio 2015

Lo pseudolatitante al casinò

Buongiorno cari lettori! È giunto febbraio, e sta scadendo il conto alla rovescia per la mia funesta ora... quando non potrò più fare concorsi per minorenni!
Intanto, buona giornata con questo racconto comicamente poliziesco :*

Il commissario Doriani era chino sulla sua scrivania.
Leggeva con l'aiuto di una lente d'ingrandimento ciò che aveva scritto il suo nipotastro, Francesco Gregoretti, all'ultimo anno di criminologia. L'età avanzata non gli permetteva più la libertà di lettura, così la lampada da interrogatorio tramutava il foglio da bianco sporco a bianco fosforescente.
Francesco attendeva con ansia che Doriani finisse di leggere la sua tesi di laurea: da quella sarebbe dipeso il suo futuro, e sperava vivamente che tutto fosse corretto ed all'altezza della situazione.
Ma il commissario da ormai una settimana leggeva una parola al minuto, colmando d'ansia il cuore del povero Francesco.
In quell'aria colma di tensione bussarono alla porta: l'allievo represse uno sbuffo.
Con lentezza snervante, Doriani si tolse gli occhiali. - Avaaanti! - belò.
Un giovane con Ray-Ban sul naso (malgrado fossero all'interno del commissariato) e giubbotto di pelle (malgrado fosse un maggio piuttosto afoso) entrò masticando la chewing-gum vistosamente, al limite dell'educazione.
Era Diogene Gengetti, detto DiGei dagli amici, figlio del procuratore nonché scemo cronico.
- Commissà - biascicò - m'hanno detto che mi aveva chiamato. -
Sempre con estrema lentezza, Doriani s'appoggiò allo schienale della poltrona di pelle. - Non... Ricordo. Aaaaah, si, già già giusto, volevo sapere se avete scoperto chi era al vertice dello spaccio di droga nel quartiere dietro alla chiesa di San Pietro. Dimmi, si sa? -
DiGei sbadigliò visibilmente. - Seeee, dovrebbe essere un latitante... Corradelli. -
Doriani balzò in piedi, ripetendo il nome ad alta voce.
Quando si tratta di latitanti è un razzo. Ma per il mio futuro...
- Gengetti! E quando volevate avvertirmi? -
- Ahemmm... Ora? -
- E dove si troverebbe? Avete scoperto anche questo? -
- Naaah. Cioé, dovrebbe essere al casinò, però nessuno ci vuole andare, ed io sono stato esiliato a vita... avevo truccato la roulette! - ridacchiò.
- Ci serve un infiltrato... TU! - esclamò Doriani indicando Francesco.
- I-io? - balbettò questo. Non solo non mi corregge la tesi, ma vuole pure mandarmi in un covo malavitoso! - Ma non so nulla del caso, non conosco Corradelli, non sono della squadra... -
- Oh, sciocchezze! Proprio perché non sei della squadra sei perfetto! Così nel frattempo... AH, la schiena! - Doriani si piegò al'indietro: nell'impeto qualcosa aveva ceduto. - Dicevo, nel frattempo leggerò la tua tesi, così farai questa maledetta laurea e sarai in squadra! Ci stai? -
Con gli occhi a cuoricino, Francesco accettò entusiasta. Cosa poteva andare storto?

Uscendo dall'ufficio, dopo aver rimesso seduto il commissario, Diogene e Francesco s'avviarono verso la sala dove quest'ultimo avrebbe imparato le nozioni base sull'operazione.
Nel frattempo, Francesco provò a biascicare due parole.
- Roulette, eh? Almeno hai vinto? -
DiGei rise sguaiatamente. - Machettepare? Fratello, io non so fare nemmeno uno più uno! -
Francesco era confuso. - Ma allora... Perché non vai tu sotto copertura? -
Diogene si tolse gli occhiali. Sotto l'occhio destro aveva tre piccole stelle tatuate, che risaltavano gli occhi verde cupo. - Dì, ragazzino, hai idea di che giorno è oggi? -
- Ahemmm... Sabato? -
- Oggi apre il CocktaiLounge, fratello! Si fa serata! - e rimettendosi gli occhiali simulò un balletto tamarro in mezzo al commissariato.
Francesco stava per ribattere, quando una brunetta bassa e magra gli si affiancò. - Tu devi essere Francesco, lo studente sotto copertura! Io sono Ginevra, verrò con te nell'operazione "Cervelli sniffati". - Abbassò il tono. - Detto fra noi, il nome l'ha deciso Diogene. Comunque, - riprese il tono normale, - malgrado la disgustosa dicitura l'operazione è serissima. Vieni! -
Lasciarono DiGei a ballare su note invisibili ed entrarono nella stanzetta angusta. Vi padroneggiava un proiettore di fronte ad una fila di sedie divise in due colonne.
Si sedettero in prima fila e Ginevra azionò il proiettore.
Comparve un uomo magrissimo, dalla pelle diafana e uno sguardo che probabilmente sarebbe dovuto essere arcigno.
Francesco scoppiò a ridere.
- Scusami Ginevra, però in anni di studi non ho mai visto questo essere! -
- Perché è un latitante... "locale", ecco. E'... il fratellastro del commissario. -
- STAI SCHERZANDO? Zio Nino? - impallidì Francesco. - Ma il cognome diverso... Sono diversi! -
- Eppure te l'assicuro. La latitanza si limita all'essere sfuggito dalle mani del fratello: ufficialmente è un uomo libero. Che spaccia droga, ma libero. Il nostro compito è riportarlo da Doriani... E arrestare gli altri. -
- Per quale motivo non dovremmo arrestare anche lui? Solo perché è imparentato col commissario? Scusami, non è corretto. -
- No... Ma lui è solo una maschera sfruttata dai veri spacciatori. Usano a loro favore l'Alzheimer che affligge il povero Nino per manovrarlo come marionetta nel mondo della criminalità. -
- Capisco. E come ci infiltreremo? -
- Innanzitutto tu ti vestirai da perfetto boss italoamericano: camicia, cravatta, cappello. Sono rimasti indietro anche con la moda... - Ginevra alzò gli occhi al cielo. - Ti intrufolerai nella sala, e giocherai come se nulla fosse. Avrai una microcamera addosso. Appena dicono qualcosa sulla droga, interveniamo. -
- Ed io? -
- E tu avrai una pistola, e se necessario (solo se necessario) interverrai. -
- E se mi scoprono? -
- Ci sono io. E la squadra fuori. -
- Ma tu cosa farai? -
Ginevra divenne bordeaux, poi balbettò: - Io... Io sarò... Sul palco. -
Francesco sorrise: - Non serve che ti agiti. Penso che tu sappia cantare benissimo, o non ti farebbero salire! -
- No... - mormorò lei - Non... canto. Io... ecco... farò... -
- Cosa? Danza? Recitazione? Hula hop? -
- ...Pole Dance. -

Francesco non riusciva a concentrarsi sul gioco. Aveva già perso 500 euro, e ora ne stava perdendo altri 500. Ma come poteva concentrarsi, con Ginevra che ondeggiava davanti a lui?
Grazie al cielo non era l'unico.
- Minchia Peppe, hai visto che culo? -
- Io guaddo più in alto Tonino! -
- Moviti, moviti... - Qualcuno improvvisò un battito di mani a ritmo.
Francesco, ormai al limite della sopportazione, stava per ribattere, quando entrò nella sala Corradelli.
Ora devo guadagnarmi la tesi.
Lo pseudolatitante si sedette giusto di fronte a lui.
- Peppe! Non sai gggiocare, vergogna! E io dovrei affidarti la robbba? Tu me la perdi, sicuro! -
Il Peppe in questione gli tirò un calcio sotto al tavolo.
- Ahia! - urlò Corradelli - mica dico dov'è! -
- Nino taci o ti tagghio la lingua! Capisti? -
Francesco, diviso tra Ginevra e Corradelli, nemmeno si accorse di aver vinto una mano.
Almeno ho recuperato 1000 euro, pensò.
- Comunque - riprese il latitante appena spiumato, - Rossella, la fornaia, quella bella, ha detto che se vogliamo far circolare lì la robba la... spaccia per farina! T'è piaciuto il gioco di parole Tonino? -
In quell'istante la porta s'aprì di scatto e Doriani, in forma come non mai, irruppe con la squadra. - A me si, Ninuccio! Mani in alto! -
Ginevra era scesa dal palco e aveva inforcato l'arma come i compagni. Istintivamente, anche Francesco la seguì.
Corradelli rimase a bocca aperta, facendo cadere le carte - pure truccate... Non sapeva vincere nemmeno con quelle.
- Dodò! Dove sei finito tutto questo tempo? -
- Alla narcos, idiota! E ti faccio sapere che hai davanti tuo nipote, mio collega! -
Corradelli si girò verso Francesco, che iniziò a temere. Ma non tremò.
- Ciccio! Sei tu? Mariiiia come crescesti! Si propriu beeeeddhu! -
Francesco arrossì, senza smuovere l'arma da davanti a sé. Ginevra e qualcun altro soffocarono le risate.
- Zio Nino, ti dichiaro in arresto per spaccio di sostanze stupefacenti. -
DiGei si avvicinò, senza fretta, rigirando le manette. - E pensare che qui non potevo entrarci...! - Le mise a Corradelli, poi se ne andò fischiettando.
Tutti i malviventi furono presi, Francesco raggiunse Ginevra e le mise la sua giacca addosso. Lei ringraziò, poi lo squadrò. - Sai che non potevi arrestarlo, vero? -
- Si, ma se ora accetti di uscire con me ne sarà valsa la pena! -

Alla fine, la tesi di Francesco faceva schifo, e fu letta dalla ragazza... e corretta.
Doriani andò in pensione due giorni dopo, DiGei continuò a non fare un tubo.
Ma Francesco entrò in squadra comunque.

V'è piaciuto? Allora commentate!
Non vi è piaciuto? Allora commentate!
Pensate che dovrei darmi all'ippica? Commentate comunque!
La vostra Ivy

martedì 15 luglio 2014

Commedie da ombrellone - Brutto

Signori, dal mare ve salutant! Eccovi una commediola da ombrellone... Buona lettura!

Geronimo sbuffò. Era successo come previsto.
Quella mattina era stato buttato giù dal letto dal suo migliore amico.
- Gerry! - aveva sbraitato Alfredo. - Su, svegliati! Ho promesso alla brunetta che l'avrei accompagnata alla sua spiaggia! Vieni con noi su! -
Geronimo, sbadigliando vistosamente, aveva chiesto dove.
E l'idiota, trionfante, aveva annunciato: - A Marina di Massa! -
Beh, Gerry era caduto dal letto. E dalle nuvole.
Sopracciglia foltissime. Occhi spiritati. Capelli ebano scheggiato. Magro da paura, alto da far schifo, pallido come un lenzuolo e peloso come un macaco. Questo era Geronimo Saltimbanco, terrore dei Game Shop della riviera romagnola.
Commesso, nerd incallito, era grazie all'ultima versione di Call Of Duty che aveva conpiaciuto Alfredo. Alto, bello, ricco, fisico statuario e conto in banca illimitato grazie alla carta del Papi, imprenditore di successo.
Così, dopo innumerevoli partite nel villino vicino Rimini, aveva accettato con riluttanza di andare con Fred a Forte dei Marmi, paradiso di ogni figlio di papà.
La riluttanza e l'odio per il mare erano scomparsi davanti ad un Gin Tonic sotto un ombrellone che costava più del suo salotto.
Ma quel mattino l'odio tornò, più prepotente di prima, sotto forma di spiaggia libera colma di vucumprà e bambini rumorosi.
Come aveva previsto in precedenza, ora i due erano comodamente sdraiati uno accanto all'altro, occhi chiusi e vento tra i capelli. E, per la filosofia del "al peggio non c'è mai fine", lui era steso sul suo telo del Brazil (perdente fino al collo, umiliato dai tedeschi neo campioni del mondo), sotto ad un ombrellone grigio topo morto e bianco sporco, con una birra ormai calda al fianco, il costume a pantalone calante che lasciava intravedere la mutanda bianca a righe blu, un cappellino in tinta con la mutanda piantato bene in testa come protezione ulteriore e le sneaker sommerse di sabbia bagnata, regalino del temporale del giorno precedente.
Il destino aveva però deciso che non bastava tutta quell'umiliazione. Il fato, sotto forma di fastidioso vento caldo, spinse via l'ombrellone, facendolo cadere rovinosamente sulla sua zucca.
- Porc... -
Fred si schiarì la voce. Non voleva che imprecasse davanti alla brunetta.
- ...ellino d'India! - sbottò, posando i piedi sulla sabbia. Ovviamente quel giorno c'era abbastanza sole da renderla rovente, e ovviamente lui si mise a saltellare in pieno stile "danza della pioggia".
Appena i suoi piedi callosi beccarono la stuoia, raccolse il bastone di plastica. Senza richiuderlo né smontarlo, provò a ripiantarlo spingendogli addosso sabbia coi piedi. Inutile dirlo, continuava a cadere.
In fondo scorse una ragazza con le cuffie ed una donna con la bandana arancione ridevano, godendosi la sua goffaggine. Effettivamente ci mancava lo sfottò.
L'ombrellone, come la sua autostima, colava a picco. Alfredo abbracciava la sua bella, forse ignaro, forse menefreghista nei confronti della situazione tragicomica. Persino una bambina e la sua gnocchissima sorella risero a crepapelle.
Quando era sul punto di scagliare quel coso in mare, finalmente resse. Pose lo zaino scassato dietro alla testa, e stava per prendere un sorso di birra (più simile alla pipì in effetti, ma pur sempre birra), quando un venditore gli buttò la saabbia negli occhi e gli piantò la merce sul piede.
- Ciappalì ciappalà! Arriva Mustafà! - urlò l'indiano - Tu volere occhiali? Solo cinque leuro! -
- No, grazie... - iniziò, ma l'uomo gli ficcò un paio di Ray-Ban tarocchi arancione fluo, facendogli sbattere un'astina sull'occhio.
- No, grazie! - ripetè.
- No, guardi, no grazie - mormorò Fred.
Ovviamente se ne andò. Alfredo era ammaliatore con tutti, persino i vucumprà subivano il suo fascino.
A volte lo invidiava. Solo a volte.
All'improvviso la musichetta di Psycho si diffuse nell'aria. Proveniva dal suo zaino.
I due piccioncini lo guardarono interrogativi; lui deglutì. Poteva voler dire solo una cosa...
- Ciao Mamma... - mormorò nella cornetta. Fred trattene una risata.
- GERONIMUCCIO! - urlò la possente brasiliana dall'altro capo. - MI SENTI? -
L'unico ragazzo sulla faccia della Terra ad avere la mamma sia invadente sia sorda.
- CIAO MAMMA. - urlò in risposta. Stavolta Alfredo rise.
- DOVE SEI PICCOLO CARO? IN SPIAGGIA? HAI MESSO LA CREMA SOLARE? SE TI VIENE INSOLAZIONE ALTRO CHE SAUDANJI, LO SAI VERO? -
Aveva allontanato la cornetta dell'orecchio, e la ragazza aveva sentito tutto... E s'era messa a ridere assieme a Fred.
- MAMMA TI RICHIAMO. CIAO -
- MA... - replicò la donna. Geronimo chiuse la conversazione e guardò male Fred, che smise di ridere.
Sospirando, si accese una sigaretta. All'ultima boccata la buttò a terra... non l'avesse mai fatto!
- Che diamine stai facendo? - urlò la brunetta.
- Butto la cicca... - replicò lui confuso.
- Butti la cicca?!?! Ma sei impazzito? Sai quanti anni ci impiegherà a smaltirsi? E quando andrà in mare? Complimenti, hai appena contribuito a creare una bomba inquinante! -
Alfredo tentò di farla ragionare.
- Era solo un mozzicone Arianna... -
- Solo un mozzicone??? Sei peggio di lui! -
Si alzò. - Io me ne vado! -
Prese il suo zaino e la sua stuoia e corse via.
- Arianna! - urlò Fred. Si girò verso Geronimo, furente: - Complimenti! Sei contento adesso? - e corse dietro alla giovane.
Beh, era contento certo... Ma anche terrorizzato. Poteva aver perso l'unico amico che aveva!
Alfredo tornò, indecifrabile il suo umore.
- Allora...? - chiese Gerry titubante.
- Amen, andata. Massì, non mi piaceva più di tanto... Stasera andiamo alla Capannina e ne troviamo due ancora più fighe, ma soprattutto che apprezzino Forte! Sei d'accordo? -
Pienamente, Fred. Non rimorchierò. Ma sono d'accordo.

Che ve ne pare? Se non v'è piaciuta... Vi consiglio un Cremino, con questo caldo!
A presto!
Ivy (croccante sotto l'ombrellone)

sabato 15 marzo 2014

Riflessioni sul mondo di una Ragazza

Si chiamava Kore.
Kore era una ragazzina taciturna, ma molto intelligente. Era figlia di una grecista sopra le righe, che durante una festa di battesimo aveva rimorchiato un poveraccio più giovane di lei. Una specie di Porosa e Penia. Sottinteso, Kore non sapeva nulla di chi quell'uomo fosse. E nemmeno la madre, o almeno così credeva.
Madre che mancava nettamente d'immaginazione, tanto da chiamarla "Ragazza". Nome tanto strampalato quanto difficile da far capire: quando dovette farsi l'abbonamento per l'autobus beccò una vecchia mezza sorda, che scrisse il suo nome in 30 varianti e le fece spendere il triplo.
Ovviamente la madre se la prese con lei.
Kore si riteneva la regina delle scuse. Non per uscire da scuola prima o mollare il ragazzo, no; scuse più serie. Scuse per vivere.
Innanzitutto il ragazzo non ce l'aveva mai avuto. Un po' perché snobbava la metà del genere maschile, un po' perché l'altra metà la snobbava. E anche quando ne aveva la possibilità, tirava fuori le sue care amiche scuse.
Scuse che usava anche per le feste, quando i cugini "No" e  "Non ho voglia" erano occupati o non bastavano.
E quando doveva fare qualcosa di importante, di grande: due minuti prima era al massimo dell'esaltazione, due minuti dopo puff, felicità svanita. Non sapeva nemmeno lei per quale motivo: cadeva in uno stato di depressione mista a sonno, una sorta di catalessi fulminante. Già s'immaginava la scena, si vedeva lì, vestita bene, sorridente, divertita, e al contempo sentiva le sue labbra - nella realtà mica tanto divertite - soffiar fuori un "no grazie" a metà tra il sommesso, l'annoiato e lo scocciato. E poi provava quella lieve pressione all'altezza del petto, quel vago rimpianto... Fino a che non spiaccicava sul suo volto un sorriso, e si piazzava in fronte il cartello "Va tutto bene, domani è un altro bellissimo giorno".
A volte sentiva persino una necessità intrinseca di essere al centro dell'attenzione. Voleva essere pregata. "Dai Kore, fai questo, fai quello, vieni con noi", non che nessuno non la pregasse, anzi. Ma non abbastanza. Non la pregavano; la invitavano ad eventi quasi per dovere, per circostanza. Come per dire "Non sei fondamentale, con te o senza di te si va comunque".  Riteneva che fosse un'orribile abitudine mondiale, quella del trovare sempre qualcosa o qualcuno in tua sostituzione. Usare le sue amate scuse in modo così futile. O forse accadeva solo a lei, ma per consolarsi s'illudeva fosse vizio comune e diffuso.
Un'altra cosa che odiava era quando smascheravano le sue intenzioni. Quando voleva farsi pregare e qualcuno le chiedeva "Ma ti vuoi far pregare?" È ovvio che è così cerebroleso! Ma tu non lo devi far notare!
Era convinta che il mondo si reggesse su cose non dette e cose da non dire. Una volta che tutte quelle cose verranno allo scoperto il mondo imploderà, pensava al parco, vedendo due amiche che litigavano su chi delle due fosse più bella. Era sottinteso che entrambe pensassero di essere le più belle, ma un rapporto di amicizia era basato per il 50% su verità e per il 50% su menzogne, malgrado molti moralisti tentassero di diffondere una teoria opposta. Ed era sottinteso che squilibrare l'amicizia con troppa sincerità avrebbe portato ad un crollo improvviso. Colpa della natura puramente ipocrita del mondo.
Nasciamo veri. Poi sta a noi decidere se morire bugiardi o uccisi dai bugiardi.
Le faceva ridere il fatto che persino la celebre Bocca della Verità, con un nome così altisonante, in origine non fosse altro che un tombino dell'antica Roma. Anche quella una menzogna.
Il caro vecchio Platone aveva ragione: la verità non si raggiunge mai. E anche Socrate (che guarda caso è scritto proprio dallo stesso Platone), quando diceva che la verità non può essere una sola: c'è la mia, c'è la tua, c'è la sua. Mischiate possiamo arrivare ad una verità a noi comune. Ma di certo non sarà condivisa da tutti. Insomma, la verità non esiste, punto.
Kore camminava per strada tentando di comprendere le persone. Era laureata in riconoscimento di sorrisi finti, dietro ai quali ci stavano stress, pene d'amore, bugie, sofferenze, incomprensioni. Se, come diceva Platone, "La filosofia è anche riconoscere che siamo feriti fin dalla nascita" (vedi l'ombelico), lei era una filosofa incompresa. Ironia della sorte, gli altri non lo erano. Alla fine lei riconosceva tutti, ma nessuno lei.
Al contrario della madre amava la moda. Le piaceva travestirsi, diventare un giorno una punk, un giorno una brava ragazza, un giorno una manager. I travestimenti, diceva a chi apprezzava il suo stile - ovvero il non avere stile -, aiutano l'anima. Una camicia fa cambiare l'umore più velocemente della sindrome premestruale. E aiutano a nascondersi, proprio come un sorriso. Ma quest'ultima affermazione la teneva per sé.
Amava imparare. Pensava che l'apprendi mento fosse fondamentale, ma fosse inutile far apprendere cose che non piacevano - o tentare di far piacere cose da apprendere. Ognuno ha un destino segnato, perché perdere tempo a tentare di deviarlo in tutti i modi?
E credeva che per rendere il destino migliore bisognava migliorare quello altrui. Occhio per occhio, dente per dente: prima o poi sarebbe (forse, si spera) toccato a lei.
Quindi sorrideva a tutti.  Soprattutto a chi aveva un sorriso finto incollato al posto della bocca, per veder emergere quello vero.
E faceva "Buone Azioni". Passava i compiti, aiutava, veniva incontro. Chissenefrega se poi nessuno l'aiutava, lei aveva la coscienza pulita.
Era altresì convinta di stare sprecando inutilmente il suo tempo. Che mentre stava ragionando avrebbe potuto fare qualcosa di produttivo. Che se avesse scritto tutte le sue riflessioni magari avrebbe guadagnato tanto denaro da poter vivere di rendita, invece di gettarle al vento come carta straccia.
E che Ligabue e Petrarca avevano scritto le sorti dell'essere umano medio concentrate in una frase. Il primo con "Il meglio deve ancora venire"; il secondo, quasi in antitesi, con "Et viaggio 'l meglio, et al peggior m'appiglio".