. . . All you life, you were only waiting for this moment to be Free . . . * Nulla enim culpa est in somnis.
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mercoledì 8 ottobre 2014

Icaro

Buon giorno cari lettori!
Si, è quasi mezzanotte, lo so... ma la vita INIZIA ORA!
La smetto. Scusate.
Primo post di ottobre: iniziamo strong!
Besos :*

Colpire, incanalare, colpire.
Respiro. Incanalare. Colpire.
Più forte di prima.
Aida affrontava così la realtà. Colpo dopo colpo. Mischiando lacrime e sudore, dolore e fatica.
Colpiva finché le bende sui palmi non diventavano porpora, la fatica non usciva da ogni poro, le gambe non si spezzavano al suono della sua violenza, irriconoscibile.
Quella volta, peggio delle altre.
La memoria la stava ingannando. Di nuovo. Ricordava quanto era stato vano ogni tentativo di riscatto, come la vita chiedeva sempre il suo tornaconto, diventando strozzina di se stessa.
Un ricordo. Un sorriso.
Quella volta, era toccato ad un sorriso particolarmente bello l'arduo compito di sconfiggere la fortuna.
Un sorriso a braccetto con occhi magnetici, lineamenti decisi e chioma indomita, come il carattere del proprietario. E la sua attitudine al mentire, al tradire, al cercare il proprio guadagno, sosia indiscusso della stessa stronzissima vita. Forse un po' anche di lei.
Colpo. Respiro.
Denti digrignati che risuonano nella sala, vuota.
A terra ancora i cocci dello specchio, rotto... quanto tempo prima? Non sapeva dirlo con certezza. Di certo non era volato, anzi: ogni secondo bruciava di più, ogni minuto affondava la sua brama di sangue nel suo cuore. Povera Aida, impotente tentava di combattere quel cesaricidio; il suo cuore, o quello che ne rimaneva, aveva preso il controllo della mente. Al contrario dell'immaginario collettivo, il cuore è malvagio, la mente è impotente. È la memoria del cuore che frega, non la memoria oggettiva.
Un altro ricordo. Un attimo, un flash. Icaro.
Lui volò in alto, tanto in alto da precipitare. Peccato non fosse donna, si sarebbe immedesimata meglio nel ruolo...
Era sicura di esserne la reincarnazione ultimamente. Anzi, non solo negli ultimi tempi: solo allora ne aveva constatato la consapevolezza, aveva testato in modo oggettivo la cosa. Ma l'aveva sempre saputo.
L'ennesimo colpo le risuonò dentro, le sue mani suonavano il sacco fino alle lacrime.
La verità, semmai essa fosse mai esistita, era che Aida teneva troppo alle cose, alle persone, alla vita. Quasi come se per questo l'animo volesse punirla... Ahi! Ti sei avvicinata alla felicità, torna indietro!
L'ennesimo sorriso irruppe nei suoi pensieri. Prepotente anche nelle menti altrui.
Un sorriso famelico. Simile a quello di lui? No. Peggio. Era la consapevolezza, di nuovo. A volte ritornano.
Ma una nuova consapevolezza, più legata al concetto generale dell'esistenza.
La vera ipocrisia non è esterna, ma interna.
Lei era ipocrita nei confronti di se stessa: ipocrita nel dirsi che non era vero, che poteva migliorare, ipocrita con gli altri sorridendo alla vita e ingoiando il boccone amaro esclamando "e Vabbè!".
Così erano ipocriti anche i suoi parenti, che sorridevano solo quando serviva loro per qualcosa, e gli "amici", anch'essi ipocriti, già, altrimenti non li avrebbe ricordati come tali, e non avrebbe posto le virgolette al loro nome. Tutti convinti di essere un gradino più avanti rispetto a lei, con più esperienza, o più carisma. Sempre qualcosa in più.
Lei era l'eterna seconda.
Poteva fare qualunque cosa per tentare di migliorare, ma seconda era e seconda sarebbe rimasta.
Bugiarda. Ipocrita. Di nuovo.
Tirò un altro pugno. Peggiore dei precedenti, squarciò il bendaggio rudimentale sul suo polso e fece andare a sbattere il sacco contro il muro, lasciando un buco.
In quel momento un uomo muscoloso entrò nella saletta angusta. Chiuse la porta, incrociò le braccia.
- Ti dovresti medicare. -
Lei lo ignorò. Tirò un calcio,  creò un'altra crepa.
- Mi stai distruggendo la palestra. -
- Te la ripago. - Le uscì qualcosa a metà tra un grugnito ed un gemito soffocato; di certo non riconobbe la sua voce.
Lui le aveva tolto anche quella?
A forza, con l'ipocrisia, la menzogna. Elementi sempre presento nella sua vita - probabilmente era lei a coltivarli, ecco perché tanta cattiveria. Forse avrebbe dovuto fare l'attrice... Ipocrita era ipocrita.
Il tradimento? Questa era la sua giusta punizione? Amore malato? Definizione simile ad una bestemmia, tanto le risuonava forte nei timpani.
Anzi, marcio. Come lei e le sue bugie.
Quel pensiero scatenò il mostro che tentava di reprimere da tutto il pomeriggio. In un raptus racchiuse tutta l'energia che riusciva a raccogliere e colpì il sacco. Questo, già vecchio e malandato, si staccò dal soffitto e irruppe nel pavimento scheggiato da anni di sudore.
- Merda. Te lo ripago. -
- Lo hai già detto... -
Si finse noncurante. Si legò i capelli e andò al tapis roulant, attivandolo al massimo della velocità e impostandolo sulla pendenza del Monte Bianco. Un suicidio in condizioni normali, ma lei non era normale. Non più almeno.
Era un'ameba di quello che era stata.
Aveva puntato in alto, simile ad Icaro. Ci aveva provato. Sempre.
Aida, la migliore. In qualcosa, qualunque cosa, che non fosse la stupidità. Utopia a quanto pare.
Aveva studiato per un 100 e lode, ottenendo un 88.
Aveva lavorato per avere quella promozione, e invece l'aveva avuta la segretaria che andava a letto col capo.  (Anche se ci fosse andata lei, non l'avrebbe ottenuta: avrebbe avuto davanti a sé la moglie.)
S'era fatta in quattro per far sopravvivere la sua relazione, e ne aveva ottenuto solo il suo totale annullamento ed abbandono.
Ed in quel momento tentava di fare il tapis roulant al massimo, col risultato che se non fosse arrivato Fabrizio ad toglierle la sicura sarebbe inciampata su se stessa e sarebbe ruzzolata giù.
- Basta. A questo ci tengo. - Tentava d'ironizzare, con sguardo serio.
- A me no? - scherzò Aida.
Gay da generazioni. Ovvio, era l'uomo ideale. Era una forma d'ipocrisia anche quella?
- Smettila. -
Aida lo ignorò. Scese dalla macchinetta infernale e andò a raccogliere la maglia. Le scivolò dalla tasca il cellulare - inutile dirlo, di seconda categoria, che ironia il destino! - e vide la loro foto. Non aveva avuto tempo di toglierla.
- Mi devo comprare un nuovo cellulare. -
Lo scagliò contro lo specchio  ancora integro. Andò in frantumi.
- Inviami il conto a casa. -
Fabrizio la chiamò. Non si voltò.
Non aveva meta. Senza cellulare,  più svestita che coperta, grondante di sudore. Aveva anche i crampi allo stomaco - non sapeva nemmeno uscire con stile, barcollava.
Icaro era precipitato, bruciato dal sole.
La gente iniziò a guardarla male. All'inizio pensava fosse colpa del top striminzito che sembrava un reggiseno, o forse delle sneaker giallo fluo. Solo quando però le guardò, e vide la macchia scarlatta, si ricordò della mano sanguinante e impallidì. La fissò come se si fosse dimenticata anche di aver sempre avuto un arto nella parte destra del corpo. Provò a muoverla, represse un grido. Faceva male.
Proprio come le sue bugie. Fino a che non le guardi non le noti. È quando le scopri che bruciano.
Il sole.
- Signorina - la scrollò un vecchietto sprezzante del pericolo. Aida si guardò attorno: tutti i presenti la stavano fissando.
Lei sbarrò gli occhi, fece un passo indietro. - Io... -
Corse via. Di nuovo, stavolta più consapevole di tutto. Illuminata come il filosofo della grotta platonica. Bagnata dal sole come la canzone di Noemi.
Senza nemmeno volerlo si ritrovò davanti alla casa che aveva ospitato quella specie di amore malsano per troppo tempo,
Le chiavi. Il maglioncino. La mano sana. Grazie al cielo.
Come un'automa aprì il portone. Gettò a terra chiavi e maglione. Atterrarono accanto alle prime gocce di sangue, sul pavimento. Doveva medicarsi.
No. Prima doveva chiudere il cerchio, lasciare un addio a Dedalo prima di perire. D'illuminarsi d'immenso.
L'indomani lui sarebbe passato a prendere le sue cose. Gli avrebbe lasciato un ricordino.
Prese il quadro che le aveva dipinto e lo ruppe sulla sedia che aveva rivestito. Strappò le foto che aveva scattato, le altre le gettò nel camino che aveva pulito maniacalmente. Stracciò tutte le carte che le aveva stampato su come rimanere a dieta, distrusse la tazza che le aveva rinfacciato per tre anni perché troppo "da bambini". Bell'adulto lui.
Gettò i vestiti che le aveva criticato sul terreno, li schiacciò coi libri che le aveva letto ad alta voce "per cultura". Roba pallosa.
Suppellettili, libri, DVD, vestiti, memorie, ricordi, troppe cose sue, dovevano essere rimosse per poter sopravvivere.
Icaro avrebbe inforcato gli occhiali da sole stavolta.
Infine prese il suo cuore. Lo portò sul letto. Lì si sentì mancare.
Svenne.
Icaro volava via.

Dubbi?  Sulla mia sanità mentale ovvio!
Scherzi a parte, vi è piaciuto? Attendo commenti :*
Vestra, Ivy

lunedì 29 settembre 2014

Mi scappa un'idea: il Valore delle cose

Cari i miei signori, buonasssera!

Come va? Spero stiate bene. Mi piace immaginarvi mentre leggete la posta, sul divano con lo smartphone in mano e gli occhiali sul naso, e ops!, compare la mail di Blogger che v'annuncia che la vostra CARISSIMA Ivy ha scritto un'altra cazz... OH, niente parolacce, stupidata delle sue.
Allora la guardate direttamente da lì, oppure - opzione per i più affezionati - entrate sul blog, per donare la vostra visualizzazione alla GIUSTISSIMA CAUSA che porto avanti: il mio egoistico diletto nel vedere che il mio blog vi piace.
Almeno, spero sia così. Se così non fosse, fareste parte della categoria di lettori che non solo legge l'aggiornamento direttamente dalla mail, ma una volta letto dice "bom, ottimo" e chiude la suddetta senza pensare che alla sottoscritta - un po' cretina forse - un commentino farebbe piacere. Anche per insultarmi, sarebbe qualcosa di diverso, una critica costruttiva (o un modo per iniziare una bella rissa online... Scherzi a parte. Vi verrei a cercare fino a casa.)
Coooooomunque. Torniamo alle cose (poco) serie. Anzi, iniziamo con esse, visto che in 30 righe ancora non mi sono degnata di iniziare codesto cavolo di post.
Tutto... (tutto che?, direte voi. Siete peggio dei lettori di Pinocchio. Pazienza, su!)
Tutto ebbe inizio una soleggiata mattinata di settembre. Tre amiche pazientavano che il professore la finisse di blaterare roba contorta e le lasciasse uscire, verso quel cielo limpido che fissavano languidamente da... Circa 44 minuti (aveva fatto un minuto di ritardo).
Scrivendo chine come monaci amanuensi gli ultimi 5 minuti di pseudo-lezione, nei quali aveva deciso che era troppo divertente torturare gli studenti per rinunciarvicisi anche quel giorno, finalmente le loro mani gettarono le penne come si può gettare la spugna, non appena captarono il dolce e soave suono del campanello di fine dì.
Zaini in spalla (due, perché la terza si ostinava ad usare borse extralarge), le tre moschettiere partivano alla volta del fast food più vicino; nel quale, una volta sedute ed una volta ordinato il loro lauto pasto (sgomitando ed imprecando contro la nonnetta tedesca che viene in Italia senza sapere un fico della lingua italiana e che blocca la fila perché non si sa esprimere), iniziarono a parlare di problemi di cuore e varie ed eventuali.
Finito lo pseudo-cibo - davvero doveva importar loro cosa avevano mangiato? Era buono, punto - si accomodarono su una panchina, e discorrevano di giovanil argomenti, lasciandosi nel frattempo bagnare dal sole (cit. Noemi©). Dopodiché baci, baci, bus e casuccia bella.
Cosa avete capito di tutto ciò? NULLA. Ivy non è impazzita, state tranquilli (cioé, potremmo parlarne, ma in questo post ho post-o troppe parentesi, basta così). (Notate il gioco di parole post/posto! Io lo trovo geniale).
Detto ciò, dicevo, posso giungere alla seconda parte di questo pseudo-testo (la parola del giorno è PSEUDO! Applauso *clap clap clap*). Giunte a casa le tre avevano prontamente aperto Whatsapp, non sia mai che si perdano quanti pezzi di pasta stava mangiando l'amica in quel frangente. Ritornando sullo splendido pomeriggio di cazzegg... Di nullafacenza, affermavano che "è stato bello", "da rifare" e, cosa che fece scattare il DINNNG tipo orribile notifica dell'Iphone nella testa di colei che sta scrivendo adesso (aka Ivy aka Io), "non da fare tutti i giorni, sennò poi diventa un'abitudine, mentre le cose belle devono essere gustate e desiderate".
Ed ecco il punto! Lo so, l'ho presa larga, ma dovevate cogliere gli step, dovevate avere la pelle d'oca.
Il valore delle cose.
Stavate aspettando questo momento da quando avete letto il titolo del post, eh? Sempre che l'abbiate letto. A me per dire piace inoltrarmi nella giungla delle parole, e poi vedere in che territorio sono. (Leggo di getto - non leggo il titolo).
Il Valore delle cose. Lo metto maiuscolo cavoli, perché oggi mi sento ribelle, e se i filosofi possono mettere Bene, Virtù, Acqua, Fuoco, Arché o chessoio maiuscole, io posso sottolineare il valore della parola Valore con una super V (ma che non sta per vendetta).
Si beh, mi stavo lavando i capelli e, con la testa sotto l'acqua, non avevo modo di bloccare il flusso di pensieri che scorreva assieme all'H2O nella e sulla mia capoccia dura. E ho avuto la rivelazione: cosa scrivere sull'argomento Valore delle cose! Perciò ho finito in fretta e furia e ho scritto all'amica della citazione (come potete vedere dalla STUPENDA immagine/screen): MI SCAPPA UN'IDEA! E dovevo bloccarla, metterla su carta, o meglio online.
Only miss the sun when it starts to snow/ Only know your love when you let her go cantava Passenger. Si capisce il Valore delle cose solo quando si perdono, o comunque si stanno per perdere. O quando non sono scontate, vengono dal cuore, o da una sorpresa, che sia del destino o del superenalotto.
Un abbraccio della mamma mentre stai studiando.
Il papà che ripara i tuoi danni con l'Attack.
Il fratellino che entra in camera tua con la musica tamarra apppallla, ma che almeno t'ha pensato per ballare assieme.
Lo sconosciuto che ti sorride per strada quando hai fatto una gaffe, o l'autista dell'autobus che vedendoti arrivare correndo t'aspetta per qualche secondo, per poi esclamare "Respira!".
L'amica che ti scrive il buongiorno e la buonanotte, che s'interessa a ciò che fai, che anche se hai mangiato pasta al pomodoro - niente di più banale alla fin fine - scrive "Buona!" e mette un cuore rosso.
Piccole cose da condividere col mondo, per renderlo migliore e rallegrare la giornata a qualcuno.
E a me è venuto spontaneo condividere questo pensiero, che fa molto da Facebook in realtà, con voi, che ormai siete un po' miei amici. E questo non è da Facebook.
Per concludere quest'accozzaglia di pensieri senza senso ma con un file rouge che li collega, vorrei salutare le due moschettiere (Sarah e Anna) che m'hanno ispirato il modo per non aprire subito il quaderno di filosofia. CIAO!
[Prof, spero che le capiti di leggere questo post e che abbia pietà di me. Sono troppo filosofa per studiare filosofia: la filosofia si pratica, non si legge.]

Buoanotte, bacioni!
La vostra Ivy, un po' fusa forse ma sempre #strong

sabato 27 settembre 2014

It's time

Buon pomeriggio miei cari lettori!
Ho visto uno stupendo 9470 sul contatore delle visualizzazioni: graziegraziegrazie, 9470 volte grazie!
Detto ciò, oggi davanti ad Orazio non ho potuto astenermi dall'immaginare di finire tutto ciò...
E beh, temo che l'anno prossimo m'iscriverò al Centro di Igiene Mentale.
Have a good reading!

La musica le rimbombava nel petto, facendo a gara col cuore. Gocce di sudore scorrevano fino alla scollatura, distogliendo per una frazione di secondo l'attenzione dal sorriso luminoso che irradiava gioia nel mondo.
Sciolse i capelli e tolse il maglione, rimanendo in canotta. I muscoli definiti scattarono, ritmarono il pavimento con affondi e balzi, agitavano le braccia come fronde degli alberi col vento, degno rappresentante delle note nelle sue orecchie. Piroettava sul piede maciullato, alternando il classico ed il moderno, prendendo da entrambi il meglio. Simile ai fotogrammi nella tv, scattava da un'espressione all'altra, senza però uscire dall'armonia che l'avvolgeva.
Salì sul banco di fronte a lei, calpestò scritte sbiadite, problemi forse ormai risolti, forse ancora persistenti. Scalciò un quattro, lanciò in aria un nove, baciò un dieci cullandolo tra le sue braccia.
Uscì da quell'aula che ormai era più una casa. Rubò una scopa al bidello che le fece perdere tanto tempo con avvisi inesistenti, la capovolse e scrisse frasi incomprensibili sul marmo consunto dal tempo. Poggiò il fedele compagno di danze al muro e scivolò fino alla fine del corridoio, e giù per il corrimano, atterrando tra una scala e l'altra e scendendo la rampa ancheggiando a ritmo.
Si tolse dal reggiseno il bigliettino di matematica e lo stracciò; i pezzettini atterrarono lievi sugli scalini lucidati da anni di Converse nuove di paghetta.
Alla fine trovò loro. La sua stupenda classe, che di classe non aveva proprio nulla, se non l'arte di decorare in modo kitsch un ambiente tanto austero e l'abilità di passare lo stesso compito a venti persone senza farsi beccare.
Con alcuni aveva fatto a botte, con altri aveva parlato solo di scuola; c'erano le migliori amiche, l'ex, quella stronza coi suoi stessi sogni, quella ragazzetta timida col carattere represso dal rigore dei genitori. Erano partiti da bambini, convinti che il liceo fosse più uno status symbol che una scuola, pensando che bastava studiare quanto alle medie e che la buona volontà sia la risposta a tutto.
Ora gli sguardi persi erano diventati stanchi, con in sottofondo la determinazione dovuta al riprendersi il futuro, pronti a sbattersi sui libri altri cinque anni, puntando al Giardino dell'Eden, ad essere i primi. Avevano collezionato lacrime e respirato tante di quelle difficoltà da riscrivere la Divina Commedia, ma se qualcuno avesse nominato loro Dante in quel frangente sarebbe finita male. 
S'erano fatti forza l'un l'altro quando mancavano cinque minuti al suono della campanella e l'omino alla cattedra iniziava un nuovo capitolo, si erano insultati quando la timida studiosa aveva ricordato quel compito lungo come la via Appia, che per il medesimo motivo avevano cancellato dal diario senza nemmeno aprir libro. Lo stesso diario custode di segreti invisibili, dediche immutate nel tempo, lacrime e sorrisi, quel giorno nel quale ci fu quell'incontro meraviglioso e quello nel quale quello si prese un voto più alto di quanto avesse meritato, accanto alla caricatura del preside.

Era il momento di dividere le proprie vie. 
In che modo?, era la domanda muta tatuata sulle mani strette a formare una catena umana.
Con quest'animo s'apprestarono ad uscire, per l'ultima volta assieme, da quell'edificio, con alle orecchie It's Time degli Imagine Dragons: così diversa dalla What Time Is It? che sancì la fine delle medie, quando s'imitava il ciuffo di Zac Efron per essere fighi.
Niente più mimesis da quel momento in poi: ognuno col suo stile, ognuno con la sua mente. Era forse questo il grande come?
O era forse scritto nei loro cuori, dove avevano riposto il dolore della separazione, accanto alla gioia del loro legame?
Dovevano cercarlo sul fondo delle bottiglie di birra che avrebbero usato per festeggiare? O su quello del caffè che avrebbero preso la prima ora all'Università?
La lotta con la vita era all'inizio del terzo round, il pubblico si stava definendo, ognuno aveva scelto le proprie armi e pulito il proprio ring. Era ora di mettere k.o. gli ostacoli, lasciando le lacrime a far colare il trucco, brillando sopra i sorrisi a fatica conquistati.

Fuori dal liceo non c'era alcun pubblico ad acclamarli, né medaglie da appendere al collo.
Non c'era il diploma già stampato, né un falò di libri sui quali s'erano uccisi per cinque eterni anni.
Non c'erano fantasmi di persone che se n'erano andate, né ologrammi di chi li avrebbe attesi.
Sapevano solo una cosa: che quella loro compagna, che con coraggio aveva organizzato quell'harlem shake da mettere su Youtube per pubblicizzare la loro tanto amata, odiatissima scuola, radunando un'ultima volta quei ragazzi già proiettati verso il domani, aveva colto l'essenza della loro età: volate via, affrontate tutto cantando e gioendo, carpe diem.

Buona serata a tutti! 
Ivy :* 

Ps: mi sono accorta che questo è il 100° articolo ** Have fun!

domenica 30 marzo 2014

Sfida indiretta: sdolcinatezze

Buonasera cari lettori! Già cenato? Fame?
Rispondo alla sfida/richiesta di Anna... Sdolcinato, ed ispirato al film! Meglio non so se potrei fare... (Forse si, ma per ora accontentati darling)
Buona lettura!


Erano passati dieci mesi dalla maturità, sette dal primo giorno da universitarie, tutti piovosi o comunque nuvolosi.
Ma in quel giorno fortunato, il sole era tornato, dopo settimane di assenza. Anna se lo stava godendo, stesa su una panchina nel parco vicino alla sua vecchia scuola. Per terra, accanto a lei, l’amica Ilaria guardava Facebook e l’aggiornava sugli eventi della giornata.
“Hai sentito? Elena e Giovanni si sono lasciati!”
“Amen, non mi sembravano fatti l’uno per l’altra…”
“Dai, erano carini… E invece Leonardo s’è messo con quella della E!”
“Chi?”
“Chiara Nonmiricordocosa…”
“Ah, si, ho capito! Beh era ora, gli andava dietro dalla maturità.”
“In più hanno messo in riformatorio Matteo… Troppa roba girava attorno a lui, strano che lo abbiano preso così tardi.”
“Mi spiace per i suoi, sono brava gente, non se lo meritano.”
Un bimbo fece rotolare la palla verso di loro. Ilaria gliela rilanciò; il bimbo trillò un grazie, le diede un bacino e tornò dagli amichetti.
“Hai rimorchiato” commentò Anna.
“E non è nemmeno niente male… Io dico che alla sua età è molto più maturo dei nostri coetanei.”
Rimasero in silenzio.
“Illa…”
“Dimmi tesoro.”
“Ho conosciuto una persona.”
Ilaria si girò di scatto, col rischio di farla cadere. Alzò i Ray-Ban sulla testa e guardò l’amica con occhi strabuzzati.
“Com’è messo a muscoli?”
Anna le tirò un buffetto sul braccio. “È una cosa seria stupida!”
“Già seria? Allora mi dovevi dire ‘Mi sono messa a tua insaputa con uno’, non ‘Ho conosciuto una persona’!”
“Ma non ci sto assieme… Però siamo usciti.”
Lo sguardo di Ilaria s’addolcì. Si sedette sulla panchina, poggiando la testa di Anna sulle sue ginocchia, e le carezzò i capelli. “Racconta, baby.”
“È venuto due giorni fa al locale… Quello dove mi hanno assunta giovedì scorso come ballerina di coda.” Ilaria arricciò le labbra. Non approvava, ma non interruppe l’amica. “Era al bancone, e quando sono scesa m’ha offerto da bere. Io ho rifiutato, sai che non reggo bene l’alcol… Allora mi ha detto che mi avrebbe portata a cena fuori. Ho rifiutato anche quello, mi si era appena parato davanti! Non sapevo nemmeno il suo nome… Perciò ha ordinato una Cola per me, un bicchiere di vino per lui e ci siamo seduti su un divanetto. Mi ha detto di essere uno studente di Giurisprudenza, che si laureerà  tra un mese e che mi osserva da qualche sera, quando ho portato la torta durante l’addio al celibato di un suo amico. Io sono stata pressoché in silenzio per tutto il tempo, non sapevo cosa dire… E alla fine ho accettato una cena per il giorno dopo.”
Ilaria frenò la mano. “Mi stai dicendo che ci sei uscita assieme non una ma ben DUE volte senza dirmelo?”
Anna arrossì. “Pensavo che sarei riuscita a non pensarci, e che il giorno seguente avrei declinato l’invito senza cerimonie…” Stavolta fu Ilaria a dare un buffetto ad Anna. “…E invece ci pensai tutta la notte, e il giorno seguente, e sul palco rischiai una slogatura  mentre lo cercavo tra la folla. E quando scesi era lì, appoggiato al bancone, con in mano un bicchiere, e mi fissava… Non mi sono sentita mai tanto bella. È strano, è una bella sensazione!” Rise. “Sono andata a vestirmi, hai presente quel vestitino corallo, quello con la scollatura a cuore che abbiamo comprato assieme… Ecco ho messo quello, e un paio di sandali col tacco trasparenti, e mi ha portata al ristorante qui dietro, e abbiamo riso, quanto ho riso! E gli ho raccontato qualcosa di me, gli ho parlato anche di te sai? E mi ha fatto provare il suo piatto, una bistecca squisita, e ammetto di aver bevuto un bicchierino di vino, ma non tanto giuro, e poi…”
Ilaria attese. Anna si rabbuiò.
“Mi ha riaccompagnata a casa. Finito tutto. Illa, non mi aspettavo una proposta di matrimonio, ma almeno un bacio? Era chiedere  troppo?”
Ilaria sospirò. “An, tu gli hai detto di no la prima sera perché non vi conoscevate… Come puoi pretendere un bacio la seconda? Ci andrà coi piedi di piombo, vedrai.”
Anna si diede una botta in fronte. “Che stupida! Al solito, combino guai…”
Ilaria la fece alzare, poi s’alzò a sua volta. “Su stupidonzola, andiamo a prenderci un gelato! Oggi ti accompagno io al locale, così mi mostri l’uomo del mistero…”

Le luci si spensero, solo una luce calda proveniente dal palco illuminava la sala gremita di persone. Anna respirò a fondo, sentiva l’adrenalina entrare in circolo, percepiva la musica che le cresceva dentro, e tra poco sarebbe esplosa nell’aria. Ilaria era in prima fila, pronta a vedere se l’uomo misterioso si sarebbe presentato o meno, e questo la tranquillizzò. Quando la musica partì, sorrise.
La canzone ideale, perfetta per il luogo e il momento che stava vivendo.
Bound to you di Christina Aguilera scivolò via dall’impianto stereo come se fosse olio, e Anna l’avvolgeva a sé danzando, in perfetta – o quasi – sincronia con le sue colleghe. Volteggiavano in quello squarcio di buio, e vedendole sembrava che i loro cuori stessero per uscire dal petto e raggiungere la platea.
Ilaria si commosse, ma ovviamente non lo diede a vedere. Forse ho capito perché ha accettato questo lavoro, pensò, è perfetta.
La canzone cresceva e cresceva, e Anna, commossa come l’amica, si ritrovò a cantarla, tra una giravolta ed un salto.
Suddenly the moment’s here / I embrace my fears / All that I have been carrying all these years / Do I risk it all/ Come this far just to fall, fall / Oh, I can trust / And boy, I believe in us / I am terrified to love for the first time
*Improvvisamente il momento è qui / Raccolgo i miei timori / Tutto ciò che ho portato avanti in tutti questi anni / Posso rischiare tutto / Sono arrivata a questo punto solo per cadere, cadere / Oh, mi posso fidare / E ragazzo, io credo in noi / Sono terrorizzata dall’amare per la prima volta*
Ilaria s’accorse che un uomo alquanto simile alla descrizione di Anna s’era poggiato al bancone.
Complimenti a mamma… E brava la mia Annina, ha rimorchiato bene!, pensò.
Si avvicinò. “Mi scusi, lei è Davide?”
“Si?” rispose lui brusco. La guardò per un fugace momento, poi si rigirò verso il palco.
“Sono Ilaria, l’amica di Anna.”
“Ah, mi scusi, piacere.” Le strinse la mano. Presa salda, ottimo… Questo protegge alla grande! “Mi dica.”
“Ecco, si dia il caso che Anna m’abbia parlato di lei… Non ho la benché minima intenzione di dirle in che termini, ma le do due consigli. Primo, stia molto attento o se la vedrà con me… Un tacco 12 nell’occhio fa molto male.” Lui alzò un sopracciglio, ma non commentò. “Secondo… Non se la faccia scappare. È il meglio che le possa capitare.”
Davide sorrise. “Non lo dimenticherò. Piacere di averla conosciuta.”
“Il piacere non è tanto mio, quanto di quell’angelo che sta ballando sopra di noi. Me la saluti.”
Fatto ciò, andò a sedersi lontano dal palco e dal bancone, ma abbastanza vicina per osservare i due senza essere vista.
Anna nel frattempo era all’apice della sua performance, fece un ultimo, incredibile salto, dunque atterrò. Come il cigno morente, si raggomitolò sul palco. Attese qualche interminabile secondo, scandito dalle gocce di sudore che cadevano dalla sua fronte sul parquet corroso dal tempo, poi s’alzò. Uno scroscio di applausi si riversò su di lei, assieme a qualche rosa e ad un peluche a forma di panda per un’altra ballerina. Fece un inchinò e s’avviò verso il bancone. Lui era lì. Di Ilaria nemmeno l’ombra.
Le farfalle che, ormai era certa, alloggiavano abusivamente nel suo stomaco, iniziarono ad imitare la danza che aveva fatto lei poco prima. Scese le scalette con gambe tremanti, infine con un filo di voce disse solo: “Davide…”
Lui, senza tanti preamboli, con le lacrime agli occhi, la baciò.

Ilaria, dalla sua postazione, sorrise. Il suo lavoro era compiuto. Le scrisse un messaggio, certa che l’avrebbe letto molto tardi: Ti meriti un bel po’ di felicità baby, e lui mi sa che può dartela…
Poi se ne andò, lasciandoli a baciarsi nella penombra, stretti l’un l’altra come una cosa sola.


Spero vi sia piaciuto... Di certo mi metterei anche io a ballare per risultati simili!
Bacioni!
La vostra Ivy

P.S: ricordo che le due sfide - con parola o con immagine - delle quali il regolamento è sulla destra dello schermo sono ancora valide! Proponete!!!

lunedì 14 ottobre 2013

Il Cielo partendo da Zero

Quante volte ho guardato al cielo,
ma il mio destino è cieco e non lo sa,
e non c'è pietà, per chi non prega e si convincerà,
che non è solo una macchia scura,
il cielo...
Quante volte, avrei preso il volo,
ma le ali le ha bruciate già
la mia vanità, e la presenza di chi è andato già
rubandomi la libertà,
il cielo...
Quanti amori conquistano il cielo,
perle d'oro nell'immensità,
qualcuna cadrà,
qualcuna invece il tempo vincerà,
finché avrà abbastanza stelle, il cielo...
Quanta violenza sotto questo cielo,
un altro figlio nasce e non lo vuoi
[Pubblico] Amalo!
Gli spermatozoi, l'unica forza
tutto ciò che hai,
ma dimmi... Ma che uomo sei...

[Pubblico] Se non prendi un barattolo di vernice insieme a me
e ricominciamo a dipingere questo mondo grigio
questo mondo così stanco,
dell'amore che vuoi,
dell'amicizia che rincorri da sempre.
Dipingiamolo di noi,
di noi zerofolli,
di noi zeromatti,
a noi che basta un sorriso, una stretta di mano...

[Renato] E a me che basta dirvi... Vi amo!

Buonasera miei piccoli Crazy lettori! Stasera vorrei partire da Zero, con la meravigliosa canzone "Il Cielo".
Il Cielo... Quante rappresentazioni che ha ricevuto negli anni! Partendo da Aristarco, passando dai nove cieli di Dante, arrivando alle teorie di Copernico, sul piano scientifico non ha mai avuto problemi di noia. E nemmeno su quello filosofico: è stato manipolato come plastilina, moltiplicato, diviso, divinizzato, cotonizzato ("Mamma, guarda le nuvole, sembrano cotone!"), talassizzato ("Il cielo azzurro che si confonde col mare..."), colorato ("Azzuro come te, come il cielo e il mare, e giallo come luce del sole", cit. Modà), etc.
Quante volte al giorno usiamo il povero e maledetto cielo? "Oh cielo, mi sono fatta male...", "Non alzare gli occhi al cielo con me!", "Non ti ho chiesto mica il cielo!", "Gli è caduto un pezzo di cielo in testa!"  e così via... 
Se pensiamo che ora è dato per inesistente... Eh sì, il cielo non esiste, è un'illusione ottica dell'universo. Che sia dunque una metafora divina?
"Quante volte ho guardato al cielo"... Lassù, ci insegnano fin da piccoli, c'è qualcosa di magico. Chi dice ci sia il Paradiso, chi Dio in persona - ma è una persona Dio? Non divaghiamo -, chi gli angioletti, chi quella persona cara che è scomparsa da poco. Con qualunque accezione lo si veda, lassù c'è qualcosa di mutevole: s'arrabbia coi lampi, sorride col sole, singhiozza con la pioggia, si rabbuia con le nuvole. Non a caso per i Greci Zeus stava sulle nuvole!
Dunque in realtà cos'è il Cielo? Un cumulo di sogni umani? Metafora di libertà (cit. Zero)? Siamo noi, è il nostro destino, è Dio che ci comunica come fare a vivere? Maybe.
Vi è mai capitato di dire "Caspita, volevo fare questo ma piove..."? Significa che non era il momento di farlo! E i bellissimi tramonti, nei momenti più dolci? Pensate che bel Dio abbiamo, ci concilia anche il flirt! ;D
Scherzi a parte... "Quanti amori conquistano il cielo, perle d'oro nell'immensità, qualcuna cadrà, qualcuna invece il tempo vincerà, finché avrà abbastanza stelle, il cielo..." Rappresenta bene l'idea dell'amore che esso ci trasmette (o almeno ce prova). Affidare la propria storia alle stelle è un luogo comune che dura da tempi immemori, così come baciarsi al tramonto (/sotto le stelle/con la luna piena/etc.).
E la pioggia che cade quando si è tristi, confondendo lacrime e gocce, tristezza allo stato puro? Quanti anni di storia del cinema ricamata a fil di cotone nuvoloso sullo stesso pezzo di stoffa azzurra e cristallina!
E la neve cade da quel luogo tanto sacro, poi tu te butti sul cumulone e muovendo come un idiota le braccia e le gambe tipo esercizio di pilates fai... l'angelo! Quest'immagine si trasmette anche nella vita di tutti i giorni!
Torniamo sempre al sacro... "E non c'è pietà, per chi non prega e si convincerà, che non è solo una macchia scura, il cielo..."
Dunque cos'è il Cielo?
E' Dio, immenso, sine orizzonti? O è una creazione di Dio?
Illuminante è questa comparazione con la vita, del dott. Mattia Loy, Il Cielo metafora della Vita (ehe, in questo periodo le metafore della vita sono il mio chiodo fisso :D). Quindi è una gigantesca metafora?
E' un luogo che dovremmo ricominciare "a dipingere [...] dell'amore che vuoi, dell'amicizia che rincorri da sempre", come il mondo di Renato (o meglio, dei suoi Sorcini). E' un mondo che vede troppe cose brutte in parallelo a quelle belle ("Quanta violenza sotto questo cielo, un altro figlio nasce e non lo vuoi..."). E' uno specchio, che riflette la Terra a chi sta lassù.
E per voi? Cos'è il cielo? Scrivetemelo.
A questo punto, non posso che concludere con queste parole...

"A me che basta dirvi... Vi amo!"
Yours, Ivy

venerdì 19 luglio 2013

Barcollo ma non mollo!

Good mornin' Guys! Ormai "International is the way" ahah :D Spero stiate bene e, se state male, che i miei raccontini riescano a risollevarvi l'umore.
Dopo la veloce intrusione di Giuly nel mio Blog, torno a scrivere io. Una piccola storiella... La mia. (tanto per cambiare, no? l_^)


 ♫ In sottofondo, sebbene lui non mi faccia impazzire, ci metterei "Non mollare mai" di Gigi d'Alessio ♪

Certe volte mi sento giù d'umore. Penso: "Ma se c'è crisi, se non troverò lavoro, se la laurea non vale più nulla, che studio a fare? Perché mi massacro sui libri? Perché non rinuncio a questi miei stupidi sogni e non vado all'estero a fare la cameriera? Magari guadagno di più."
Quest'inverno, poi, è stato davvero difficile. Più di una volta ho pensato di mollare. Di andare in un altro liceo, meno impegnativo e grazie al quale avrei trovato lavoro facilmente. Ho pensato che (per citare l'indimenticabile Fornero) fossi stata troppo "Choosy", che mi sarei potuta aprire a lavori più "umili" e meno "cool" rispetto al lavoro di una giornalista o di una scrittrice. Ho pensato anche che il mio blog fosse inutile, che nessuno si ferma veramente a leggerlo, che non scrivo poi così tanto bene, e quando, leggendo un giornale, mi dicevo: "Ma santo cielo! Io a 16 anni sono più brava, questo scrive malissimo" mi sono auto-sgridata dicendomi: "Ma chi credo di essere? La migliore? Sei solo una mocciosa!"
E poi l'altro giorno, in un moto di nostalgia, avevo quasi deciso di tornarmene a casa, perché pensavo: "Qui cosa faccio? Ma chi prendo in giro? A 16 anni pensavo di poter stare senza i miei genitori, di poter fare ciò che fanno le persone a 25, di vivere come un'adulta?"
Ma a Bologna, dopo tutto questo rimuginare, ho capito che non è così. E' vero, c'è crisi, per le aziende, le banche, i negozi, certo. Ma se una persona vuole qualcosa con tutta se stessa, state certi che la otterrà.
Ogni volta che mi succedeva ciò c'era qualcuno che mi risollevava, qualcuno che credeva in me... Che mi diceva che la mia è una grande possibilità, che non mi posso abbattere alla prima difficoltà, e nella mia mente compariva una frase (detta in realtà dai miei compagni quando sono ubriachi, ma che posso adattare alla mia situazione...):
BARCOLLO MA NON MOLLO!
Gente, con la vita c'ho poca esperienza, ma se ho capito una cosa è che bisogna sempre cogliere la palla al balzo... Come m'hanno detto in questi giorni, il treno passa una sola volta! Ed è questa l'esperienza di cui bisogna far tesoro, è questo che ci spedisce avanti come un razzo, verso l'abbattimento della fantomantica crisi! La crisi è nelle menti di noi giovani, che sventoliamo bandiera bianca alla minima difficoltà, che vogliamo avere tutto e subito, che non ci vogliamo rimboccare le maniche e ci appiccichiamo a mamma e papà!
La fatica è il martello, l'obiettivo è come il Muro di Berlino... Noi dobbiamo distruggerlo quel muro!
Quindi, cari miei, ricordatevi di me, pazza piccola sognatrice, quando siete stufi, quando pensate di non arrivare alla fine del vostro cammino, quando credete di aver toccato il fondo, ricordatevi di me, e urlate (magari davanti a un bel bicchiere di Coca-Cola e con qualche amico/a) BARCOLLO MA NON MOLLO! (Non serve essere ubriachi l_^)
Vi voglio bene!
Ivy

P.S: Grazie a Mamma, Papà, Milly & Vittorio, e a tutte le altre persone che mi spronano ad andare avanti... Grazie di cuore!