. . . All you life, you were only waiting for this moment to be Free . . . * Nulla enim culpa est in somnis.

domenica 11 maggio 2014

Mamma e febbre

Ragazzuoli e ragazzuole,
Buonasera... Avete il permesso di odiarmi. Anche se spero che non lo farete.
In questo periodo di assenza ho fatto un sacco di cose...
Innanzitutto ho ricevuto la Cresima (si, lo so, un po' tardi, ma si sa, impegni su impegni e non si trova tempo per nulla!) e sono diventata a mia volta madrina. Perciò un salutone alle mie due commari (volutamente con due emme) Sara e Serena, e alla madrina di quest'ultima, la mia mamma.
Inoltre appena tornata dalle vacanze (un pezzettino delle quali verrà narrato nel mio prossimo post) ho avuto modo di partecipare di nuovo al progetto Raccontare il Festival del Trento Film Festival della montagna: ecco il link del blog che abbiamo realizzato noi ragazzi della Redazione Giovani.
Ed infine, oggi c'è stata una giornata speciale, non solo per me ma per tutte le mamme mondiali: la festa della mamma. Colgo l'occasione per fare (di nuovo!) tantissimi auguri alla mia super mamma, e scriverle un post. Buona festa mammina <3


Rimase a fissare quei numeretti per un po’.
Trentanove.
Cavolo, non ricordava neppure l’ultima volta che aveva avuto la febbre a trentanove. Sarà stato dieci anni fa, pensò.
Poggiò il termometro sul letto, reclinò la testa all’indietro. “Mamma!” urlò, per quanto la voce roca glielo permettesse.
La donna arrivò dieci secondi dopo. “Dimmi.” Si appoggiò allo stipite della porta, gli occhiali in testa e la sigaretta elettronica in mano.
La ragazza le indicò il termometro. “Trentanove…” mormorò.
“TRENTANOVE?” sobbalzò la madre. Le toccò la fronte e guaì: “Ma tu scotti!”
“Ma valà?” rispose lei. Lo sapevo che sarebbe saltata in aria urlando…“Mamma, domani non posso saltare scuola…”
“Sciocchezze Gioia, tu domani stai a casa, e io con te.” Era intenta a marciare celermente verso la cucina. Gioia riusciva quasi a vederla, intenta a trafficare coi medicinali sullo scaffale, e ad esultare in silenzio davanti a quello giusto.
Tornò nella stanza e le diede una compressa di paracetamolo. “Si scioglie in bocca” spiegò.
Gioia la inghiottì con una smorfia. “È disgustosa”
“Ma ti aiuta.”
“Mamma, davvero, devo andare a scuola…”
“Non se ne parla!” Balzò in piedi e le tese il cellulare. “Ora scrivi alle tue amiche che non ci andrai!E dopo ti metti il pigiama e ti stendi sul divano con me! M’è capitata l’unica brontolona sulla faccia della Terra alla quale piace andare a scuola… Cose da pazzi!” Uscì borbottando.
Sbuffando, Gioia eseguì.

Mezz’ora dopo entrò nel salotto. La mamma stava guardando le ultime notifiche sullo smartphone, ma appena la vide lo posò e si tolse gli occhiali. Aprì le braccia. “Vieni qui, malatuccia…”
Gioia si tuffò nel suo morbido abbraccio, le membra flaccide e doloranti riscaldate dal suo calore materno.
“Rimisurati la febbre” le disse.
“Mamma, l’ho misurata mezz’ora fa!”
“Ma poi hai preso la pastiglia…”
“No, mi rifiuto.” Sciolse l’abbraccio e mise il broncio a braccia conserte.
“Va bene, torna qui.” E si avvilupparono di nuovo. La madre iniziò a carezzarle i capelli con delicatezza, guardando le ultime notizie al Tg.
“È da un po’ che non stiamo così…”
“Così come?” chiese lei.
“Sul divano, rilassate, senza cellulari o amici o compiti in mezzo…  Mi piace. Anzi, lo adoro.”
“Sai, per apprezzare veramente una cosa bisogna vivere con la necessità costante di averla vicino… Se l’avessimo sempre con noi non ne avremmo bisogno, e ci abitueremmo alla sua presenza tanto da trascurarla.”
“Filosofa, taci che non sento il notiziario!”
Gioia le lanciò un cuscino, mugolando per lo sforzo. La donna ribatté sulla coscia, e ne uscì una lotta all’ultima piuma, che ovviamente vinse quella ancora sana.
“Spero… Che tu… Abbia capito… Che non… Mi devi… Sfidare!” trionfò lei.
La malaticcia rise, tossendo.
Si riaccoccolarono. Gioia sbadigliò.
“Dormi, piccola.”

Qualche ora più tardi si ridestò. La gola le faceva ancora male, ma almeno sentiva caldo. La febbre stava scendendo.
La madre, accortasi che la figlia era sveglia, le carezzò i capelli. “Ben svegliata.” Le baciò la fronte, mentre quella si stiracchiava. “Scotti di meno, mi sembra… Misuratela.”
Da figlia modello, lei obbedì subito.
Trentotto e quattro… “Trentasei!”
“See, certo, e io sono Marylin Monroe! Molla qui!”
Le prese il termometro e lesse il numero. La guardò socchiudendo gli occhi. “Mi volevi prendere in giro?”
“Nooo…” replicò lei.
L’appoggiò sul divano, alzandosi, e andò al bagno. Gioia s’appropriò del telecomando, e mise su un canale di musica. Ma la testa le faceva male, e dovette chiudere. Che odio.
La madre tornò con una bacinella e una pezza. “Stenditi” ordinò.
Gioia eseguì. La donna bagnò lo strofinaccio e glielo pose sulla fronte. “Hai mal di testa?”
“Un po’…” ammise lei.
Dopo qualche secondo rinfrescò la pezza.  Poi le diede un’altra compressa, erano passate quattro ore. E ancora acqua. E ancora e ancora, fino a che non si riscaldò.
“Prendo altra acqua?”
“No, Mamy, grazie… Basta così.” S’alzò a fatica e le scoccò un bacio sulla guancia.
Lei andò in bagno e svuotò la bacinella. Tornando, la rivide addormentata: le alzò delicatamente la testa, la posò sulle sue ginocchia e si sedette, facendo zapping con una mano e accarezzando la figlia con l’altra.

Un sorriso le illuminò le labbra. “Trentacinque e nove!”
Gioia fissava il termometro, non riuscendo a credere di essere guarita così in fretta. “Posso andare a scuola domani!”
“Tzk! Dovrai passare sul mio cadavere!”
Tratto da una storia vera.
Fissò la madre mettendo il broncio. “Ma non ho febbre!”
“Ma l’hai avuta” precisò.
La ragazza sbuffò. Cuore di mamma…
“Va bene… Ma stai anche tu con me!”
E con un abbraccio chiusero la questione.
Non vedo l'ora di riavere la febbre.


...Io no! Mammina, ti coccolo anche da sana giuro!
Auguri a tutte le mamme!

Ivy

giovedì 1 maggio 2014

Due Anni di Fairy Tales

EEEEE 3, 2, 1 ....

AUGURI FAIRY TALES!

Due anni assieme impagabili, grazie di cuore a tutti!
(Si, sono mancata per un mese, ma spiegherò tutto nel mio prossimo post)

Un po' di numeri:

- 7463: le visualizzazioni finora (h. 9:45) :O :O :O
- 94: i post pubblicati in questi due anni
- 39: i post dall'ultimo conteggio
- 12: i lettori fissi (tolti i miei account)
- 1: la pagina Facebook
- 2: i nomi diversi del blog, con errori grammaticali e non
- 137: i vostri commenti finora
- (sempre) ∞ : i miei ringraziamenti, baci, abbracci, strette di mano, pacche sulla schiena...

GRAZIE DI CUORE!!!!

Vostra, per altri e altri anni,
Ivy 


domenica 30 marzo 2014

Sfida indiretta: sdolcinatezze

Buonasera cari lettori! Già cenato? Fame?
Rispondo alla sfida/richiesta di Anna... Sdolcinato, ed ispirato al film! Meglio non so se potrei fare... (Forse si, ma per ora accontentati darling)
Buona lettura!


Erano passati dieci mesi dalla maturità, sette dal primo giorno da universitarie, tutti piovosi o comunque nuvolosi.
Ma in quel giorno fortunato, il sole era tornato, dopo settimane di assenza. Anna se lo stava godendo, stesa su una panchina nel parco vicino alla sua vecchia scuola. Per terra, accanto a lei, l’amica Ilaria guardava Facebook e l’aggiornava sugli eventi della giornata.
“Hai sentito? Elena e Giovanni si sono lasciati!”
“Amen, non mi sembravano fatti l’uno per l’altra…”
“Dai, erano carini… E invece Leonardo s’è messo con quella della E!”
“Chi?”
“Chiara Nonmiricordocosa…”
“Ah, si, ho capito! Beh era ora, gli andava dietro dalla maturità.”
“In più hanno messo in riformatorio Matteo… Troppa roba girava attorno a lui, strano che lo abbiano preso così tardi.”
“Mi spiace per i suoi, sono brava gente, non se lo meritano.”
Un bimbo fece rotolare la palla verso di loro. Ilaria gliela rilanciò; il bimbo trillò un grazie, le diede un bacino e tornò dagli amichetti.
“Hai rimorchiato” commentò Anna.
“E non è nemmeno niente male… Io dico che alla sua età è molto più maturo dei nostri coetanei.”
Rimasero in silenzio.
“Illa…”
“Dimmi tesoro.”
“Ho conosciuto una persona.”
Ilaria si girò di scatto, col rischio di farla cadere. Alzò i Ray-Ban sulla testa e guardò l’amica con occhi strabuzzati.
“Com’è messo a muscoli?”
Anna le tirò un buffetto sul braccio. “È una cosa seria stupida!”
“Già seria? Allora mi dovevi dire ‘Mi sono messa a tua insaputa con uno’, non ‘Ho conosciuto una persona’!”
“Ma non ci sto assieme… Però siamo usciti.”
Lo sguardo di Ilaria s’addolcì. Si sedette sulla panchina, poggiando la testa di Anna sulle sue ginocchia, e le carezzò i capelli. “Racconta, baby.”
“È venuto due giorni fa al locale… Quello dove mi hanno assunta giovedì scorso come ballerina di coda.” Ilaria arricciò le labbra. Non approvava, ma non interruppe l’amica. “Era al bancone, e quando sono scesa m’ha offerto da bere. Io ho rifiutato, sai che non reggo bene l’alcol… Allora mi ha detto che mi avrebbe portata a cena fuori. Ho rifiutato anche quello, mi si era appena parato davanti! Non sapevo nemmeno il suo nome… Perciò ha ordinato una Cola per me, un bicchiere di vino per lui e ci siamo seduti su un divanetto. Mi ha detto di essere uno studente di Giurisprudenza, che si laureerà  tra un mese e che mi osserva da qualche sera, quando ho portato la torta durante l’addio al celibato di un suo amico. Io sono stata pressoché in silenzio per tutto il tempo, non sapevo cosa dire… E alla fine ho accettato una cena per il giorno dopo.”
Ilaria frenò la mano. “Mi stai dicendo che ci sei uscita assieme non una ma ben DUE volte senza dirmelo?”
Anna arrossì. “Pensavo che sarei riuscita a non pensarci, e che il giorno seguente avrei declinato l’invito senza cerimonie…” Stavolta fu Ilaria a dare un buffetto ad Anna. “…E invece ci pensai tutta la notte, e il giorno seguente, e sul palco rischiai una slogatura  mentre lo cercavo tra la folla. E quando scesi era lì, appoggiato al bancone, con in mano un bicchiere, e mi fissava… Non mi sono sentita mai tanto bella. È strano, è una bella sensazione!” Rise. “Sono andata a vestirmi, hai presente quel vestitino corallo, quello con la scollatura a cuore che abbiamo comprato assieme… Ecco ho messo quello, e un paio di sandali col tacco trasparenti, e mi ha portata al ristorante qui dietro, e abbiamo riso, quanto ho riso! E gli ho raccontato qualcosa di me, gli ho parlato anche di te sai? E mi ha fatto provare il suo piatto, una bistecca squisita, e ammetto di aver bevuto un bicchierino di vino, ma non tanto giuro, e poi…”
Ilaria attese. Anna si rabbuiò.
“Mi ha riaccompagnata a casa. Finito tutto. Illa, non mi aspettavo una proposta di matrimonio, ma almeno un bacio? Era chiedere  troppo?”
Ilaria sospirò. “An, tu gli hai detto di no la prima sera perché non vi conoscevate… Come puoi pretendere un bacio la seconda? Ci andrà coi piedi di piombo, vedrai.”
Anna si diede una botta in fronte. “Che stupida! Al solito, combino guai…”
Ilaria la fece alzare, poi s’alzò a sua volta. “Su stupidonzola, andiamo a prenderci un gelato! Oggi ti accompagno io al locale, così mi mostri l’uomo del mistero…”

Le luci si spensero, solo una luce calda proveniente dal palco illuminava la sala gremita di persone. Anna respirò a fondo, sentiva l’adrenalina entrare in circolo, percepiva la musica che le cresceva dentro, e tra poco sarebbe esplosa nell’aria. Ilaria era in prima fila, pronta a vedere se l’uomo misterioso si sarebbe presentato o meno, e questo la tranquillizzò. Quando la musica partì, sorrise.
La canzone ideale, perfetta per il luogo e il momento che stava vivendo.
Bound to you di Christina Aguilera scivolò via dall’impianto stereo come se fosse olio, e Anna l’avvolgeva a sé danzando, in perfetta – o quasi – sincronia con le sue colleghe. Volteggiavano in quello squarcio di buio, e vedendole sembrava che i loro cuori stessero per uscire dal petto e raggiungere la platea.
Ilaria si commosse, ma ovviamente non lo diede a vedere. Forse ho capito perché ha accettato questo lavoro, pensò, è perfetta.
La canzone cresceva e cresceva, e Anna, commossa come l’amica, si ritrovò a cantarla, tra una giravolta ed un salto.
Suddenly the moment’s here / I embrace my fears / All that I have been carrying all these years / Do I risk it all/ Come this far just to fall, fall / Oh, I can trust / And boy, I believe in us / I am terrified to love for the first time
*Improvvisamente il momento è qui / Raccolgo i miei timori / Tutto ciò che ho portato avanti in tutti questi anni / Posso rischiare tutto / Sono arrivata a questo punto solo per cadere, cadere / Oh, mi posso fidare / E ragazzo, io credo in noi / Sono terrorizzata dall’amare per la prima volta*
Ilaria s’accorse che un uomo alquanto simile alla descrizione di Anna s’era poggiato al bancone.
Complimenti a mamma… E brava la mia Annina, ha rimorchiato bene!, pensò.
Si avvicinò. “Mi scusi, lei è Davide?”
“Si?” rispose lui brusco. La guardò per un fugace momento, poi si rigirò verso il palco.
“Sono Ilaria, l’amica di Anna.”
“Ah, mi scusi, piacere.” Le strinse la mano. Presa salda, ottimo… Questo protegge alla grande! “Mi dica.”
“Ecco, si dia il caso che Anna m’abbia parlato di lei… Non ho la benché minima intenzione di dirle in che termini, ma le do due consigli. Primo, stia molto attento o se la vedrà con me… Un tacco 12 nell’occhio fa molto male.” Lui alzò un sopracciglio, ma non commentò. “Secondo… Non se la faccia scappare. È il meglio che le possa capitare.”
Davide sorrise. “Non lo dimenticherò. Piacere di averla conosciuta.”
“Il piacere non è tanto mio, quanto di quell’angelo che sta ballando sopra di noi. Me la saluti.”
Fatto ciò, andò a sedersi lontano dal palco e dal bancone, ma abbastanza vicina per osservare i due senza essere vista.
Anna nel frattempo era all’apice della sua performance, fece un ultimo, incredibile salto, dunque atterrò. Come il cigno morente, si raggomitolò sul palco. Attese qualche interminabile secondo, scandito dalle gocce di sudore che cadevano dalla sua fronte sul parquet corroso dal tempo, poi s’alzò. Uno scroscio di applausi si riversò su di lei, assieme a qualche rosa e ad un peluche a forma di panda per un’altra ballerina. Fece un inchinò e s’avviò verso il bancone. Lui era lì. Di Ilaria nemmeno l’ombra.
Le farfalle che, ormai era certa, alloggiavano abusivamente nel suo stomaco, iniziarono ad imitare la danza che aveva fatto lei poco prima. Scese le scalette con gambe tremanti, infine con un filo di voce disse solo: “Davide…”
Lui, senza tanti preamboli, con le lacrime agli occhi, la baciò.

Ilaria, dalla sua postazione, sorrise. Il suo lavoro era compiuto. Le scrisse un messaggio, certa che l’avrebbe letto molto tardi: Ti meriti un bel po’ di felicità baby, e lui mi sa che può dartela…
Poi se ne andò, lasciandoli a baciarsi nella penombra, stretti l’un l’altra come una cosa sola.


Spero vi sia piaciuto... Di certo mi metterei anche io a ballare per risultati simili!
Bacioni!
La vostra Ivy

P.S: ricordo che le due sfide - con parola o con immagine - delle quali il regolamento è sulla destra dello schermo sono ancora valide! Proponete!!!

martedì 25 marzo 2014

Deliri vari

Buongiorno cari lettori!
Come va? Io così così, dopo un'appassionante collaborazione con la scuola e col FAI - andate a vedere i siti dedicati al bimillenario della morte di Augusto, ovunque voi siate! - e il temuto ritorno della tendinite (o qualunque cosa sia che mi blocca la mano destra per il troppo utilizzo della suddetta - lo so, fa ridere... A me no) vi scrivo con due dita come i nonnetti alle prese col tablet per la prima volta.
E non ditemi che voi non ridete vedendo come s'approcciano alla tecnologia!
Piazzando un neonato davanti ad uno specchio si ottengono risultati meno esilaranti...
Ovviamente non lo dico con cattiveria, anzi. Darei oro per rivedere la mia nonnina diventare simile al maestro Yoda quando, vedendo un video sul PC in ospedale, si mise le cuffiette in orizzontale... Non so se rendo bene l'idea, anziché rivolgere le "astine" verso il basso le aveva messe verso l'alto... E vi giuro, ho provato a sistemarle! Ma mi rispose "Ehi, così non sento!", e rimettendole come prima rideva e parlava ad alta voce, non consapevole del fatto che noi non potessimo sentire i dialoghi. O forse del suo tono di voce.
Fatto sta che, a parte rare eccezioni, è davvero uno spasso vedere certe scene. Non so se v'è mai capitato - e non parlo solo di 'nonnetti' ora - di vedere qualche genio con in mano uno smartphone ma senza occhiali... Lo allontana facendo finta di nulla, strizza gli occhi come se ci fosse fumo attorno a lui, muove il collo avanti e indietro, simile ad un tacchino, e poi avvicina allo schermo l'indice. L'indice! Credo si capisca l'età del proprietario di uno smartphone da come lo impugna: se usa i pollici è relativamente giovane (e tendente a tunnel carpale in futuro), se usa l'indice maggico, ovvero quello della mano destra, tenendo il cellulare sul palmo della sinistra, relativamente vecchio, o almeno così è tecnologicamente parlando.
Dicevo, avvicina l'indice maggico, volutamente con due g per porre enfasi sul suo ruolo, e lo fa scorrere sul touchpad attento come se stesse infilando il filo nella cruna dell'ago. Si capisce la reazione dello schermo al tocco in base a quante rughe si formeranno tra le sopracciglia del suo proprietario: perché ci vuole concentrazione anche per leggere i risultati della domenica sportiva.
Come al solito ho divagato... sono logorroica. O meglio, vale per chi scrive troppo? Come si dirà? Lo cerco su Google e torno...

Ho trovato "grafomane". Wao, mi piace.
Vi esorto ufficialmente ad aver paura non solo a parlarmi, ma anche a scrivermi... OK no, continuate a commentare, non mi fa altro che piacere. Anche se ammetto che ho numerosi problemi con la posta ultimamente, quindi se rispondo in ritardo è per quello. E, sottinteso ma non sottinteso, invito chi non l'ha ancora fatto a farlo... Adoro sapere cosa ne pensate del mio mondo!

Rileggendo mi rendo conto che questo post è a metà tra una presa in giro e un commento sotto ad una fan fiction - detto fra noi, odio quei commenti. Non so perché, mi piace leggere cosa pensano i miei "colleghi" quando scrivono, ma trovo fuori luogo mettere le sensazioni dopo il testo. È uno stacco fastidioso... Piuttosto mettete una premessa, un altro capitolo, o finite tutta la parodia e poi commentatela.
Sono troppo polemica oggi?
Va bene, pubblico sta roba solo perché ci ho passato su del tempo, e odio sprecare il mio tempo. Se non v'interessa ciò che penso... Stavolta vi capisco.

Detto ciò - che equivale a nulla in effetti - vi lascio ad un racconto, sperando di non avervi già tediati abbastanza da farvene passare la voglia...
Ah, dimenticavo: purtroppo nel giorno stabilito internazionalmente ero impossibilitata a scrivere, perciò TANTI AUGURI PAPÀ DI TUTTO IL MONDO! (Al mio in particolare... Ti voglio bene papone, hai la figlia migliore del mondo! OK sto sclerando.) Tutti i giorni dovrebbero essere dedicati a voi...
Orsù iniziamo!

In una mattinata leggera, incorniciata da soffici nuvole troppo deboli per oscurare il sole, Federica stava correndo su e giù per il parco. Era la terza volta che percorreva quella strada, ma non aveva molte alternative: o quello, o l'asfalto.
Christina Aguilera le riversava nelle orecchie tutta la sua rabbia, così come lei la buttava sui ciottoli per terra, correndo sempre più decisa, il volume dell'iPod al massimo per non sentire i rantoli di fatica.
Il sudore già le bagnava la maglietta, ma non aveva la benché minima intenzione di fermarsi. Tuttavia, quando le occhiate di apprezzamento di un uomo seduto su una panchina lì vicino diventarono troppo audaci, decise di iniziare a cambiare strada.
Malgrado fosse solo marzo, i ciliegi erano già completamente in fiore. Petali candidi e rosati contrastavano sul suo capo col cielo azzurro e con le cime ancora innevate dei monti. Ai lati del vialetto spuntavano i primi timidi fiorellini blu e indaco sul prato poco curato; le collinette offrivano qua e là un po' di frescura. Era davvero una bella giornata... Solo all'esterno, sbuffò tra sé e sé. La musica cambiò: Mika, We are young. Perfetta per rallentare.
Camminò per un po', respirando regolarmente, sgranchendosi le braccia e saltellando per rilassare i muscoli. All'improvviso qualche goccia cadde dal cielo: "E per fortuna che 'il sole splenderà tutta la settimana'!", imprecò, ripensando alle parole del meteorologo correndo sotto la pioggia già fitta. S'infilò nel primo negozio che trovò.
Era fradicia dalla testa ai piedi, mutande comprese. Ma la sua preoccupazione era rivolta all'iPod, che non sembrava dare segni di vita. "Cavolo!" gridò.
"Vuole una mano signorina?" Una vecchina in calze a rete alzò gli occhi da un'iPad fucsia. Era letteralmente coricata sul bancone del bar.
"Avrebbe... Un asciugamano... Per favore?"
Lei mi squadrò. "In effetti è bagnata. No, ho solo carta da cucina... Tenga".
Tornò a masticare la sua chewing gum, i tacchi che risuonavano sul parquet. Che tipa.
Federica iniziò ad asciugarsi approssimativamente con la carta. La vecchia nel frattempo se la rideva sotto ai baffi, gli occhialetti sul naso che balzavano coi suoi singhiozzi.
Ringraziando il cielo finì subito di piovere. Federica borbottò un "Arrivederci" ed uscì, mentre un ragazzo - niente male, ma capitato nel momento sbagliato - entrava.
"Mi scusi..." la fermò.
"Che c'è!" Sbottò lei irritata. Il ragazzo si tinse di rosso.
"Ahem... Lei... Ha della carta che le esce dai pantaloni!"
Tremendamente imbarazzata, Federica la tolse e corse via. L'aveva detto che era una brutta giornata!

Scusate, oggi sembro drogata. Giuro che è tutto naturale.

Ciao Anna, so che stai leggendo, o almeno spero... Se commenti non mordo sai!
Alla prossima!
Ivy

domenica 16 marzo 2014

Le scarpe fluo

Buonasera siori e siore!
Spero abbiate voglia di ridere perché io ne avevo parecchia... e allora Divertiamoci!

Christianne stava navigando su Hoopps.it come tutte le sere. Cercava un paio di scarpe perfette per la serata del giorno seguente, un paio di scarpe che sarebbero rimaste nella storia. Dovevano rimanere: l'indomani ci sarebbe stata la premiazione per le scarpe dell'anno, ed era riuscita ad aggiudicarsi tre premi di seguito. Un altro e sarebbe rimasta nella storia.
Mangiucchiandosi le unghie abbassava il dito sul touchpad, distesa sulla pancia, i piedini curati che andavano a destra e a sinistra. Improvvisamente lanciò un urletto degno dell'arrivo del fattorino di Zalando.
- Che è successo? Christianne stai bene? - Adèle, la sua coinquilina, corse trafelata nella camera dell'amica.
- Adèle le ho trovate! Sono perfette! -
Ormai rassegnata alla natura particolarmente espansiva di Christianne, Adèle si sedette accanto a lei sul copriletto rosso fuoco. - Fammi vedere... -
- Dimmi, non sono un ammmore? - Pose parecchia enfasi sulle emme, per sottolinearne il livello amoroso.
- Mmm, beh, di certo non passeranno inosservate. -
Le scarpe in questione erano un paio di décolleté giallo fluo, brillanti anche al buio. La marca si vantava di dare in dotazione persino la scatolo Glow in the dark.
Anche il prezzo, incredibilmente alto, prometteva di essere visibile anche al buio.
- Christianne - le fece notare Adèle, - tu non hai tutti questi soldi! -
- Ho già scritto una mail alla Hoopps... Ho diritto ad un mutuo! -
Adèle scosse la testa, andandosene.

La mattina del giorno dopo qualcuno suonò alla porta.
- Vado io! - urlò Christianne. Dalla stanza adiacente nessuna risposta, dopo una notte passata a lavorare Adèle se la prendeva comoda.
Christianne si guardò allo specchio con un gemito. Stava schiacciandosi un po' di brufoli, e il cerchiello che le teneva indietro i capelli faceva perfettamente pendant con la maglietta sformata extralarge.
Troppo tardi per rimediare.
Aprì la porta con una faccia da funerale, che si tramutò in un sorriso sfavillante appena visto il visitatore inaspettato.
Il fattorino della Hoopps.it era l'ideale divinità greca di Christianne. Alto, bruno, occhi chiari, fisico scolpito, sorriso migliore di Channing Tatum - che considerava il non plus ultra. Si tolse rapidamente il cerchiello e si ravvivò la frangia.
- Salve! Sarà stanco, vuole un caffè? Entri pure! -
- Veramente, signorina... - lesse la targhetta sul campanello. - Hompton... -
- No, io sono Cullighan, Hompton è la mia coinquilina. -
- Mi scusi... -
- Nessun problema. -
- Dicevo, signorina Cullighan, che sfortunatamente ho molto lavoro da fare, e mi trovo costretto a declinare l'invito. Ora, se può fare una firma qui... -
Per la prima volta in vita sua, Christianne firmò col suo nome completo - due nomi e tre cognomi, senza staccare mai gli occhi dal giovane, ora visibilmente a disagio.
- Ecco a lei. Scusi, è fidanzato? -
Lui arrossì. - No... -
- Bene, mi darebbe il suo numero? - "Se ci fosse Adèle mi ucciderebbe", pensò.
- Ahem... È sulla... È sulla scatola... Sa, in caso la merce vada sostituita... -
- Bene, allora un giorno di questi la chiamo per un caffè! Buona serata! -
E gli chiuse la porta in faccia.

La sera, Christianne, intenta a spolverare di borotalco il tubino nero per entrarci, non era riuscita a dimenticare il bel fustacchione della Hoopps, tanto che mise troppa polvere bianca e dovette toglierla col cucchiaino.
Mise un cinturone giallo fluo attorno alla vita e grandi orecchini dello stesso colore, una fascia nera sui capelli e brillantini sulle ciglia. Mancavano solo le scarpe.
Che non ricordava dove fossero.
Imprecando, abbassò la serranda, attenta a non rompersi le unghie impeccabili. Spense la luce e si girò verso la montagna di roba sul pavimento della camera.
Adèle la raggiunse e accese la luce. - Che stai facendo? -
- Spegni! - ringhiò lei, inginocchiata sul pavimento, circondata da vestiti di ogni sorta e scatole simili. - Sto cercando le scarpe! -
Adèle alzò gli occhi al cielo. - Nemmeno quando è l'unica cosa illuminata nella stanza trovi ciò che cerchi! Genio, sono sulla sedia. -
Christianne si girò verso l'altra parte della stanza. - Ah, giusto. Grazie. -
S'alzò e prese la scatola tra le mani. Davanti a lei troneggiava il numero del ragazzo. - Sai che ti dico? Io lo chiamo. -

Gordon entrò nel locale sovraffollato senza sapere nemmeno perché fosse lì. La ragazza stramba di quella mattina l'aveva chiamato e lui era andato. Il perché rimaneva un mistero anche per lui.
O almeno tale rimase fino a che la ragazza stramba non comparve davanti ai suoi occhi sotto forma di cigno.
Le scarpe fluo la facevano risaltare su tutti, ma si sarebbe notata comunque.
- Ciao! Non mi sono nemmeno presentata, non ufficialmente almeno. Sono Christianne. -
- Gordon. - Si strinsero la mano. - Come mai qui? -
- Per la gara di "MisScarpa"... Sono campionessa in carica, e vorrei continuare a rimanere tale! -
- A proposito... Quelle scarpe, io... -
Proprio in quel momento l'altoparlante gracchiò. - Christianne salga sul palco! -
- Oh, devo andare! Torno subito, fammi l'in bocca al lupo! -
Gordon la trattenne per un braccio. - Aspetta, Christianne... Io... -
Lei s'alzò sulle punte e lo baciò. - Anche tu mi piaci tanto. -
E lo lasciò come un pesce rosso.

Christianne salì sul palco, convinta di avere la vittoria in tasca. Tutti avevano apprezzato le sue scarpe, e aveva anche ricevuto un bacio da quel gran pezzo di figo di George. O si chiamava Garth? Boh.
- Allora signori e signore, c'è stato un ex-aequo! -
Il mondo si fermò. Si congelò. Si sgretolò.
- Eh sì! Perché la nostra Chris quest'anno ha comprato, per sfiga o per caso, le stesse scarpe di un'altra ragazza! Un applauso per... -
Lì, dopo aver fulminato con lo sguardo il povero Gulliver, che si sbracciava per stile che aveva consegnato due paia di scarpe uguali quel mattino, Christianne svenne.

I due non si rividero mai più. Ma Christianne portò sempre un tirapugni nella borsetta, in caso l'avesse rivisto.

Povero Gordon! Commenti? Buonanotte!
Ivy :*