. . . All you life, you were only waiting for this moment to be Free . . . * Nulla enim culpa est in somnis.

mercoledì 8 ottobre 2014

Icaro

Buon giorno cari lettori!
Si, è quasi mezzanotte, lo so... ma la vita INIZIA ORA!
La smetto. Scusate.
Primo post di ottobre: iniziamo strong!
Besos :*

Colpire, incanalare, colpire.
Respiro. Incanalare. Colpire.
Più forte di prima.
Aida affrontava così la realtà. Colpo dopo colpo. Mischiando lacrime e sudore, dolore e fatica.
Colpiva finché le bende sui palmi non diventavano porpora, la fatica non usciva da ogni poro, le gambe non si spezzavano al suono della sua violenza, irriconoscibile.
Quella volta, peggio delle altre.
La memoria la stava ingannando. Di nuovo. Ricordava quanto era stato vano ogni tentativo di riscatto, come la vita chiedeva sempre il suo tornaconto, diventando strozzina di se stessa.
Un ricordo. Un sorriso.
Quella volta, era toccato ad un sorriso particolarmente bello l'arduo compito di sconfiggere la fortuna.
Un sorriso a braccetto con occhi magnetici, lineamenti decisi e chioma indomita, come il carattere del proprietario. E la sua attitudine al mentire, al tradire, al cercare il proprio guadagno, sosia indiscusso della stessa stronzissima vita. Forse un po' anche di lei.
Colpo. Respiro.
Denti digrignati che risuonano nella sala, vuota.
A terra ancora i cocci dello specchio, rotto... quanto tempo prima? Non sapeva dirlo con certezza. Di certo non era volato, anzi: ogni secondo bruciava di più, ogni minuto affondava la sua brama di sangue nel suo cuore. Povera Aida, impotente tentava di combattere quel cesaricidio; il suo cuore, o quello che ne rimaneva, aveva preso il controllo della mente. Al contrario dell'immaginario collettivo, il cuore è malvagio, la mente è impotente. È la memoria del cuore che frega, non la memoria oggettiva.
Un altro ricordo. Un attimo, un flash. Icaro.
Lui volò in alto, tanto in alto da precipitare. Peccato non fosse donna, si sarebbe immedesimata meglio nel ruolo...
Era sicura di esserne la reincarnazione ultimamente. Anzi, non solo negli ultimi tempi: solo allora ne aveva constatato la consapevolezza, aveva testato in modo oggettivo la cosa. Ma l'aveva sempre saputo.
L'ennesimo colpo le risuonò dentro, le sue mani suonavano il sacco fino alle lacrime.
La verità, semmai essa fosse mai esistita, era che Aida teneva troppo alle cose, alle persone, alla vita. Quasi come se per questo l'animo volesse punirla... Ahi! Ti sei avvicinata alla felicità, torna indietro!
L'ennesimo sorriso irruppe nei suoi pensieri. Prepotente anche nelle menti altrui.
Un sorriso famelico. Simile a quello di lui? No. Peggio. Era la consapevolezza, di nuovo. A volte ritornano.
Ma una nuova consapevolezza, più legata al concetto generale dell'esistenza.
La vera ipocrisia non è esterna, ma interna.
Lei era ipocrita nei confronti di se stessa: ipocrita nel dirsi che non era vero, che poteva migliorare, ipocrita con gli altri sorridendo alla vita e ingoiando il boccone amaro esclamando "e Vabbè!".
Così erano ipocriti anche i suoi parenti, che sorridevano solo quando serviva loro per qualcosa, e gli "amici", anch'essi ipocriti, già, altrimenti non li avrebbe ricordati come tali, e non avrebbe posto le virgolette al loro nome. Tutti convinti di essere un gradino più avanti rispetto a lei, con più esperienza, o più carisma. Sempre qualcosa in più.
Lei era l'eterna seconda.
Poteva fare qualunque cosa per tentare di migliorare, ma seconda era e seconda sarebbe rimasta.
Bugiarda. Ipocrita. Di nuovo.
Tirò un altro pugno. Peggiore dei precedenti, squarciò il bendaggio rudimentale sul suo polso e fece andare a sbattere il sacco contro il muro, lasciando un buco.
In quel momento un uomo muscoloso entrò nella saletta angusta. Chiuse la porta, incrociò le braccia.
- Ti dovresti medicare. -
Lei lo ignorò. Tirò un calcio,  creò un'altra crepa.
- Mi stai distruggendo la palestra. -
- Te la ripago. - Le uscì qualcosa a metà tra un grugnito ed un gemito soffocato; di certo non riconobbe la sua voce.
Lui le aveva tolto anche quella?
A forza, con l'ipocrisia, la menzogna. Elementi sempre presento nella sua vita - probabilmente era lei a coltivarli, ecco perché tanta cattiveria. Forse avrebbe dovuto fare l'attrice... Ipocrita era ipocrita.
Il tradimento? Questa era la sua giusta punizione? Amore malato? Definizione simile ad una bestemmia, tanto le risuonava forte nei timpani.
Anzi, marcio. Come lei e le sue bugie.
Quel pensiero scatenò il mostro che tentava di reprimere da tutto il pomeriggio. In un raptus racchiuse tutta l'energia che riusciva a raccogliere e colpì il sacco. Questo, già vecchio e malandato, si staccò dal soffitto e irruppe nel pavimento scheggiato da anni di sudore.
- Merda. Te lo ripago. -
- Lo hai già detto... -
Si finse noncurante. Si legò i capelli e andò al tapis roulant, attivandolo al massimo della velocità e impostandolo sulla pendenza del Monte Bianco. Un suicidio in condizioni normali, ma lei non era normale. Non più almeno.
Era un'ameba di quello che era stata.
Aveva puntato in alto, simile ad Icaro. Ci aveva provato. Sempre.
Aida, la migliore. In qualcosa, qualunque cosa, che non fosse la stupidità. Utopia a quanto pare.
Aveva studiato per un 100 e lode, ottenendo un 88.
Aveva lavorato per avere quella promozione, e invece l'aveva avuta la segretaria che andava a letto col capo.  (Anche se ci fosse andata lei, non l'avrebbe ottenuta: avrebbe avuto davanti a sé la moglie.)
S'era fatta in quattro per far sopravvivere la sua relazione, e ne aveva ottenuto solo il suo totale annullamento ed abbandono.
Ed in quel momento tentava di fare il tapis roulant al massimo, col risultato che se non fosse arrivato Fabrizio ad toglierle la sicura sarebbe inciampata su se stessa e sarebbe ruzzolata giù.
- Basta. A questo ci tengo. - Tentava d'ironizzare, con sguardo serio.
- A me no? - scherzò Aida.
Gay da generazioni. Ovvio, era l'uomo ideale. Era una forma d'ipocrisia anche quella?
- Smettila. -
Aida lo ignorò. Scese dalla macchinetta infernale e andò a raccogliere la maglia. Le scivolò dalla tasca il cellulare - inutile dirlo, di seconda categoria, che ironia il destino! - e vide la loro foto. Non aveva avuto tempo di toglierla.
- Mi devo comprare un nuovo cellulare. -
Lo scagliò contro lo specchio  ancora integro. Andò in frantumi.
- Inviami il conto a casa. -
Fabrizio la chiamò. Non si voltò.
Non aveva meta. Senza cellulare,  più svestita che coperta, grondante di sudore. Aveva anche i crampi allo stomaco - non sapeva nemmeno uscire con stile, barcollava.
Icaro era precipitato, bruciato dal sole.
La gente iniziò a guardarla male. All'inizio pensava fosse colpa del top striminzito che sembrava un reggiseno, o forse delle sneaker giallo fluo. Solo quando però le guardò, e vide la macchia scarlatta, si ricordò della mano sanguinante e impallidì. La fissò come se si fosse dimenticata anche di aver sempre avuto un arto nella parte destra del corpo. Provò a muoverla, represse un grido. Faceva male.
Proprio come le sue bugie. Fino a che non le guardi non le noti. È quando le scopri che bruciano.
Il sole.
- Signorina - la scrollò un vecchietto sprezzante del pericolo. Aida si guardò attorno: tutti i presenti la stavano fissando.
Lei sbarrò gli occhi, fece un passo indietro. - Io... -
Corse via. Di nuovo, stavolta più consapevole di tutto. Illuminata come il filosofo della grotta platonica. Bagnata dal sole come la canzone di Noemi.
Senza nemmeno volerlo si ritrovò davanti alla casa che aveva ospitato quella specie di amore malsano per troppo tempo,
Le chiavi. Il maglioncino. La mano sana. Grazie al cielo.
Come un'automa aprì il portone. Gettò a terra chiavi e maglione. Atterrarono accanto alle prime gocce di sangue, sul pavimento. Doveva medicarsi.
No. Prima doveva chiudere il cerchio, lasciare un addio a Dedalo prima di perire. D'illuminarsi d'immenso.
L'indomani lui sarebbe passato a prendere le sue cose. Gli avrebbe lasciato un ricordino.
Prese il quadro che le aveva dipinto e lo ruppe sulla sedia che aveva rivestito. Strappò le foto che aveva scattato, le altre le gettò nel camino che aveva pulito maniacalmente. Stracciò tutte le carte che le aveva stampato su come rimanere a dieta, distrusse la tazza che le aveva rinfacciato per tre anni perché troppo "da bambini". Bell'adulto lui.
Gettò i vestiti che le aveva criticato sul terreno, li schiacciò coi libri che le aveva letto ad alta voce "per cultura". Roba pallosa.
Suppellettili, libri, DVD, vestiti, memorie, ricordi, troppe cose sue, dovevano essere rimosse per poter sopravvivere.
Icaro avrebbe inforcato gli occhiali da sole stavolta.
Infine prese il suo cuore. Lo portò sul letto. Lì si sentì mancare.
Svenne.
Icaro volava via.

Dubbi?  Sulla mia sanità mentale ovvio!
Scherzi a parte, vi è piaciuto? Attendo commenti :*
Vestra, Ivy

lunedì 29 settembre 2014

Mi scappa un'idea: il Valore delle cose

Cari i miei signori, buonasssera!

Come va? Spero stiate bene. Mi piace immaginarvi mentre leggete la posta, sul divano con lo smartphone in mano e gli occhiali sul naso, e ops!, compare la mail di Blogger che v'annuncia che la vostra CARISSIMA Ivy ha scritto un'altra cazz... OH, niente parolacce, stupidata delle sue.
Allora la guardate direttamente da lì, oppure - opzione per i più affezionati - entrate sul blog, per donare la vostra visualizzazione alla GIUSTISSIMA CAUSA che porto avanti: il mio egoistico diletto nel vedere che il mio blog vi piace.
Almeno, spero sia così. Se così non fosse, fareste parte della categoria di lettori che non solo legge l'aggiornamento direttamente dalla mail, ma una volta letto dice "bom, ottimo" e chiude la suddetta senza pensare che alla sottoscritta - un po' cretina forse - un commentino farebbe piacere. Anche per insultarmi, sarebbe qualcosa di diverso, una critica costruttiva (o un modo per iniziare una bella rissa online... Scherzi a parte. Vi verrei a cercare fino a casa.)
Coooooomunque. Torniamo alle cose (poco) serie. Anzi, iniziamo con esse, visto che in 30 righe ancora non mi sono degnata di iniziare codesto cavolo di post.
Tutto... (tutto che?, direte voi. Siete peggio dei lettori di Pinocchio. Pazienza, su!)
Tutto ebbe inizio una soleggiata mattinata di settembre. Tre amiche pazientavano che il professore la finisse di blaterare roba contorta e le lasciasse uscire, verso quel cielo limpido che fissavano languidamente da... Circa 44 minuti (aveva fatto un minuto di ritardo).
Scrivendo chine come monaci amanuensi gli ultimi 5 minuti di pseudo-lezione, nei quali aveva deciso che era troppo divertente torturare gli studenti per rinunciarvicisi anche quel giorno, finalmente le loro mani gettarono le penne come si può gettare la spugna, non appena captarono il dolce e soave suono del campanello di fine dì.
Zaini in spalla (due, perché la terza si ostinava ad usare borse extralarge), le tre moschettiere partivano alla volta del fast food più vicino; nel quale, una volta sedute ed una volta ordinato il loro lauto pasto (sgomitando ed imprecando contro la nonnetta tedesca che viene in Italia senza sapere un fico della lingua italiana e che blocca la fila perché non si sa esprimere), iniziarono a parlare di problemi di cuore e varie ed eventuali.
Finito lo pseudo-cibo - davvero doveva importar loro cosa avevano mangiato? Era buono, punto - si accomodarono su una panchina, e discorrevano di giovanil argomenti, lasciandosi nel frattempo bagnare dal sole (cit. Noemi©). Dopodiché baci, baci, bus e casuccia bella.
Cosa avete capito di tutto ciò? NULLA. Ivy non è impazzita, state tranquilli (cioé, potremmo parlarne, ma in questo post ho post-o troppe parentesi, basta così). (Notate il gioco di parole post/posto! Io lo trovo geniale).
Detto ciò, dicevo, posso giungere alla seconda parte di questo pseudo-testo (la parola del giorno è PSEUDO! Applauso *clap clap clap*). Giunte a casa le tre avevano prontamente aperto Whatsapp, non sia mai che si perdano quanti pezzi di pasta stava mangiando l'amica in quel frangente. Ritornando sullo splendido pomeriggio di cazzegg... Di nullafacenza, affermavano che "è stato bello", "da rifare" e, cosa che fece scattare il DINNNG tipo orribile notifica dell'Iphone nella testa di colei che sta scrivendo adesso (aka Ivy aka Io), "non da fare tutti i giorni, sennò poi diventa un'abitudine, mentre le cose belle devono essere gustate e desiderate".
Ed ecco il punto! Lo so, l'ho presa larga, ma dovevate cogliere gli step, dovevate avere la pelle d'oca.
Il valore delle cose.
Stavate aspettando questo momento da quando avete letto il titolo del post, eh? Sempre che l'abbiate letto. A me per dire piace inoltrarmi nella giungla delle parole, e poi vedere in che territorio sono. (Leggo di getto - non leggo il titolo).
Il Valore delle cose. Lo metto maiuscolo cavoli, perché oggi mi sento ribelle, e se i filosofi possono mettere Bene, Virtù, Acqua, Fuoco, Arché o chessoio maiuscole, io posso sottolineare il valore della parola Valore con una super V (ma che non sta per vendetta).
Si beh, mi stavo lavando i capelli e, con la testa sotto l'acqua, non avevo modo di bloccare il flusso di pensieri che scorreva assieme all'H2O nella e sulla mia capoccia dura. E ho avuto la rivelazione: cosa scrivere sull'argomento Valore delle cose! Perciò ho finito in fretta e furia e ho scritto all'amica della citazione (come potete vedere dalla STUPENDA immagine/screen): MI SCAPPA UN'IDEA! E dovevo bloccarla, metterla su carta, o meglio online.
Only miss the sun when it starts to snow/ Only know your love when you let her go cantava Passenger. Si capisce il Valore delle cose solo quando si perdono, o comunque si stanno per perdere. O quando non sono scontate, vengono dal cuore, o da una sorpresa, che sia del destino o del superenalotto.
Un abbraccio della mamma mentre stai studiando.
Il papà che ripara i tuoi danni con l'Attack.
Il fratellino che entra in camera tua con la musica tamarra apppallla, ma che almeno t'ha pensato per ballare assieme.
Lo sconosciuto che ti sorride per strada quando hai fatto una gaffe, o l'autista dell'autobus che vedendoti arrivare correndo t'aspetta per qualche secondo, per poi esclamare "Respira!".
L'amica che ti scrive il buongiorno e la buonanotte, che s'interessa a ciò che fai, che anche se hai mangiato pasta al pomodoro - niente di più banale alla fin fine - scrive "Buona!" e mette un cuore rosso.
Piccole cose da condividere col mondo, per renderlo migliore e rallegrare la giornata a qualcuno.
E a me è venuto spontaneo condividere questo pensiero, che fa molto da Facebook in realtà, con voi, che ormai siete un po' miei amici. E questo non è da Facebook.
Per concludere quest'accozzaglia di pensieri senza senso ma con un file rouge che li collega, vorrei salutare le due moschettiere (Sarah e Anna) che m'hanno ispirato il modo per non aprire subito il quaderno di filosofia. CIAO!
[Prof, spero che le capiti di leggere questo post e che abbia pietà di me. Sono troppo filosofa per studiare filosofia: la filosofia si pratica, non si legge.]

Buoanotte, bacioni!
La vostra Ivy, un po' fusa forse ma sempre #strong

sabato 27 settembre 2014

It's time

Buon pomeriggio miei cari lettori!
Ho visto uno stupendo 9470 sul contatore delle visualizzazioni: graziegraziegrazie, 9470 volte grazie!
Detto ciò, oggi davanti ad Orazio non ho potuto astenermi dall'immaginare di finire tutto ciò...
E beh, temo che l'anno prossimo m'iscriverò al Centro di Igiene Mentale.
Have a good reading!

La musica le rimbombava nel petto, facendo a gara col cuore. Gocce di sudore scorrevano fino alla scollatura, distogliendo per una frazione di secondo l'attenzione dal sorriso luminoso che irradiava gioia nel mondo.
Sciolse i capelli e tolse il maglione, rimanendo in canotta. I muscoli definiti scattarono, ritmarono il pavimento con affondi e balzi, agitavano le braccia come fronde degli alberi col vento, degno rappresentante delle note nelle sue orecchie. Piroettava sul piede maciullato, alternando il classico ed il moderno, prendendo da entrambi il meglio. Simile ai fotogrammi nella tv, scattava da un'espressione all'altra, senza però uscire dall'armonia che l'avvolgeva.
Salì sul banco di fronte a lei, calpestò scritte sbiadite, problemi forse ormai risolti, forse ancora persistenti. Scalciò un quattro, lanciò in aria un nove, baciò un dieci cullandolo tra le sue braccia.
Uscì da quell'aula che ormai era più una casa. Rubò una scopa al bidello che le fece perdere tanto tempo con avvisi inesistenti, la capovolse e scrisse frasi incomprensibili sul marmo consunto dal tempo. Poggiò il fedele compagno di danze al muro e scivolò fino alla fine del corridoio, e giù per il corrimano, atterrando tra una scala e l'altra e scendendo la rampa ancheggiando a ritmo.
Si tolse dal reggiseno il bigliettino di matematica e lo stracciò; i pezzettini atterrarono lievi sugli scalini lucidati da anni di Converse nuove di paghetta.
Alla fine trovò loro. La sua stupenda classe, che di classe non aveva proprio nulla, se non l'arte di decorare in modo kitsch un ambiente tanto austero e l'abilità di passare lo stesso compito a venti persone senza farsi beccare.
Con alcuni aveva fatto a botte, con altri aveva parlato solo di scuola; c'erano le migliori amiche, l'ex, quella stronza coi suoi stessi sogni, quella ragazzetta timida col carattere represso dal rigore dei genitori. Erano partiti da bambini, convinti che il liceo fosse più uno status symbol che una scuola, pensando che bastava studiare quanto alle medie e che la buona volontà sia la risposta a tutto.
Ora gli sguardi persi erano diventati stanchi, con in sottofondo la determinazione dovuta al riprendersi il futuro, pronti a sbattersi sui libri altri cinque anni, puntando al Giardino dell'Eden, ad essere i primi. Avevano collezionato lacrime e respirato tante di quelle difficoltà da riscrivere la Divina Commedia, ma se qualcuno avesse nominato loro Dante in quel frangente sarebbe finita male. 
S'erano fatti forza l'un l'altro quando mancavano cinque minuti al suono della campanella e l'omino alla cattedra iniziava un nuovo capitolo, si erano insultati quando la timida studiosa aveva ricordato quel compito lungo come la via Appia, che per il medesimo motivo avevano cancellato dal diario senza nemmeno aprir libro. Lo stesso diario custode di segreti invisibili, dediche immutate nel tempo, lacrime e sorrisi, quel giorno nel quale ci fu quell'incontro meraviglioso e quello nel quale quello si prese un voto più alto di quanto avesse meritato, accanto alla caricatura del preside.

Era il momento di dividere le proprie vie. 
In che modo?, era la domanda muta tatuata sulle mani strette a formare una catena umana.
Con quest'animo s'apprestarono ad uscire, per l'ultima volta assieme, da quell'edificio, con alle orecchie It's Time degli Imagine Dragons: così diversa dalla What Time Is It? che sancì la fine delle medie, quando s'imitava il ciuffo di Zac Efron per essere fighi.
Niente più mimesis da quel momento in poi: ognuno col suo stile, ognuno con la sua mente. Era forse questo il grande come?
O era forse scritto nei loro cuori, dove avevano riposto il dolore della separazione, accanto alla gioia del loro legame?
Dovevano cercarlo sul fondo delle bottiglie di birra che avrebbero usato per festeggiare? O su quello del caffè che avrebbero preso la prima ora all'Università?
La lotta con la vita era all'inizio del terzo round, il pubblico si stava definendo, ognuno aveva scelto le proprie armi e pulito il proprio ring. Era ora di mettere k.o. gli ostacoli, lasciando le lacrime a far colare il trucco, brillando sopra i sorrisi a fatica conquistati.

Fuori dal liceo non c'era alcun pubblico ad acclamarli, né medaglie da appendere al collo.
Non c'era il diploma già stampato, né un falò di libri sui quali s'erano uccisi per cinque eterni anni.
Non c'erano fantasmi di persone che se n'erano andate, né ologrammi di chi li avrebbe attesi.
Sapevano solo una cosa: che quella loro compagna, che con coraggio aveva organizzato quell'harlem shake da mettere su Youtube per pubblicizzare la loro tanto amata, odiatissima scuola, radunando un'ultima volta quei ragazzi già proiettati verso il domani, aveva colto l'essenza della loro età: volate via, affrontate tutto cantando e gioendo, carpe diem.

Buona serata a tutti! 
Ivy :* 

Ps: mi sono accorta che questo è il 100° articolo ** Have fun!

martedì 23 settembre 2014

Buio

Silenzio assordante.
Non si vede nulla.
Avanza, un passo, poi un altro. Apre gli occhi, li chiude.
Stessa cosa.
Ignoto e mistero s'intrecciano mentre continua ad avanzare. Il timore dell'oblio racchiuso nel suo petto che s'alza e scende, come se avesse finito di correre da poco. Invece cammina, non fa altro da... Quanto? Non saprebbe dirlo con esattezza. Da un po' suppone.
Si limita a camminare, a lottare contro il freddo che le ha rubato le mani e contro il caldo che s'è impossessato della sua gote, contro quel corpo che non è più suo.
Ma la mente? Dov'è finita? Sono metri che non la sente. O ha percorso solo qualche centimetro?
Non lo sa, non lo sa, non sa più nemmeno chi è. Si aggira fendendo l'aria, sempre che sulla Terra si trovi, non sente più i suoi pensieri, odori, sapori, non sente nulla.
Ed è peggio del sentire urla di dolore, peggio della carne che si lacera.
Si ferma. Crede di sentire il respiro che si condensa in nuvolette, difficile dirlo senza poter vedere nulla. 
Si trova all'aperto? In una stanza?
Ricorda molto la selva oscura dantesca. Lo struggimento che prova è il medesimo. La paura cieca, e non solo in modo figurato. Virgilio? Beatrice? Una guida?

Facendosi coraggio ripete i versi: Ed una lupa, che di tutte brame / sembiava carca ne la sua magrezza, /e molte genti fé già viver grame, 
questa mi porse tanto di gravezza / con la paura ch’uscia di sua vista, / ch’io perdei la speranza de l’altezza. (Inf. I, 49-54) Forse si stava avviando verso il monte della salvezza - salvezza da cosa? Dalla sua vita, dai fallimenti, dalla felicità terrena? Stava andando a cercare una vita migliore, o stava per percorrere la via della perdizione, destino di infelicità eterna?
Il cuore, sente il cuore battere, le batte nelle orecchie, nel collo, il battito si propaga dentro il suo corpo, o forse esce fuori non lo sa, non sa.
Una luce! Vede una luce, corre verso essa. Però è così piccola, e si allontana sempre di più... 
Un'allucinazione?
Si ferma, basta. 
Flette le ginocchia, si getta a terra. Solo ora prova a respirare, a togliere la morsa che stringe le sue membra tirate allo spasmo; affonda le dita nel terreno. Sembra umido, simile a terriccio... S'insinua sotto le unghie come fanghiglia, sostituendo la paura, lasciando posto a... Rassegnazione? Sì, crede sia quella.
Si lascia cascare mollemente. E se fosse un bosco? No, non ha incontrato alberi, e non c'è odore di natura, no, è tutto così asettico... Fa freddo, caldo? C'è un'uscita? Perché? Cos'ha fatto di male?
Questa è la fine?

Apre gli occhi. È nello stesso posto, solo che stavolta la luce c'è davvero, o almeno così crede. 
Si alza, prima con fatica, poi quasi inciampando sulle sue stesse gambe, corre verso quel punto bianco che diventa sempre più grande, si espande, non vede nulla, accecante salvezza...

- Francesco, scegli la tua via. O Laura, o Dio. -



Buonasera miei cari lettori.
Vedendo le meravigliose +9000 visualizzazioni, non posso che ringraziarvi di cuore e regalarvi un testo!
Sinceramente mi sono imposta uno stop obbligatorio fino a quando non avessi finito un testo... Che alla fine ho mollato!
In questi due mesi comunque ho lavorato presso lo stupendo Centro Servizi Culturali Santa Chiara, e successivamente è iniziata la scuola e... un compito tira l'altro! Quindi non sono stata proprio tutto il tempo sul divano ;)

Perciò ribadisco le parole auree: SCUSATE e GRAZIE. Di cuore!

Bacioni,
La vostra Ivy

PS: avete indovinato chi è il soggetto?

martedì 15 luglio 2014

Commedie da ombrellone - Brutto

Signori, dal mare ve salutant! Eccovi una commediola da ombrellone... Buona lettura!

Geronimo sbuffò. Era successo come previsto.
Quella mattina era stato buttato giù dal letto dal suo migliore amico.
- Gerry! - aveva sbraitato Alfredo. - Su, svegliati! Ho promesso alla brunetta che l'avrei accompagnata alla sua spiaggia! Vieni con noi su! -
Geronimo, sbadigliando vistosamente, aveva chiesto dove.
E l'idiota, trionfante, aveva annunciato: - A Marina di Massa! -
Beh, Gerry era caduto dal letto. E dalle nuvole.
Sopracciglia foltissime. Occhi spiritati. Capelli ebano scheggiato. Magro da paura, alto da far schifo, pallido come un lenzuolo e peloso come un macaco. Questo era Geronimo Saltimbanco, terrore dei Game Shop della riviera romagnola.
Commesso, nerd incallito, era grazie all'ultima versione di Call Of Duty che aveva conpiaciuto Alfredo. Alto, bello, ricco, fisico statuario e conto in banca illimitato grazie alla carta del Papi, imprenditore di successo.
Così, dopo innumerevoli partite nel villino vicino Rimini, aveva accettato con riluttanza di andare con Fred a Forte dei Marmi, paradiso di ogni figlio di papà.
La riluttanza e l'odio per il mare erano scomparsi davanti ad un Gin Tonic sotto un ombrellone che costava più del suo salotto.
Ma quel mattino l'odio tornò, più prepotente di prima, sotto forma di spiaggia libera colma di vucumprà e bambini rumorosi.
Come aveva previsto in precedenza, ora i due erano comodamente sdraiati uno accanto all'altro, occhi chiusi e vento tra i capelli. E, per la filosofia del "al peggio non c'è mai fine", lui era steso sul suo telo del Brazil (perdente fino al collo, umiliato dai tedeschi neo campioni del mondo), sotto ad un ombrellone grigio topo morto e bianco sporco, con una birra ormai calda al fianco, il costume a pantalone calante che lasciava intravedere la mutanda bianca a righe blu, un cappellino in tinta con la mutanda piantato bene in testa come protezione ulteriore e le sneaker sommerse di sabbia bagnata, regalino del temporale del giorno precedente.
Il destino aveva però deciso che non bastava tutta quell'umiliazione. Il fato, sotto forma di fastidioso vento caldo, spinse via l'ombrellone, facendolo cadere rovinosamente sulla sua zucca.
- Porc... -
Fred si schiarì la voce. Non voleva che imprecasse davanti alla brunetta.
- ...ellino d'India! - sbottò, posando i piedi sulla sabbia. Ovviamente quel giorno c'era abbastanza sole da renderla rovente, e ovviamente lui si mise a saltellare in pieno stile "danza della pioggia".
Appena i suoi piedi callosi beccarono la stuoia, raccolse il bastone di plastica. Senza richiuderlo né smontarlo, provò a ripiantarlo spingendogli addosso sabbia coi piedi. Inutile dirlo, continuava a cadere.
In fondo scorse una ragazza con le cuffie ed una donna con la bandana arancione ridevano, godendosi la sua goffaggine. Effettivamente ci mancava lo sfottò.
L'ombrellone, come la sua autostima, colava a picco. Alfredo abbracciava la sua bella, forse ignaro, forse menefreghista nei confronti della situazione tragicomica. Persino una bambina e la sua gnocchissima sorella risero a crepapelle.
Quando era sul punto di scagliare quel coso in mare, finalmente resse. Pose lo zaino scassato dietro alla testa, e stava per prendere un sorso di birra (più simile alla pipì in effetti, ma pur sempre birra), quando un venditore gli buttò la saabbia negli occhi e gli piantò la merce sul piede.
- Ciappalì ciappalà! Arriva Mustafà! - urlò l'indiano - Tu volere occhiali? Solo cinque leuro! -
- No, grazie... - iniziò, ma l'uomo gli ficcò un paio di Ray-Ban tarocchi arancione fluo, facendogli sbattere un'astina sull'occhio.
- No, grazie! - ripetè.
- No, guardi, no grazie - mormorò Fred.
Ovviamente se ne andò. Alfredo era ammaliatore con tutti, persino i vucumprà subivano il suo fascino.
A volte lo invidiava. Solo a volte.
All'improvviso la musichetta di Psycho si diffuse nell'aria. Proveniva dal suo zaino.
I due piccioncini lo guardarono interrogativi; lui deglutì. Poteva voler dire solo una cosa...
- Ciao Mamma... - mormorò nella cornetta. Fred trattene una risata.
- GERONIMUCCIO! - urlò la possente brasiliana dall'altro capo. - MI SENTI? -
L'unico ragazzo sulla faccia della Terra ad avere la mamma sia invadente sia sorda.
- CIAO MAMMA. - urlò in risposta. Stavolta Alfredo rise.
- DOVE SEI PICCOLO CARO? IN SPIAGGIA? HAI MESSO LA CREMA SOLARE? SE TI VIENE INSOLAZIONE ALTRO CHE SAUDANJI, LO SAI VERO? -
Aveva allontanato la cornetta dell'orecchio, e la ragazza aveva sentito tutto... E s'era messa a ridere assieme a Fred.
- MAMMA TI RICHIAMO. CIAO -
- MA... - replicò la donna. Geronimo chiuse la conversazione e guardò male Fred, che smise di ridere.
Sospirando, si accese una sigaretta. All'ultima boccata la buttò a terra... non l'avesse mai fatto!
- Che diamine stai facendo? - urlò la brunetta.
- Butto la cicca... - replicò lui confuso.
- Butti la cicca?!?! Ma sei impazzito? Sai quanti anni ci impiegherà a smaltirsi? E quando andrà in mare? Complimenti, hai appena contribuito a creare una bomba inquinante! -
Alfredo tentò di farla ragionare.
- Era solo un mozzicone Arianna... -
- Solo un mozzicone??? Sei peggio di lui! -
Si alzò. - Io me ne vado! -
Prese il suo zaino e la sua stuoia e corse via.
- Arianna! - urlò Fred. Si girò verso Geronimo, furente: - Complimenti! Sei contento adesso? - e corse dietro alla giovane.
Beh, era contento certo... Ma anche terrorizzato. Poteva aver perso l'unico amico che aveva!
Alfredo tornò, indecifrabile il suo umore.
- Allora...? - chiese Gerry titubante.
- Amen, andata. Massì, non mi piaceva più di tanto... Stasera andiamo alla Capannina e ne troviamo due ancora più fighe, ma soprattutto che apprezzino Forte! Sei d'accordo? -
Pienamente, Fred. Non rimorchierò. Ma sono d'accordo.

Che ve ne pare? Se non v'è piaciuta... Vi consiglio un Cremino, con questo caldo!
A presto!
Ivy (croccante sotto l'ombrellone)